PD teramano: nessuna sindrome di Bruto, piuttosto il contagio dell’idiozia

PD teramano: nessuna sindrome di Bruto, piuttosto il contagio dell’idiozia

di Christian Francia  –

Un fantasma si aggira per l’Italia, per l’Abruzzo e per tutta la provincia teramana: è il fantasma del PD. Un partito mozzarella dove non esistono regole, coerenza, principi, dove vige solo la legge della jungla, ovvero del più forte.

Il problema principale del Partito Democratico è quello di essere appunto democratico. Chiunque sia democratico sa che il nodo centrale sul quale si gioca ogni esperienza vincente è il dialogo. Se ci si parla, si condivide, si partecipa, si rende ciascuno protagonista di una narrazione, di una fase decisionale, di un progetto coinvolgente, allora tutto fila liscio e si ottengono anche grandi risultati. Se non si è capaci di dialogare, di mediare, di sopportare la fatica del compromesso (al rialzo), allora tutto si sfascia.

Gli altri partiti hanno un deficit di democrazia elevatissimo:

– nella Lega il capitano decide tutto personalmente con la sua agenzia di comunicazione e i tifosi obbediscono silenziosi;

– in Forza Italia c’è un padrone assoluto che fa e disfa e i sudditi annuiscono;

– nel M5S c’è un capo politico (che prima era Grillo, adesso è Di Maio, fra un anno sarà qualcun altro) che ordina di eseguire le strategie elaborate assieme alla Casaleggio Associati e tutti muti (5 timidi senatori grillini contrari al decreto sicurezza l’altro giorno sono usciti dall’aula del Senato per non creare dissidi, piuttosto che dare battaglia in aula contro un provvedimento infame).

Come si vede, solo il Partito Democratico è un manicomio abitato da personaggi circensi, dove tutto e il contrario di tutto trovano ugualmente quartiere, dove c’è il grande pregio di non avere un padrone, ma manca il rispetto delle regole che consentirebbe una condotta dotata di logica. E questa è la malattia che lo rende peggiore degli altri partiti: eccesso di incoerenza, disapplicazione dello statuto e dei regolamenti, assenza di sanzioni, mancanza di dialogo, impossibilità decisionale, paralisi delle strutture, sfiducia diffusa.

Se ad esempio un segretario nazionale legittimamente eletto dichiara urbi et orbi che punta tutto sul referendum costituzionale del 2016, formalizzando che lascerà la politica attiva nel caso gli italiani avessero bocciato la sua riforma della macchina statale, un PD serio non avrebbe dovuto consentire che lo stesso segretario rimanesse in sella a dispetto della parola data, continuando non solo a dare le carte sulle candidature per le elezioni politiche del 2018, ma addirittura facendo naufragare l’ipotesi lungimirante di far nascere un governo M5S-PD che sarebbe certamente stato meglio del mostro che oggi governa l’Italia.

Un PD serio all’indomani della sconfitta del 4 marzo 2018, laddove il PD ha toccato il punto più basso della sua storia (17,8%, dopo aver toccato il punto più alto alle elezioni europee del 2014 con il 40,8%), avrebbe immediatamente avviato una fase congressuale nella quale analizzare gli errori, identificare i comportamenti sbagliati, accompagnare alla porta i bugiardi e gli incoerenti e affidarsi alle amorevoli cure di energie nuove che avrebbero potuto certamente far risalire la china, aprendo un fruttuoso dialogo con una costellazione politica fatta di tanti partitini e di tantissimo civismo polverizzato che guarda con favore ad una sinistra popolare.

Ma questo non è avvenuto, facendo covare il malcontento e facendo crescere i rancori, le incongruenze, la voglia di decisionismo che i cittadini affidano alle forze cosiddette populiste che governano l’Italia.

Sui temi politici e gli argomenti fondanti di una comunità evoluta, il PD si dimostra ogni giorno come un pulcino spaesato che teme anche di ascoltare la propria voce pigolante, lasciando campo libero ad un penoso ignorante come Matteo Salvini, un residuato bellico secessionista e antiterrone che siede da 25 anni nelle assemblee rappresentative nazionali ed europee, il quale appare uno statista al confronto dei pulcini bagnati piddini.

A tal proposito faccio un altro esempio di stretta attualità teramana. La consigliera comunale Ilaria De Sanctis, facente parte della Lista Civica “Insieme Possiamo”, tre giorni or sono ha presentato una mozione consiliare per il conferimento della cittadinanza civica onoraria ai figli di immigrati nati in Italia e residenti a Teramo. La problematica è quella dello “Ius soli”, cioè il diritto di  acquisire la cittadinanza di un dato Paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori.

Orbene, ci si sarebbe aspettati dal PD – che in teoria sostiene questa battaglia di civiltà – un immediato appoggio a questa mozione:

– mediante la promozione di iniziative dirette a sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi dell’integrazione, dell’accoglienza e dell’inclusione;

– mediante la battaglia affinché i compagni di banco dei nostri figli si vedano riconosciuto il diritto alla non discriminazione fra bambini e fra adolescenti;

– mediante la sollecitazione ad una rapida approvazione della relativa Legge in Parlamento.

Invece il PD tace, mentre CasaPound tuona su tutti i giornali sbertucciando l’iniziativa della De Sanctis. Morale: Salvini avanza, il PD arretra.

E vengo adesso ai problemi emersi ieri, con il PD spaccato fra i cosiddetti traditi nella sconfitta alle elezioni provinciali (Sandro Mariani, Luciano Monticelli, Giuseppe D’Alonzo, Manola Di Pasquale) e i cosiddetti traditori (Tommaso Ginoble e Dino Pepe su tutti).

I traditi hanno urlato in conferenza stampa il loro disprezzo per i colleghi di partito, minacciando di uscire dal PD se i conti non verranno regolati a brevissimo. Il problema non sarebbe mai emerso se non ci fosse in atto una guerra fratricida per le candidature alle imminenti elezioni regionali che segneranno la fine di molti degli attuali alfieri del governo regionale uscente.

Non a caso, all’indomani delle elezioni politiche del marzo scorso non c’è stata nessuna analisi della sconfitta dentro al PD, così come all’indomani della vittoria al Comune di Teramo del giugno scorso non c’è stata nessuna espulsione per gli iscritti al PD che si erano candidati nella Lista contrapposta di Giovanni Cavallari. A dimostrazione che l’improvvisa fretta attuale di fare pulizia dentro al partito non è un’esigenza politica o morale, ma un riposizionamento per le elezioni regionali.

Manola ieri ha evocato la “sindrome di Bruto”, senza sapere nemmeno cosa essa sia. Giulio Cesare fu assassinato dal figlio Bruto perché era un grande condottiero amato dal popolo, ma il credito e il potere immenso che Cesare aveva acquisito suscitò il timore che la Repubblica si tramutasse in dittatura, con i conseguenti rischi di perdere la libertà. Da questo contesto emerse il tradimento nei confronti di Cesare, tradimento che di converso era un atto di amore per la Repubblica. Ma Bruto non c’entra nulla con la guerra in atto nel PD teramano.

Del resto, dentro ad ogni partito il nemico interno è ben più odiato dei nemici esterni, come successe fra Mussolini e Badoglio, fra Prodi e Mastella, fra Berlusconi e Fini. Oggi assistiamo semplicemente ad una squallida resa dei conti per un posticino nel prossimo Consiglio regionale. Tutto qui.

La controprova è che se si trattasse di una questione di politica vera, si sarebbe convocata una direzione provinciale del partito laddove discutere:

– della mancata condivisione della candidatura di D’Alonzo, personaggio chiacchieratissimo che si sapeva avrebbe incontrato resistenze;

– dell’assenza di un programma serio per la Provincia di Teramo, dato che quell’obbrobrio scritto da D’Alonzo è una porcheria, con l’ipotizzata resurrezione degli ATO giustamente sepolti dall’ERSI, dell’assunzione di un nuovo dirigente tecnico in luogo dei necessari cantonieri, ed altre nefandezze;

– del mancato coinvolgimento della maggioranza teramana nella candidatura del presidente della Provincia, visto che D’Alonzo ha incontrato i consiglieri teramani solo lunedì 29 ottobre (si votava il 31 ottobre) e solo su sollecitazione di un consigliere che giustamente voleva sapere che faccia avesse;

– della bocciatura senza motivazioni di altre più apprezzate candidature del PD, quali quelle dei sindaci di Alba Adriatica, di Bellante e di Valle Castellana, le quali sarebbero certamente state più inclusive rispetto alla candidatura imposta da duo Mariani-Manola (imposizione che ha provocato la reazione di Ginoble-Pepe).

Ma non c’è traccia di niente di tutto ciò sui giornali, anzi si fanno conferenze stampa sul nulla, visto che i diretti interessati hanno pure paura di pronunciare i nomi dei presunti traditori.

A rendere il quadro ridicolo ci ha pensato il segretario provinciale PD Gabriele Minosse, il quale dichiara a Il Centro: “Da cinque anni dico che in questo partito le regole ognuno le fa come vuole”. Che tradotto significa: non conto un cazzo, questa casa è un albergo e io non posso farci niente, ma resto lo stesso al mio posto sennò chi mi cagherebbe? Fantastico.

Contemporaneamente sul quotidiano La Città viene intervistato proprio Ginoble, il quale nega di essere il traditore e manda a dire a Mariani, Monticelli, Manola e D’Alonzo, i quali si sono autosospesi dal PD fino a quando il partito non la farà pagare a Tommaso, che se i traditi “si autosospendessero tutti, i loro elettori non se ne accorgerebbero nemmeno”. Che tradotto significa: siete delle nullità, non vi si fila più nessuno, andate tutti a cagare. Sublime.

In questo teatrino la politica è assente. Soprattutto è assente un dibattito serio sulla distruzione sistematica della sanità provinciale teramana, smembrata impietosamente dal duo Mariani-Monticelli, il primo dei quali è sponsor politico del direttore amministrativo della ASL e l’altro è sponsor politico del direttore sanitario della ASL teramana. Ciascuno si chieda quali rapporti abbia avuto con la sanità negli ultimi anni e si risponda da solo sul livello che sta toccando.

Altro che Bruto: qui dilaga l’idiozia politica, l’incoerenza, l’inconcludenza, l’incapacità, la paralisi, l’assenza di dialogo e di condivisione. Con la gente che apre i quotidiani al mattino e ride dei dialoghi fra sordi, delle accuse al vento, delle risposte sarcastiche, dei segretari che non capiscono cosa succede, degli accoltellatori che fanno le verginelle, dei commissari comunali che lungi dal fare autocritica giocano allo scaricabarile senza avere il coraggio né di fare accuse circostanziate, né di dimettersi.

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