Maestoso è il raccontarsi: quando la vita palpita nelle parole delle quali la vestiamo

Maestoso è il raccontarsi: quando la vita palpita nelle parole delle quali la vestiamo

di Maria Cristina Marroni  –

Un narratore deve innanzitutto misurarsi con la capacità di raccontare se stesso e l’esordiente Sara Gamberini lo fa in maniera sontuosa. Il romanzo “Maestoso è l’abbandono”, Hacca Edizioni, è una storia assoluta, sentimentale e cerebrale, piena di significato nella sua apparente insensatezza: “Ci sono gli amori che hanno a che fare con i percorsi, quelli che hanno a che fare con la solitudine e poi ci sono quelli che non servono a niente, gli amori altissimi”.

La protagonista è Maria, in realtà Teresa all’anagrafe, una donna ricamata con l’inchiostro, il soggetto reale e onirico al tempo stesso, solida come il marmo e fragile come cristallo, troppo sobria e troppo alcolica, saggia e selvaggia, riflessiva e istintiva come il cervo che campeggia in copertina, indefinito e straniante, una creatura non suscettibile di essere messa a fuoco.

L’evoluzione femminile spinge al ritorno alla libertà, ad una presa di coscienza della natura selvatica che impone di abbandonare l’uomo per il quale ci si è inutilmente sacrificate nella ricerca di una guarigione, il dottor Lisi, l’analista, un uomo la cui dissolvenza è inversamente proporzionale al riappropriarsi della fiducia in se stessa, perché “il cielo è rosa e giallo in assenza del dottor Lisi” e tutte le strade portano, inevitabilmente, all’abbandono.

Colpevolizzarsi è una tentazione, annullarsi nel proprio lui è una debolezza dalla quale fuggire prendendo le dovute distanze dal mondo, quel mondo cui ci si sente di appartenere disperatamente proprio nell’atto di allontanarsene.

Il vortice dei sensi di colpa induce all’abbandono dell’uomo che era oggetto e soggetto di una fede, fra vicende introspettive e derive nell’alterità, fra l’inconscio e l’eccessivamente conscio, come un pendolo chi oscilli laddove l’innamoramento scocca come una freccia che vada a segno su un uomo impossibile: sensibile e gelido, riservato ed esaltante, evanescente e ingombrante, sussurrato e maiuscolo.

Sullo sfondo, onnipresente, Lucia, la madre-bambina, l’interprete dell’invisibile, che spesso ha più forza e luce della materia: “è primavera da sempre in questo ricordo” e nella primavera, si sa, non c’è sempre il sole, ma anche buio e pioggia, in fondo però “il cielo pieno di nuvole è una promessa di pace, sembra ci si possa perfino innamorare”. L’amore per Lucia resiste a tutto: alle cene mancate a causa di qualche emergenza emotiva, al senso di estraneità, all’anarchia. “Mi emozionavo nel sentire tornare il pungolo dell’amore, dalla fessura sotto la porta entrava, spinto dagli spifferi, l’incantesimo dell’affetto che resiste a tutto”.

“Ogni volta che si pronuncia la parola madre nello studio di uno psicanalista dovrebbero levarsi musiche celestiali a ricordare che si arriva dal cielo nel ventre di chi ti avrà in sorte”.

La formazione di una ragazza non è questione di eventi o di esperienze, di circostanze o di situazioni, bensì è un tessuto sotterraneo, una trama oscura nutrita di simbologie e di occasioni, di passaggi in ombra e di mutazioni che sfuggono alla razionalizzazione.

Questione di punti di vista: “Non esistono passato e futuro, e dunque nemmeno separazione tra ciò che siamo stati da bambini e ciò che siamo e saremo: è solo questione di sguardo”.

Già, lo sguardo. Leggendo il libro si viene colti da una sensazione di alienazione, una perdita di definizione che trova una perfetta sintesi nella straniante copertina che disturba lo sguardo e costringe a fare i conti con una sensazione di fastidio, del tutto superficiale e priva di spessore umano, di sostanza carnale, di peso specifico.

La leggerezza dell’essere non è insostenibile, è volatile, persino gassosa: “Lorenzo era convinto che l’amore e il desiderio producessero attaccamento, attitudine che intendeva allontanare dalla sua vita perché causa di infelicità”.

La scrittrice si addentra in un bosco privo di consistenza, dove l’essere si sfarina poiché nulla lo lega a se stesso, la logica svapora al cospetto di una materia onirica alla quale occorre tributare il dovuto rispetto: “Il destino conosce ogni cosa ed è materia dell’indicibile”.

La protagonista vive una condizione di minorità della quale vuole rendersi consapevole, rifiuta l’ambizione e si confronta con le umane debolezze quasi voluttuosamente, come per slegarsi dai lacci invisibili della limitatezza, dell’io, della volontà, e abbracciare la rinuncia, l’abbandono.

Ed è proprio l’abbandono ad essere erto a monumento, a stile supremo, a consapevolezza della caducità delle cose, all’effimera voluttà, al gusto della sconfitta, al piacere della perdita che può essere subìta o assecondata, ma comunque dev’essere maestosa, perché fa parte di noi, come “chi penzola su un filo tra dentro e fuori”.

Maria è come il funambolo Philippe Petit, sospesa su un cavo d’acciaio tra le Torri Gemelle: avanza su quel filo con il batticuore, con la paura del baratro. La terra la richiama in basso, ma il cielo la attrae indicibilmente verso l’infinito, con le sue ali invisibili.

La copertina del libro di Sara Gamberini

3 Responses to "Maestoso è il raccontarsi: quando la vita palpita nelle parole delle quali la vestiamo"

  1. Antonio   3 maggio 2018 at 15:13

    Maestosa è questa scrittura: come sempre inimitabile, Cristina!

  2. Amen   4 maggio 2018 at 8:22

    Le segnalo un libro che ho appena finito di leggere (ma forse Lei mi ha preceduto!):
    John Williams (1922 – 1994), Stoner. Fu scritto nel 1965 e all’epoca stranamente non ebbe mollto successo. È la storia di un professore universitario americano, una recente riscoperta che ha suscitato l’ammirazione di scrittori del calibro di Ian McEwan. Vorrei avere le Sue doti di critico per poterlo commentare come merita…

  3. Maria Cristina Marroni   6 maggio 2018 at 15:23

    Gentile Amen, acquistai Stoner appena riedito, qualche anno fa ormai. Tuttavia non l’ho mai letto. Seguirò con piacere il suo consiglio. M. Cristina

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