ARTICA: L’uomo al guinzaglio

ARTICA: L’uomo al guinzaglio

Siamo lieti di presentarvi la nuova rubrica di arte curata dal professor Yuri Tomassini: il nome “ARTICA” fa riferimento all’arte e non al continente freddo. Siamo certi che i lettori del Fatto Teramano apprezzeranno molto i temi trattati. Buona lettura.

di Yuri Tomassini  –

1913: dopo quella ruota di bicicletta, capovolta e montata su uno sgabello da cucina, la storia dell’arte non è stata più la stessa.

Afferrare tavolozza, colori e pennelli, sedersi davanti a una tela bianca, risultava poco commendevole, ai limiti del ‘naif’.

L’autore dell’anti-monumento (‘Ruota di bicicletta’), il francesissimo Marcel Duchamp spiegò con lucidità il senso dell’operazione: in Francia i pittori erano considerati stupidi, e lui voleva estinguere per sempre la nomea trasformando l’artista in un intellettuale, produttore di oggetti ‘concettuali’ che avrebbe chiamato ready-made (bell’e fatti).

Non era importante l’opera d’arte in sé, ma il processo mentale, l’idea alla base di una determinata azione, operazione o produzione.

Meno che decisivo risultava che l’opera fosse uscita direttamente dalle mani ‘divine’ dell’artista, si poteva acquistarla come una merce qualsiasi in un grande magazzino dietro l’angolo: si sceglie un oggetto possibilmente banale, gli si cambia destinazione esponendolo in un luogo deputato all’arte e il gioco è fatto.

Se l’opera potesse essere giudicata bella o brutta era l’ultima delle preoccupazioni di Duchamp, motivazioni e finalità erano altre\oltre.

L’anno dopo, negli Stati Uniti, si procurò grazie alla sorella che viveva in Francia uno scolabottiglie e di nuovo stesso discorso, lo impose come opera d’arte.

Dopo arrivarono l’‘Orinatoio’ e la ‘Gioconda con i baffi’, e per i successivi sessant’anni l’arte che contava ha camminato nel solco scavato dai ready-made duchampiani, con esiti sbalorditivi o paradossali: persone, animali, oggetti di ogni sorta, cose materiali e immateriali, luoghi sono diventati materia prima del fare arte: era nata l’arte ‘concettuale’.

Come quando a Vienna, nel 1968, una donna fu vista (e fotografata) mentre portava a spasso un uomo al guinzaglio.

La giovanotta si faceva chiamare Valie Export ma il nome di battesimo era Waltraud Lehner.

Performer femminista e estrema (almeno per quegl’anni) usava il proprio corpo per mettere in crisi la millenaria concezione che il maschio aveva dell’immagine e del ruolo della donna.

Le sue performance denunciavano i modi in cui media rappresentavano i corpi femminili e lo status immodificabile a cui erano condannati, specie nell’Austria di quegli anni in cui molti atteggiamenti nei confronti delle donne erano infestati ancora dell’ideologia nazista.

L’arte diventava un’arma da scagliare contro ingiustizie e prevaricazioni, contro il maschilismo, con l’utilizzo del paradosso e del ribaltamento dei ruoli, come in ‘Portfolio della caninità’.

Le donne-artiste (quelle femministe) diedero voce al dissenso, smisero di allinearsi, protestarono e rigettarono il paradigma diventato intollerante della figlia-madre-sposa, anche al prezzo della solitudine e della marginalità incompresa.

Tutto ciò che era maschio era sbagliato: la guerra, il sistema sociale e produttivo, le ideologie, il progresso che annienta gli individui e la natura.

Allora giù, in ginocchio, a strisciare sull’asfalto con un guinzaglio intorno al collo.

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