“E Io qua sto”. Coltiviamo la memoria nel ventiseiesimo anniversario della strage di Capaci

“E Io qua sto”. Coltiviamo la memoria nel ventiseiesimo anniversario della strage di Capaci

(Nella foto la tomba di Giovanni Falcone come appare oggi,

23 maggio 2018, fotografata dal nostro inviato a Palermo,

nella basilica di San Domenico, il pantheon dei siciliani illustri)

di Antonio Gambacorta  –

Antonio a nove anni giocava in strada ed in campagna, come tutti i bambini della sua età, nel paese di Calimera, piccola cittadina della provincia di Lecce in Puglia.

Magari si rincorreva e viveva avventure fantastiche negli uliveti che colorano di grigio/verde le piccole valli e le colline di tutta la Puglia, parlando l’antico dialetto di origine greca con i suoi compagni, il griko.

Quasi ceramente, a quell’età, non avrà dato troppo peso alle notizie riportate dai giorrnali e dai Tg del tempo, come gli omicidi del Procuratore Capo di Palermo Pietro Scaglione e del suo autista Antonino Lo Russo, avvenuti  il 5 maggio 1971.

Maggio, primavera in gran parte d’Italia, estate in Puglia ed in tutto il sud.

Inoltre erano notizie provenienti da Palermo e per un bambino di Calimera già solo percorrere 20 km ed arrivare a Lecce è un viaggio incredibile, figuriamoci la Sicilia.

Sicuramente, però, si ricorda il 9 maggio 1978 quando a Cinisi, comune della Città Metropolitana di Palermo, fu assassinato Peppino Impastato.

 

Dico sicuramente, perché Peppino Impastato era un ragazzo di 17 anni quando iniziò a puntare il dito contro i potenti di Cinisi, mafiosi, ridicolizzandoli ed intimorendoli senza armi, ma con la cultura, con il sorriso e con la satira.

Arrivando addirittua a chiamare pubblicamente Gaetano Badalamenti, Boss mafioso di Cinisi, “Tano Seduto”, e scrivere ed urlare che “La Mafia è una Montagna di Merda!”.

Come fai a dimenticare un uomo così…

Antonio aveva quasi compiuto 16 anni e quelli come lui a 16 anni sono già dei piccoli uomini e conoscono la differenza tra il bene ed il male.

L’anno dopo, il 21 luglio del 1979 venne ucciso il Capo della Squadra Mobile di Palermo, Boris Giuliano, un investigatore formidabile, in testa alla lotta alla mafia e dal carattere e dai modi degni di un uomo delle Istituzioni, creando nuovi metodi investigativi, specializzandosi persino all’FBI.

Il suo lavoro stava mettendo in ginocchio una parte consistente del crimine in sicilia.

Il 25 settembre dello stesso anno morirono sotto i colpi di pistole e fucili, il Giudice Cesare Terranova ed il Maresciallo dei Carabinieri Lenin Mancuso, e a me piace pensare che questo fece irrimediabilmente scattare qualcosa in Antonio.

Voglio credere che fu in quel periodo che Antonio decise che voleva fare la sua parte e voleva aggiungere un mattone alla torre della legalità e della giustizia.

Anno dopo anno, sin da quando era un bambino, le notizie che arrivavano da Palermo alle orecchie di Antonio erano tremende, fatte di omicidi compiuti dalla mafia, termine che si sussurrava sottovoce, perchè la mafia, per i giornali e le tv non esisteva.

 

Il 1980 non fu da meno, il 6 gennaio uccidono il Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, il 4 maggio è il Capitano dei Carabinieri Emanuele Basile a finire i suoi giorni colpito alle spalle, il 6 agosto Gaetano Costa, Procuratore Capo di Palermo, freddato, sempre alle spalle.

Nel 1981 Antonio è un poliziotto, immagino fiero di servire lo Stato, pronto, e molto probabilmente in gamba.

Mentre impara, lavora, fa esperienza e corsi di specializzazione, le notizie provenienti da Palermo non si fermano.

Nel 1982 cadono sotto i colpi della mafia il Segretario del Partito Comunista Siciliano Pio La Torre ed il suo autista Rosario Di Salvo, il 30 aprile.

Probabilmente Antonio conosceva e stimava l’uomo e la storia di Pio La Torre.

Un uomo che aveva l’atteggiamento integerrimo e puro di coloro che perseguono ideali alti, che mirano al riconoscimento dei diritti per tutti e che non hanno paura o timore dei prepotenti, siano essi guappi di quartiere o mafiosi.

Pio la Torre si oppose alla mafia con tutto se stesso, per tutta la sua vita, senza mai tirarsi indietro, sua è la proposta di legge che introduceva il reato di Associazione Mafiosa Art 416 Bis nel 1972, insieme ad una norma per la confisca dei beni ai mafiosi.

Quale Componente della Commissione Parlamentare Antimafia, nel 1976, attraverso una relazione della Commissione stessa, accusò uomini politici quali Vito Ciancimino, Salvo Lima e Giovanni Gioia di avere rapporti con la mafia.

Soltanto dieci anni dopo, anzi, dopo il suo assassinio, la legge che istituiva l’Art 416 Bis entrò in vigore, solo dal 1982 la mafia è mafia anche per la legge italiana.

 

E’ il 1982 l’anno in cui perde la vita anche il Generale dei Carabinieri e Prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa, nella Strage di Via Carini, il 3 settembre; insieme a lui morirono la moglie Emanuela Setti Carraro, e l’Agente di Polizia Domenico Russo.

Il Generale Dalla Chiesa, il volto severo e gentile e quel modo di fare ferreo ed istituzionale tipico di tanti alti Ufficiali dell’Arma dei Carabinieri.

Un uomo che si era distinto per i suoi grandi successi nella lotta al terrorismo, per la sua meticolosità e tenacia.

Inviato a Palermo con la promessa di poteri straordinari dal Consiglio dei Ministri, fu immediatamente lasciato solo e senza gli aiuti promessi.

Ciononostante in brevissimo tempo produsse il Rapporto dei 162, dove collaborarono insieme Carabinieri e Polizia ed in cui si ricostruiva tutto l’organigramma delle famiglie mafiose palermitane, attraverso riscontri ed evidenze, ed era il 1982!

Ebbe a dichiarare: “Mi mandano in una realtà come Palermo con gli stessi poteri del prefetto di Forlì, se è vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue Istituzioni e delle sue leggi, non possiamo delegare questo potere né ai prevaricatori, né ai prepotenti, né ai disonesti”.

Passano gli anni, Antonio è bravo e coraggioso, oltre che intelligente.

Ha infatti l’intelligenza di capire dove e come può dare il suo contributo reale alla lotta al male più grande che affligge il nostro paese.

Sì perchè a Palermo, oltre alla mafia c’è l’Antimafia.

Un piccolo gruppo di magistrati che proprio non vuole saperne di convivere o soltanto arginare il fenomeno, ma che lo combatte a viso aperto.

A guidare questo gruppo è il Giudice Rocco Chinnici, Capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo.

Un uomo autorevole ed avanti decenni rispetto al suo tempo, libero e deciso, convinto che lo Stato è più forte e che la sua forza sia l’unione delle menti e dei suoi uomini migliori, in quanto l’isolamento li rende vulnerabili e ne annienta l’efficacia.

Questa visione di Chinnici, pur se maturata dalla macabra constatazione che se un giudice indaga da solo e viene ucciso, l’indagine muore con lui, era rivoluzionaria.

Se è vero che l’unione fa la forza, Chinnici aveva creato un gruppo potentissimo, formato dai Giudici Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello.

 

Falcone arrivò all’Ufficio Istruzione di Palermo, su chiamata proprio di Chinnici, nel 1979 e già nel 1980, coadiuvato dal Giudice Borsellino, collega ed amico d’infanzia, si prodigò in quello che fu chiamato il Processo Spatola, sul riciclaggio di denaro sporco ricavato dal traffico di eroina tra l’Italia e gli Stati Uniti, e quasi contestualmente nell’Inchiesta denominata Pizza Connection, sull’enorme traffico di droga che vedeva coinvolti a vario titolo nella raffinazione, distribuzione e riciclaggio, paesi come l’Italia, la Svizzera e la Francia, per poi inviare la droga in Nord America ed in tutta Europa.

Il metodo innovativo, intuito ed attuato da Falcone, fu quello del “battitore” che è colui che segue le tracce nelle battute di caccia.

Le tracce che Falcone seguiva, non le lasciavano i traffici di droga o il contrabbando, ma il denaro.

Fu il primo a ficcare il naso nelle banche siciliane, italiane e di mezzo mondo, collegando i fili di bonifici, donazioni e conti correnti ed arrivando infine ad inchiodare imprenditori e finanzieri, oppure semplici contadini e operai che facevano da prestanome per i mafiosi.

E’ durante lo svolgimento di queste inchieste che al Giudice Falcone fu affidata la Scorta.

 

Nel 1983, il 29 luglio, la Strage di Via Pipitone Federico fece comprendere a tutto il mondo che l’orrore di cui erano capaci i mafiosi non aveva limiti.

Davanti l’abitazione di Rocco Chinnici fu parcheggiata una macchina imbottita di tritolo che il killer mafioso Antonio Madonia fece esplodere mentre il Giudice usciva di casa.

Con lui persero la vita il Maresciallo dei Carabinieri Mario Trapassi, l’Appuntato Salvatore Bartolotta ed addirittura il portinaio di casa Chinnici Stefano Li Sacchi, in quanto l’esplosione devastò l’ingresso del palazzo e sbalzò le auto parcheggiate nei pressi, fino al secondo piano.

Con Rocco se ne andava il Padre del Pool Antimafia.

Con la sua morte si affievolivano le speranze di molti, in quanto ci si aspettava che a sostituirlo arrivasse qualcuno non dotato della medesima visione, e del medesimo istinto.

 

Fortunatamente a sostituire  il Giudice Chinnici arrivò un uomo degno del ruolo.

Antonino Caponnetto.

Intellettuale finissimo, calmo e riflessivo, attento e discreto, il Giudice Caponnetto scelse di sua volontà di presentare domanda per sostituire Chinnici.

Di origini siciliane, ma trapiantato in nord Italia sin da bambino, lavorava ed aveva famiglia a Firenze.

La tua terra di origine ti chiama sempre, poi se sei siciliano, se sei nato a Palermo e la vedi così violentata e ridotta a macabra vetrina di eventi orribili, allora la tua non è una chiamata ma una missione, sempre che tu abbia tempra e nervi saldi.

Quando sua moglie gli chiese “Antonino, chi te lo fa fare?”, la sua risposta fu qualcosa su cui personalmente rifletto spesso: “Che fai? Non mi ringrazi?”.

Caponnetto proseguì il lavoro di Chinnici con il medesimo modus operandi, rinvigorì il Pool e gli diede nuove energie e risorse, chiamando a farne parte anche Leonardo Guarnotta e Gioacchino Natoli.

Il Pool lavorava a ritmi incredibili, grazie anche al pentimento del Boss dei Due Mondi, Don Masino, Tommaso Buscetta.

Buscetta fu il primo vero collaboratore di Giustizia, il quale realmente non decise di “parlare”, ma di collaborare nel vero senso del termine, con l’unica condizione di farlo soltanto con il Giudice Falcone.

Grazie a Don Masino si poterono conoscere i meccanismi ed i gangli perversi che costituivano la mafia siciliana, a tutti I livelli, a partire proprio dal nome.

Mafia infatti, era il nome dato alle organizzazioni criminali siciliane dai giornalisti e dalla gente comune, per i mafiosi non era mafia, era Cosa Nostra.

Le indagini procedevano spedite, e Cosa Nostra lo sapeva, il cappio intorno al suo collo lentamente, ma inesorabilmente, si stringeva sempre più.

 

Il 5 gennaio 1984 viene assassinato Giuseppe “Pippo” Fava, giornalista ed intellettuale, fondatore de I Siciliani, giornale che scriveva, raccontava e descriveva la mafia e lo schifo che faceva.

Un uomo forte, un giornalista controcorrente come pochissimi in quegli anni ed ancor meno ai giorni nostri, che anelava alla verità e che senza timore denunciava mafiosi e politici corrotti facendo nomi e cognomi.

Il 6 agosto del 1985, vengono freddati a colpi di kalashnikov il Dirigente della Squadra Mobile di Palermo e stretto amico e collabratore del Pool Antimafia Ninni Cassarà e l’Agente di Polizia Roberto Antiochia.

Cassarà era un Poliziotto da film hollywoodiano, uno di quelli cresciuti in strada, un mastino intelligente ed arguto, molto vicino a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ai quali era legato da una profonda amicizia fondata sul rispetto reciproco e su quel senso di Stato che ai giorni nostri sembra ormai quasi del tutto perduto.

Altro duro colpo per i Giudici del Pool e per i ragazzi delle Scorte, che di fronte ad atti di inaudita codardia si sentivano inermi e spiazzati.

Tra loro non erano necessarie parole, bastavano movimenti appena accennati, gesti consueti, ripetuti infinite volte, diventavano quasi dei riti sacri.

Occhi che si muovono fulminei in tutte le direzioni, la pistola perennemente in mano col colpo in canna, salire e scendere dalle auto blindate e divenire degli scudi umani quali estrema ratio per i Giudici che indossavano soltanto copriabiti antiproiettile.

I Ragazzi hanno fegato, si vede, trasuda da ogni loro atto.

 

E’ proprio lì che fa in modo di finire Antonio, a proteggere quel giudice dallo sguardo perennemente triste e malinconico, che nasconde una motivazione ferrea ed un’intelligenza sopraffina, Giovanni Falcone, di cui divenne Capo Scorta nel 1986.

Adesso sì, adesso sentiva nel cuore che era nel posto dove voleva stare da sempre.

Proteggere, scortare e scambiare pareri ed opinioni con quell’uomo lo arricchivano in maniera incommensurabile, perchè Antonio era così, a lui avevano insegnato a stare coi migliori e farne le veci, osservare ed apprendere.

E trovò dei fratelli, dei legami indissolubili che soltanto in determinati contesti si creano.

Essere parte del Servizio Scorta è uno di quei mestieri che mestiere non è.

E’ vocazione, è coraggio, è senso del dovere ed anche incoscenza e temerarietà, è qualcosa che parte dai più profondi recessi dell’animo umano donarsi ad una causa senza remore ed esitazioni, o forse, come semplificava Giovanni Falcone rispondendo alla domanda di una giornalista “Chi glielo fa fare a rischiare la vita?”, rispose “Soltanto lo Spirito di Servizio”.

Qualche anno dopo Antonio ebbe a dichiarare: “Chiunque fa questo mestiere ha la possibilità di scegliere tra la paura e la vigliaccheria.

La paura è una cosa che tutti abbiamo.

Chi ha paura sogna, chi ha paura ama, chi ha paura piange… è un sentimento umano. È la vigliaccheria che non si capisce e non deve rientrare nell’ottica umana.

Io, come tutti gli uomini, ho paura, indubbiamente.

Ma non sono vigliacco.

Nella mia posizione la paura è lasciare i bambini soli”.

Dopo l’omicidio di Ninni Cassarà, lo Stato prese la decisione in emergenza di spostare fisicamente i due Magistrati più esposti del momento, con le relative famiglie e le Scorte, presso il Carcere dell’Asinara, sito sull’Isola dell’Asinara in provincia di Sassari.

Nel mentre di tutti gli omicidi ed il caos che regnava a Palermo, il Pool stava istruendo quello che prese il nome di Maxiprocesso Di Palermo.

Il Processo ebbe inizio nel 1986 e si concluse nel 1987, con numeri mai visti prima: 346 condanne,19 ergastoli, 2665 anni di carcere e 11,5 miliardi di lire di multe.

Vale la pena ricordare gli ergastoli a Salvatore Riina e Bernardo Provenzano (latitanti), Pippo Calò e Michele Greco.

Antonio ed i suoi compagni della Scorta del Giudice Falcone, Rocco Dicillo, Vito Schifani, Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello, Angelo Corbo e Giuseppe Sammarco detto “Indio”, così come la Scorta del Giudice Borsellino, composta da Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina e Antonino Vullo, erano entusiasti.

La Giustizia esiste!

L’Italia non è sconfitta!

Avanti così, ce la possiamo fare a ripulire la cesta dalle mele marce!

Il 30 gennaio 1992 i Giudici della Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione confermarono la Sentenza di primo grado.

Cosa Nostra era in ginocchio, lo Stato stava vincendo.

 

Il 19 luglio 1992 era domenica.

Una di quelle domeniche assolate di luglio, che in Sicilia bruciano come la lava dell’Etna, e tingono di giallo ocra sbiadito ogni cosa, dalle campagne ai palazzi in città, persino l’asfalto non sembra più grigio.

Nel pomeriggio il Giudice Paolo Borsellino con la sua Scorta si reca a far visita alla madre in Via D’Amelio, che è una via chiusa, una strada senza uscita.

Le auto della Scorta si dispongono come consuetudine, i ragazzi scendono e verificano ogni minimo dettaglio nei dintorni in pochi secondi, tutto sembra regolare, il Giudice scende dall’auto blindata.

Si avvia verso il citofono posto sulla recinzione della casa di sua madre, forse alza anche il braccio per premere l’interruttore.

La deflagrazione deve essere stata terribile.

Un’ auto che conteneva al suo interno 90 chili di esplosivo del tipo Semtex-H fu fatta esplodere con comando a distanza proprio sotto il palazzo dove viveva la madre del Giudice.

Uno scenario da guerra, con decine di veicoli distrutti ed in fiamme, palazzi gravemente danneggiati, urla strazianti e corpi dilaniati.

Muore Paolo Borsellino, la sua Scorta è decimata in quanto perdono la vita gli Agenti di Polizia Emanuela Loi, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina e Agostino Catalano.

Il mondo intero si fermò.

“Questa non è mafia, non è cosa nostra, non è terrorismo.

Questa è follia.

E’ orrore puro, partorito dalla mente depravata di maniaci perversi e vigliacchi.”

 

Chissà cosa ha pensato Antonio, sapendo di tutti i suoi compagni morti così, senza potersi difendere.

 

Chissà come si è sentito ripensando ad Emanuela Loi, prima donna poliziotto morta in servizio in Italia, arrivata volontaria a scortare Borsellino nel giugno del 92!

Una bella ragazza, tanto che persino Borsellino scherzando le diceva “Tu proteggi me? Io, devo proteggere te!”, ben consapevole che era un Agente di Polizia in gamba.

 

Chissà come si è sentito ripensando ai pomeriggi in cui si intratteneva con tutti gli altri ragazzi delle Scorte, davanti al portone blindato dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, giocando a carte o semplicemente parlando, sorridendo e discutendo magari di sport, delle famiglie, dei figli…

 

Chissà come si è sentito quando dopo il periodo passato all’Asinara, lo stesso Stato che ce li aveva mandati per sicurezza, chiese il rimborso di tutte le spese di vitto ed alloggio ai Giudici Falcone e Borsellino, che dovettero pagare di tasca loro.

 

Chissà come si è sentito Antonio nel 1989 quando dopo aver sventato l’attentato avvenuto all’Addaura, nei confronti del  Giudice Falcone e dei colleghi svizzeri Claudio Lehmann e Carla Del Ponte (con i quali portava avanti indagini sul filone dell’inchiesta Pizza Connection, ed i primi tentativi di rogatorie internazionali), potè ascoltare, leggere e vedere in tv schiere di giornalisti, benpensanti, intellettuali, uomini delle Istituzioni e politici sbugiardare Falcone addirittura insinuando che l’attentato se lo fosse fatto da solo, per fare scalpore ed avere maggiore visibilità.

 

Chissà come si è sentito tutte le volte che ha assistito a quello che oggi chiamiamo mobbing, o bossing, nei confronti di Giovanni Falcone e di tutto il Pool, da parte di organi politici e di informazione e degli stessi colleghi del Tribunale di Palermo; oppure quando dopo la sentenza del Maxiprocesso il Consiglio Superiore della Magistratura rifiutò la carica di Capo Ufficio Istruzione a Giovanni Falcone dopo le dimissioni di Antonino Caponnetto, preferendo Antonino Meli, che di fatto smembrò il Pool ed il Processo in corso a Cosa Nostra, suddividendolo nei 9 Capoluoghi siciliani.

 

Chissà cosa ha provato Antonio quando Giovanni Falcone, quel suo amico degno di così tanta stima ed affetto da parte sua, tanto che aveva chiamato Giovanni il suo secondo figlio, veniva isolato sempre di più e trattato alla stregua di un passacarte all’interno del Tribunale di Palermo, ridotto ad occuparsi di processi per reati minori ed addirittua a fare anticamera.

 

Chissà cosa ha pensato quando nel 1994 si presenta al mondo politico Silvio Berlusconi che sarà tre volte Presidente del Consiglio dei Ministri.

Un soggetto che dal 1974 e per quasi vent’anni successivi ha avuto rapporti con  Vittorio Mangano, Boss di Cosa Nostra e Capo Mandamento di Porta Nuova, spacciandolo ora per uno stalliere, ora per un tuttofare, definendolo una persona per bene ed onesta e smentito di volta in volta da fatti, intercettazioni ed indagini.

 

E chissà cosa ha pensato Antonio da uomo delle Istituzioni qual’era, ascoltando il Presidente Del Consiglio dei Ministri Berlusconi, sottobraccio a Marcello Dell’Utri, fondatore del suo partito Forza Italia ed altro soggetto vicino a Cosa Nostra e successivamente condannato per mafia, che dal podio di un comizio pubblico gridavano a gran voce che Vittorio Mangano era un eroe perchè non aveva parlato, nonostante fosse in carcere, malato e con gli investigatori che gli chiedevano un pentimento.

Un chiaro messaggio mafioso insomma, “chi parla è un infame”.

 

Chissà cosa ha pensato quando nel 2003 il sette volte Presidente del Consiglio dei Ministri ed un’infinità di volte Ministro, Giulio Andreotti, fu giudicato e condannato dalla Corte d’Appello di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa e la II Sezione Penale della Corte di Cassazione parlò di “concreta collaborazione” con esponenti di spicco di Cosa Nostra fino alla primavera del 1980, e di incontri con il Boss Stefano Bontate, capo dei capi di Cosa Nostra all’epoca.

 

Chissà cosa ha pensato quando è sparita l’Agenda Rossa di Paolo Borsellino nei minuti immediatamente successivi all’attentato in Via D’Amelio e di cui non si hanno ancora notizie; come non si conosce il perchè alle richieste antecedenti la strage, espresse da parte di Borsellino stesso, di liberare Via D’Amelio dalle auto in sosta per motivi di sicurezza, non ci furono risposte.

 

Chissà cosa ha pensato quando hanno parlato dell’esplosivo utilizzato per la Strage di Via D’Amelio, il Semtex-H, sviluppato per scopi militari e di brevetto cecoslovacco,  utilizzato dall’Armata Rossa ed in generale dalle forze armate, addirittura esportato in Vietnam per la bonifica delle mine.

Non erano candelotti di dinamite insomma, nessuna miccia da accendere, ma operazioni di posa in opera effettuate di norma da militari specializzati, ingegneri, chimici e non certo da “Binnu u Tratturi” o “Totò u Curtu”, semianalfabeti, braccianti agricoli (in Via D’Amelio vennero impiegati 90 chili di Semtex-H, corrispondenti a 900 chili di tritolo).

 

Chissà cosa ha pensato Antonio quando ha potuto leggere la sentenza di Cassazione al Processo Dell’Utri, ex Senatore della Repubblica italiana, condannato per Concorso Esterno in Associazione Mafiosa, che recita: con motivazione esente da vizi logici e giuridici“, l’imputato, assicurando un costante canale di collegamento tra i partecipi del patto di protezione stipulato nel 1974, protrattosi da allora senza interruzioni, e garantendo la continuità dei pagamenti di Silvio Berlusconi in favore degli esponenti dell’associazione mafiosa in cambio della complessiva protezione da questa accordata all’imprenditore, ha consapevolmente e volontariamente fornito un contributo causale determinante, che senza il suo apporto non si sarebbe verificato, alla conservazione del sodalizio mafioso e alla realizzazione, almeno parziale, del suo programma criminoso, volto alla sistematica acquisizione di proventi economici ai fini della sua stessa operatività, del suo rafforzamento e della sua espansione“.

Cioè un senatore ed un tre volte presidente del consiglio pagavano la mafia siciliana, promuovendo quindi la sua espansione ed il suo rafforzamento, per un periodo accertato fino al 1992.

 

Chissà cosa ha pensato Antonio nel vedere l’isolamento del Giudice Nino Di Matteo e del suo Pool impegnati in questi ultimi anni nel processo sulla Trattativa tra lo Stato e la Mafia, che tanto gli ricorda quello a cui fu sottoposto il suo amico Giovanni Falcone 30 anni fa.

 

Chissà cosa ha provato nel vedere persino un Presidente Della Repubblica, Giorgio Napolitano, intercettato al telefono con un imputato, che si rifiuta di andare a deporre al Processo sulla Trattativa Stato-Mafia e che addirittura fa in modo di far distruggere quelle intercettazioni.

 

Chissà cosa pensa Antonio di questi omuncoli delle Istituzioni che non posseggono nessuna rettitudine, nessun valore morale, che non hanno spina dorsale, che rappresentano l’espressione peggiore e più becera dell’animo umano.

 

Chissà cosa pensa Antonio.

Chissà cosa avrebbe pensato, Antonio.

Il 23 maggio del 1992 era un sabato.

 

Antonio Montinaro saluta sua moglie ed i suoi due figli piccoli di 4 ed 1 anno e mezzo, ed esce di casa al mattino per andare al lavoro, per raggiungere i suoi compagni rimasti a scortare il Giudice Giovanni Falcone, che da Roma sarebbe atterrato nel primo pomeriggio all’Aeroporto di Punta Raisi.

Dico rimasti perchè dopo il giudizio della Cassazione al Maxiprocesso di Palermo la Scorta a Falcone fu ridimensionata.

Mi sembra ovvio, aveva solamente inflitto 346 condanne,19 ergastoli e 2665 anni di carcere ad affiliati, Boss e killer di Cosa Nostra, chi mai avrebbe voluto fargli del male!

Alle 16:30 circa, l’ultima telefonata a casa per sapere dalla moglie Tina se era tutto a posto e se i bambini stavano bene.

Il piccolo corteo che partì dall’Areoporto vedeva tre Fiat Croma blindate: davanti la macchina del Capo Scorta, una Croma Marrone con a bordo Antonio Montinaro, e gli Agenti Vito Schifani e Rocco Dicillo, seguita dall’auto della “Personalità”, una Croma bianca con su Giovanni Falcone che era alla guida, sua moglie Francesca Morvillo seduta a lato passeggero e dietro l’autista Giuseppe Costanza.

A chiudere come da protocollo una terza auto, una terza Croma, azzurra, con a bordo gli altri Agenti di Scorta Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo.

Le auto percorrevano l’Autostrada A29, viaggiando a velocità sostenute ma prudenti come sempre.

Antonio Montinaro ed i suoi compagni avevano sempre mal sopportato quel tratto di Autostrada, ogni volta che dall’Areoporto dovevano rientrare a Palermo si angosciavano.

Troppo scoperto quel tratto, troppa visuale per un malintenzionato, e poi senza più l’elicottero ad aprire il percorso, con poche auto rimaste a fare Scorta, era sempre un azzardo.

Dopo poco più di 10 km dall’Areoporto, all’altezza del Comune di Isola delle Femmine, poco prima del cartello per lo svincolo di Capaci, l’orrore.

Alle 17:58 una carica di 500 chili di tritolo suddivisa in tredici bidoni posti in un cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada salta in aria.

La detonazione causa un’esplosione immane, un tratto di autostrada viene letteralmente sbriciolato e si forma una voragine enorme sulla carreggiata.

La Croma bianca su cui viaggiava il Giudice Falcone si schianta contro il muro di cemento, asfalto e detriti che si forma dinnanzi ad essa, la Croma azzurra in coda viene sbalzata in aria, ricade a terra.

I tre Agenti dell’auto in coda Capuzza, Cervello e Corbo sono feriti, sotto shock, ma sani e riescono ad uscire dalla loro vettura.

Immediatamente accorrono alla Croma bianca, cercano di aprire le portiere senza successo, il Giudice è ancora vivo, si dispongono quindi tutto intorno alla vettura stessa, pistole alla mano, convinti che i mafiosi arrivino da un momento all’altro per dare il colpo di grazia, come è loro macabra consuetudine.

Sono convinti inoltre che Montinaro, Dicillo e Schifani siano scampati a quel disastro, in quanto non vedono la Croma marrone, pensano che sono andati avanti, che abbiano chiamato i rinforzi, che presto arriveranno le ambulanze e che non tutto è perduto.

Non sanno, non immaginano nemmeno che la Croma marrone è stata colpita in pieno dall’esplosione ed è volata decine di metri al di là della carreggiata, terminando il suo volo su una collinetta, e che dei loro tre compagni rimangono pochi, irriconoscibili resti.

Successivamente, circa mezz’ora dopo, i ragazzi insieme al Giudice e sua moglie vengono scortati e trasportati in ospedale, forse ancora ignari del tremendo destino toccato ai loro compagni.

Alle 19:05, nonostante i disperati tentativi di rianimazione, Giovanni Falcone muore.

La moglie Francesca Morvillo morirà poche ore dopo.

Miracolosamente salvo l’autista Giuseppe Costanza.

Ad azionare il detonatore il mafioso Giovanni Brusca, sicario di mafia.

A predisporre un’attentato di guerra, Cosa Nostra, comandata da Totò Riina, e che vide la partecipazione dei mafiosi Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Mariano Agate, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano; oltre che i Capi Mandamenti di San Lorenzo, Salvatore Biondino, della Noce, Raffaele Ganci e di Porta Nuova, Salvatore Cancemi a cui fu affidata la logistica.

Parteciparono inoltre Giovanni Brusca, Antonino Gioè, Gioacchino La Barbera, Pietro Rampulla, Santino Di Matteo, Leoluca Bagarella, Giuseppe Agrigento, Antonino Troia, Giovan Battista Ferrante, Giovanni Battaglia e Salvatore Biondo.

La speranza, la malinconia, la forza, l’audacia, la bellezza e l’intera storia della Sicilia e della sua meravigliosa gente furono tramortite, schiacciate senza pietà dall’animo miserabile dei criminali di Cosa Nostra.

 

Giulio Andreotti non si recò a Palermo per i Funerali di Stato, ma gli italiani erano abituati a questa assenza, una settimana dopo il 3 settembre 1982, giorno dell’ omicidio del Generale Dalla Chiesa ad esempio, il giornalista Giampaolo Pansa gli chiese perché non fosse andato ai funerali del Prefetto e la sua risposta fu “Perché preferisco andare ai battesimi”.

Lo “statista”, sette volte Presidente del Consiglio, infinite volte Ministro, Senatore a vita, omaggiato di tutti gli onori possibili, a cui migliaia di persone hanno fatto la riverenza, e per cui schiere di giornalisti si sono sperticati nel tentativo di convincere tutti che fosse stato “Sempre assolto”.

Sto schifo di soggetto.

C’è una massima di cui si serviva sempre, “lo statista”, ripeteva infatti che “Il potere logora chi non ce l’ha”.

A me ha sempre fatto ribrezzo questa frase, perchè presuppone che chiunque sia corruttibile e pronto a vendere la propria dignità, dipende dal prezzo.

Prevede che chiunque voglia il “potere”, che poi di quale potere si parli lo si capisce dalla sua storia personale, fatta di concorso esterno a Cosa Nostra, quindi un potere criminale, arrogante ed intimidatorio, tipico di chi non ha altro modo di imporre le proprie idee se non attraverso la violenza.

E chi di grazia dovrebbe anelare al potere, per non essere logorato dall’invidia?

Le persone per bene e dotate di rigore morale e correttezza, oppure le chiaviche buone a nulla che invece di cercare di migliorarsi cercano scorciatoie, vendendo tutto ciò che hanno, persino se stessi?

A me questo potere non interessa signor “statista”, a me fa schifo.

 

Antonio Montinaro è morto.

Rocco Dicillo è morto.

Vito Schifani è morto.

Emanuela Loi è morta.

Vincenzo Li Muli è morto.

Walter Cosina è morto.

Claudio Traina è morto.

Agostino Catalano è morto.

Ragazzi, esempi di un’Italia possibile, fratelli, sorelle, amici, padri, partner, colleghi.

Erano tutto questo e molto altro, erano espressione di ideali altissimi, di tenacia e volontà imprescindibile.

E’ bene sapere inoltre, che lavoravano senza indennità di servizio, in quanto il loro lavoro era considerato troppo rischioso, e quindi troppo esoso per lo Stato.

 

Oggi, 2018, a noi cosa resta?

Restano processi ancora in piedi dopo 26 anni, sui mandanti “esterni” delle stragi di Capaci e Via D’Amelio, di cui ancora non si conoscono nè si definiscono i contorni.

Restano misteri tutt’ora irrisolti, come la scomparsa dei diari e dell’agenda elettronica del Giudice Falcone e dell’Agenda Rossa del Giudice Paolo Borsellino ed addirittura dei files contenuti nei loro computer, oppure i diari del Generale Dalla Chiesa, scomparsi anch’essi, solo per fare qualche esempio.

Restano le testimonianze audio, video e cartacee di tutti i giornalisti, gli intellettuali, i politici ed altri soggetti che a vario titolo denigravano quotidianamente il lavoro ed i componenti del Pool Antimafia di Palermo, cercando di deleggittimarli.

Restano personaggi delle Istituzioni contemporanei in quegli anni, alla sbarra per il processo sulla Trattativa Stato-Mafia ai giorni nostri.

 

“Ovviamente ci resta il ricordo degli eroi…” direbbe qualcuno.

Io no.

Basta con la retorica spicciola, basta con le frasi trite e ritrite che tante volte abbiamo letto ed ascoltato dovunque in questi 26 anni trascorsi.

Per definizione un eroe è una “Persona che per eccezionali virtù di coraggio o abnegazione s’impone all’ammirazione di tutti”, ma anche “Un Essere semidivino”.

Qui non si parla di eroi, ma di uomini e donne con principi sani, fatti di onestà e spirito di sacrificio, incorruttibili, portati naturalmente a distinguere il bene dal male.

Gente con le palle insomma, siano essi poliziotti, giudici, carabinieri, giornalisti o gente comune, che si oppone come può alla mafia ed a ciò che essa rappresenta.

Perchè per combattere la mafia, parafrasando proprio il Giudice Falcone, non servono   atti di eroismo, ma tutte le forze migliori delle istituzioni.

Quindi lo Stato.

E chi è lo Stato se non i cittadini, che nominano i loro Rappresentanti nelle Istituzioni?

E qui casca l’asino, e si fa molto male.

Perchè io sono stanco, esausto, nauseato da tutto questo parlare e non dire.

Chi, in ogni forma e sotto ogni atto, ha appoggiato personaggi vicini alla mafia è un vigliacco ed un complice.

Giulio Andreotti era un vigliacco ed un complice.

Tutti coloro che lo hanno appoggiato, interni ed esterni alla Democrazia Cristiana erano e sono vigliacchi e complici.

Silvio Berlusconi è un vigliacco ed un complice.

Marcello Dell’Utri è un vigliacco ed un complice.

Chiunque ad oggi ancora utilizza simboli riconducibili a Forza Italia è un vigliacco ed un complice.

Chiunque difenda in qualsiasi modo questi personaggi è un vigliacco ed un complice.

Tutti gli opinionisti, tutti i giornalisti, tutti gli intellettuali che hanno speso anche solo una parola a favore dei sopracitati sono vigliacchi e complici.

Tutti gli opinionisti, tutti i giornalisti, tutti gli intellettuali che hanno dichiarato, scritto, che Andreotti e Berlusconi sono stati sempre assolti, sono vigliacchi e complici.

Tutti gli opinionisti, tutti i giornalisti, tutti gli intellettuali che negli anni hanno attaccato a vario titolo chiunque si occupasse realmente di mafia sono vigliacchi e complici.

Tutti i politici che si sono nascosti dietro ad immunità parlamentari o forzature varie pur di sottrarsi a responsabilità giuridiche e morali sono vigliacchi e complici.

Tutti gli opinionisti, tutti i giornalisti, tutti gli intellettuali che hanno attaccato a vario titolo Nino Di Matteo ed i Giudici impegnati nel Processo sulla Trattativa Stato-Mafia, sono dei vigliacchi e dei complici.

Tutti i magistrati che hanno contrastato il lavoro di Falcone e Borsellino sono vigliacchi e complici.

Chiunque si adatta, chi striscia per non inciampare, è un vigliacco ed un complice.

 

E si capisce perchè la famiglia Borsellino, a cui va tutto il mio rispetto e la mia gratitudine, non volle funerali di Stato.

Perchè buona parte di quello Stato era vigliacca e complice.

Tanto che per fare vetrina, quei politici spinsero e convinsero le famiglie degli Agenti della Scorta del Giudice Borsellino a tenerli invece, i Funerali di Stato, salvo poi dileguarsi, scomparire, tanto che le famiglie stesse dovettero pagare le spese.

Il padre di Emanuela Loi dovette accendere un finanziamento per riportare sua figlia in Sardegna.

Vigliacchi, complici.

 

La vigliaccheria Antonio Montinaro non la capiva.

E’ un’affermazione enorme, se la si riflette per bene.

Nelle parole di un ragazzo di nemmeno 30 anni c’è tutto quello che si dovrebbe sapere per essere delle persone migliori.

Non affermava che la vigliaccheria è una qualità che lui non aveva e che magari schifava chi la possedeva.

Lui non la capiva.

Proprio non gli entrava in testa.

Non si capacitava di come una persona potesse rinunciare alla propria dignità, che lui non avrebbe scambiato o sottomesso per nulla al mondo.

 

Pochi giorni fa, ho realizzato un desiderio che avevo da tanto tempo.

Ho conosciuto la signora Tina Montinaro, moglie di Antonio e madre dei suoi due figli.

E’ successo a Pescara, in occasione del Premio Internazionale Paolo Borsellino.

La Manifestazione, nata il 3 dicembre 1992 dalla volontà del giudice Antonino Caponnetto e di quella dell’Associazione “Società Civile” di Teramo, è ad oggi molto sentita e seguita e mira ad educare la società civile alla lotta alle mafie ed a  promuovere legalità e giustizia.

La signora Montinaro era presente con la sua Associazione, “Quarto Savona Quindici, nome in codice dell’auto di scorta del giudice Giovanni Falcone.

Questa Associazione senza scopi di lucro nè connotazioni politiche e partitiche, ha come unico obiettivo “mantenere viva la memoria della strage di Capaci del 1992, trasformando il dolore in azioni concrete”.

Ed è infatti composta da “studenti, docenti, imprenditori, professionisti, impiegati, dipendenti pubblici, giornalisti, appartenenti alle forze dell’Ordine che, in prima persona e senza alcuna velleità speculativa, si impegnano quotidianamente per tenere vivo il ricordo della strage di Capaci e consegnarlo alle nuove generazioni, come paradigma di una Sicilia che non vogliamo e che non deve mai più ritornare”.

Ricordo che anni fa, quando la vidi ed ascoltai le sue parole per la prima volta in un’intervista televisiva, rimasi molto colpito.

Nessuna voglia di vendetta trapelava dalle sue parole.

Nessun gesto di stizza o di fastidio rovinarono il suo bel viso di donna partenopea.

Solo una irrefrenabile determinazione nel chiedere Giustizia.

E mi vergognai molto.

Questo è il sentimento che mi assale ogni volta che penso a chi è morto per dare a me ed a tutti gli italiani un paese migliore.

Io mi vergogno, consapevole di tutto ciò che devono pensare i parenti e gli amici delle vittime di mafia guardandosi intorno, guardando Istituzioni e politici, guardando tutto quello che è successo, nonostante il 1992.

Quando ho incontrato Tina Montinaro di persona, mi vergognavo, ero visibilmente commosso e riuscivo a stento ad articolare le frasi.

“Signora, è da tanto tempo che volevo conoscerla…mi chiamo Antonio Gambacorta, lei è mia moglie Mariangela…io, volevo ringraziarla.”

Lei ha capito, o almeno spero che abbia capito quanto mi sentissi in debito con lei, con suo marito Antonio, con Rocco Dicillo, con Vito Schifani, con Emanuela Loi, con  Vincenzo Li Muli, con Walter Cosina, con Claudio Traina, con Agostino Catalano, con Paolo borsellino, con Francesca Morvillo, con Giovanni Falcone, con Rocco Chinnici, con Ninni Cassarà, con Carlo Alberto Dalla Chiesa, con Pippo Fava, con Giuseppe Impastato e tanti, troppi per elencarli tutti.

Mi ha abbracciato forte, mi ha baciato sulle guance ed ha sorriso, e mentre mi teneva stretta la mano e mi carezzava una guancia ha detto “E Io qua sto”.

 

“Non coltiviamo altre ambizioni, se non quella di ricordare i nostri morti che non sono solo di alcuni ma patrimonio di tutta l’Italia.

Vogliamo continuare a lavorare, ogni giorno, perché tutto questo sangue non sia stato versato invano”

Tina Montinaro

 

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