Metti una sera a Teramo con Steve Coleman

Metti una sera a Teramo con Steve Coleman

di Christian Francia  –

Di musica non capisco assolutamente un tubo, per questo dovrei essere la persona più adatta a recensire lo straordinario concerto svoltosi ieri sera al Teatro Comunale di Teramo. Ad esibirsi un grandissimo esponente della scena jazzistica mondiale, Steve Coleman, il quale con i suoi Five Elements (che in verità erano solo tre) ha aperto la stagione di concerti 2018/19 organizzata da ACS Abruzzo Circuito Spettacolo.

In molti mi hanno caldamente suggerito di vederlo dal vivo, ma ovviamente ero abbastanza freddino per via della mia refrattarietà ad ogni musica che non abbia il testo come suo centro radiante.

Coleman viene considerato una delle figure più emozionanti del jazz contemporaneo, in quanto la sua arte sfugge alle consuete categorie stilistiche, ma non saprei affatto come qualificare e commentare tecnicamente il sassofonista e compositore statunitense, nato nel 1956 e leader di vari gruppi fra i quali il suo “Steve Coleman and Five Elements”, nato nel 1981 ed ancor oggi in splendida attività.

Dicono che Steve viva la musica come parte delle energie che regolano l’universo e sarebbe a partire da tale concezione che sviluppi tutta la sua ricerca artistica.

Da un monumento universalmente riconosciuto come lui mi sarei aspettato una presenza scenica iconica ed anche egocentrica, ma non è avvenuto niente di tutto ciò. Il sassofonista non si è portato sul palco la sua carriera e il suo personaggio, bensì il contrario. È salito con uno zainetto, nessuna introduzione, nessuna ricerca dell’applauso, nessun ego sulle spalle, nessuna prosopopea, nessunissimo virtuosismo.

Coleman ha iniziato con una canzoncina da canticchiarsi in bagno sotto la doccia che sarà durata almeno un’ora. Di una semplicità disarmante, la musica ridotta all’osso, ritmo costante, incalzante, poche note, percussioni, tromba, il basso. Una melodia ipnotica che induce ad una rilassatezza assoluta.

Sorprendente assistere ad uno spettacolo che ha trasmesso messaggi precisi e maiuscoli: la vita è uno scherzo, ridiamoci sopra, canticchiamo, strimpelliamo, godiamocela, lasciamoci trasportare da ciò che ci fa stare bene, che ci mette di buon umore. Non c’è niente che abbia importanza o che meriti un’enfasi inutile e ingiustificabile.

Mai visto nessuno che se la tiri di meno di Steve, che abbia un’immagine tanto rilassata, che snobbi con tanta nonchalance gli applausi lunghissimi che la platea gli ha tributato. L’icona perfetta del sentirsi a proprio agio. Un musicista che ha smesso da decenni di voler dimostrare qualcosa a qualcuno: ieri sera le poche volte che ha guardato il pubblico Coleman aveva negli occhi la certezza di non dover far vedere di saper suonare il sassofono, cosa che ha cercato infatti di nascondere per l’intero concerto. Il suo strumento non si è messo mai a miagolare o a strillare, i suoi polmoni non hanno mai fatto esercizio di forza o di muscolarità, c’è stata solo profusione di energia a basso ritmo, di divertimento puro, di cazzeggio senza implicazioni.

Un artista simile è una ventata di freschezza nel panorama musicale (e non) che siamo abituati a frequentare: un monomaniaco seriale che è capace di suonare per ore tre note in fila, con la costanza di un rullo compressore in libera uscita, un fissato che canticchia e fischietta come se fosse la cosa più naturale del mondo da fare su un palco, come se aleggiasse il suggerimento a sdraiarsi sul divano dell’esistenza, a scaccolarsi serenamente senza falsi pudori, a scoreggiare ogni volta che il corpo ce lo chiede, a bere birra gelata, ad adagiarsi nella soddisfazione il cui simbolo evidente è un orgoglioso e rumoroso ruttare.

Devo dire che sono rimasto molto favorevolmente sorpreso: mai avrei immaginato una serata più facile, meno impegnata, così tendente all’abbiocco da quanto l’aria trasmetteva buone vibrazioni che eliminano ogni difesa, ogni schermo, ogni maschera, ogni finzione.

L’ipocrisia è scivolata via su un tappeto di note insistite, ripetitive quanto smorzate, una cantilena rilassante e onesta, una giaculatoria che richiamava le nostre tradizioni ancestrali, un pettegolezzo sussurrato su sedie di paglia davanti al camino, una confidenza che ricordiamo nel mondo dei nostri nonni, una consapevolezza che non ha bisogno di mostrarsi, di rendersi visibile, di mettersi al centro dell’attenzione.

Grazie Steve, forse ho capito davvero che cosa significa il jazz, un genere che forse non c’entra nemmeno nulla con la musica se non per il piccolo particolare degli strumenti musicali, ma che è un moto dell’anima, un modo di essere, forse addirittura una metafisica.

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