La Finestra del Poeta: Miklós Radnóti

La Finestra del Poeta: Miklós Radnóti

di Massimo Ridolfi  –

“Tajtékos égen ring a hold,

  csodálkozom, hogy élek.”

IL RACCONTO

Miklós Radnóti (Miklós Glatter) nasce a Budapest il 5 maggio 1909, primogenito di una famiglia di ebrei assimilati, cioè non praticanti. Lo stesso Miklós non seguirà mai i precetti ebraici.

Sua madre, Ilona Grosz, muore portandolo alla luce a soli 28 anni. Con la madre Miklós perde nello stesso momento anche il fratello gemello: il lutto avvolge pesantemente il primo vagito del futuro poeta.

Jakab Glatter, suo padre, già vedovo a soli 35 anni, porta avanti la propria esistenza e quella del piccolo Miklós continuando il lavoro di rappresentante di commercio, che svolge per l’azienda del cognato Dezső, la Brück  &  Grosz  di  Budapest. Nel 1911, anche su insistenze dei propri famigliari, che lo ritengono ancora troppo giovane per rassegnarsi alla vedovanza, per di più con un figlio di appena due anni a carico, Jakab si risposa con un’altra donna, la ventiseienne Ilona Molnár, di origini rumene, da cui nel 1914 avrà una figlia, Ágnes. Miklós amerà questa sua madre, l’unica che ha conosciuto, e questa sua sorella, l’unica reale discendenza lasciatagli dal padre, totalmente all’oscuro di quanto accadutogli intorno quando è arrivato al mondo.

Dal 1915 al 1923, Miklós frequenta le scuole elementari e medie vicino casa.

Il 21 luglio 1921 Miklós, appena dodicenne, rimane solo: Jakab Glatter quel giorno è stroncato da un ictus all’età di 47 anni e la matrigna, per motivi economici, lo affida allo zio Dezső e torna con Ágnes in Romania. Dezső Grosz, il benestante fratello scapolo della madre naturale del poeta, noto produttore di tessuti, accetta di fargli da tutore e avrà cura di Miklós come fosse suo figlio o, meglio, come fosse quel figlio che non avrà mai, neppure dopo sposato. Solo adesso il poeta è messo a conoscenza che Ilona Molnár non è la sua vera madre biologica e del destino di Ilona Grosz e di suo fratello gemello. Questa rivelazione peserà moltissimo sulla formazione del giovane Miklós e del futuro poeta, che inizia appunto la sua ricerca lirica affrontando il tema della morte, che ha da subito segnato drammaticamente il suo cammino terreno. Lo zio Dezső, però, sarà sempre al suo fianco compensando in ogni modo la sfortunata ma giovane esistenza del nipote.

Dal 1923 al 1927, su indirizzo dello zio Dezső, che vuole prepararlo alla via degli affari, Miklós frequenta l’istituto tecnico commerciale, anche se già da subito senza particolare interesse. Qui, difatti, iniziano anche le sue prime “distrazioni” di carattere letterario e i suoi primi esperimenti di scrittura creativa, arrivando pure a pubblicare alcune sue prime prose sulle varie riviste studentesche.

È nel 1926 che Miklós incontra per la prima volta Fanni Gyarmati, che conosce a casa del professore di matematica dove lo zio Dezső lo ha inviato per prendere delle ripetizioni. Fanni Gyarmati è figlia unica di Dávid Dezső Gyarmati, che lavora come stenografo nelle aule del Parlamento Ungherese, e Aranka Weisz, casalinga. Quella dei Gyarmati è una classica famiglia cattolica piccolo borghese. Fanni, nata a Budapest l’8 settembre 1912, è una deliziosa quattordicenne piena di vita e di passioni. Insieme i due giovani coltivano i loro interessi culturali e frequentano il circolo letterario dedicato al patriarca della poesia ungherese Bálint Balassi (1554 – 1594).

Nel 1927 Miklós si diploma con buon esito, e negli anni di scuola superiore si distingue anche nelle discipline sportive, come nel calcio e nell’atletica leggera, aggiudicandosi diversi premi:  proprio a causa di un infortunio accorsogli durante l’attività sportiva, che lo costringerà a letto per qualche tempo, ha modo e occasione di avvicinarsi ancora di più alle lettere attraverso intense ore dedicate alla lettura.

Sempre nel 1927 e appena conseguito il diploma di scuola superiore, lo zio Dezső lo invia per un anno  a studiare a Reichenberg (l’attuale Liberec nella Repubblica Ceca) affinché acquisisca una ancor più specifica preparazione commerciale ed economica, che faciliterebbero e arricchirebbero il suo ingresso nell’azienda di famiglia. Miklós invece si appassiona e smarrisce definitivamente nell’intreccio fantastico delle lettere che compongono versi. Il ragazzo passa le sue giornate scrivendo poesie, facendo sport e perdendo la testa dietro una giovane tedesca, Klementine Tschiedel, cui dedicherà anche una serie di poesie. Nello stesso tempo continua a curare la sua corrispondenza con Fanni Gyarmati, rimasta a Budapest. Con “Tini”, così chiama nell’intimità la sua fidanzatina tedesca, di un anno più giovane, Miklós avrà la sua prima vera e completa relazione amorosa.

Nel 1928, rientrato a Budapest senza aver combinato granché alla scuola tecnica di Reichenberg, con grande disperazione dello zio Dezső, Miklós prosegue i suoi studi letterari. Nell’ottobre dello stesso anno, insieme ad alcuni amici del circolo letterario Bálint Balassi, Miklós partecipa alla ideazione e redazione di una rivista culturale, “Haladás” (Progresso), dove pubblica anche le sue prime due poesie. Lavora anche nell’azienda di famiglia occupandosi di curare la corrispondenza commerciale e, nel frattempo, con il profondo disaccordo dello zio Dezső, che lo vorrebbe interamente dedicato agli affari, prepara gli esami di ammissione alla facoltà di lettere, dove è necessaria una maggiore specializzazione nella materia come, ad esempio, la conoscenza del latino, che invece Miklós non ha mai studiato non essendo parte dei programmi di formazione dell’istituto commerciale dal quale proviene.

Nel 1929, assieme ai fondatori della rivista “Haladás”, pubblica una antologia della nuova poesia ungherese dal titolo “Jóság” (Bontà), dove trovano spazio ben dodici sue poesie. Ma il fresco impegno culturale continua nel suo naturale sviluppo intellettuale con la fondazione di una nuova e più matura rivista letteraria, “Kortárs” (Contemporaneo).

I primi di marzo del 1930, a 21 anni, Miklós Radnóti pubblica la sua prima raccolta di poesie, “Pogány köszöntő” (Saluto pagano), iniziando a firmarsi con il cognome d’arte Radnóti, in sostituzione di quello paterno come omaggio al nonno Jónás Glatter. Difatti, il paese natale di nonno Jónás è Radnovce, un piccolo villaggio sito nell’attuale Slovacchia, che in ungherese si pronuncia “Radnót”. E potremmo ulteriormente tradurre integralmente il nome d’arte scelto dal poeta in “Nicola da Radnóti”, vezzo non insolito in quel periodo storico tra gli artisti dell’est, che desiderano in questo modo collegarsi alla tradizione rinascimentale europea. La famiglia Grosz, cioè quella materna, è invece originaria di Vác, un piccolo villaggio dell’Ungheria settentrionale ai confini con la Repubblica Slovacca. Ma la scelta di Miklós Radnóti segna soprattutto il preciso raggiungimento di una propria “coscienza poetica”.

Sempre nel 1930, non può accedere agli studi accademici presso la Cattolica Università Péter Pázmány (1570 – 1637) di Budapest in quanto non è rientrato nel numero chiuso dei posti riservati alla popolazione ebraica.

Nel dicembre dello stesso anno accede però alla facoltà di lettere presso la altrettanto Cattolica Università Ferencz József I° (Francesco Giuseppe I° d’Austria, 1830 – 1916) di Szeged (Seghedino), a 170 km a sud della capitale ungherese, vicino al confine serbo. Da Szeged continua a curare la sua relazione a distanza con Fanni Gyarmati, che tiene informata di tutto quello che gli accade intorno, anche dei fatti meno importanti e marginali, come i suoi continui cambi di stanza. Negli anni universitari è tra i fondatori e animatori della “Accademia delle Arti della Gioventù di  Szeged”, associazione culturale espressione della sinistra studentesca, con cui riesce a pubblicare nel tempo due sue raccolte di versi, “Lábadozó szél” (Vento debole, 1933) e “Újhold” (Novilunio, 1935).

Qui, oltre alla rinascente sinistra ungherese, incontra Padre Sándor Sík (1889 – 1963), poeta e docente carismatico con il quale Radnóti stringerà un forte sodalizio intellettuale che durerà tutta la vita. Radnóti, sempre grazie a Padre Sík, avrà negli anni di accademia anche il suo primo importante e significativo contatto con la religione cattolica e con i valori cristiani, che il giovane poeta riesce nel suo intimo a far convivere con i temi dell’ideologia comunista, che pure lo affascinano.

Un altro docente dell’Università di Szeged che avrà una forte influenza sul poeta è Béla Zolnai (1890 -1969), severo professore di storia della letteratura e linguistica e, per giunta, fervente cattolico.

Radnóti si avvicina, anche se non troppo convintamente, all’illegale Partito Comunista Ungherese, per il quale scrive due canti per la classe operaia.

A fine marzo 1931 pubblica la sua seconda raccolta di versi, “Újmódi pásztorok éneke” (Canto nei nuovi pastori), che si tramuterà per Miklós Radnóti in un tuffo doloroso nella realtà politica del suo paese.

Il 14 aprile del 1931, su ordine della magistratura ungherese, il “Canto nei nuovi pastori” viene sequestrato perché le poesie in esso contenute sono ritenute pornografiche e offendono la religione di stato: l’Ungheria è a maggioranza cattolica. In uno dei testi incriminati, la poesia “Arckép” (Ritratto), i versi del poeta dicono: “Ho ventidue anni. Così doveva/apparire anche Cristo in autunno/alla mia stessa età; non aveva ancora/la barba, era biondo e le ragazze/lo sognavano di notte!” Radnóti subisce anche una severissima perquisizione domiciliare dove sono confiscati tutti i suoi manoscritti e diverse copie del libro oggetto di scandalo. L’8 dicembre viene processato e condannato per questo a otto giorni di prigione. Tale evento troverà sfogo in una tra le sue più note composizioni liriche, la poesia “1931 április 19” (19 aprile 1931) dove Radnóti scrive, probabilmente, i primi suoi versi resistenziali; la poesia si chiude con la seguente memorabile stanza: “Mi sveglierò anch’io! sulla treccia/d’oro della mia amata urlerà la luce del sole,/oscillando, la mia ombra crescerà fino al cielo/e con i miei ventidue anni sfrontati stanotte/per cena mangerò tre stelle!” Dopo questa preoccupante esperienza, il poeta avrà maggior cura nella conservazione dei suoi testi, facendone più copie manoscritte che nasconde in luoghi diversi o consegna ai suoi amici più fidati.

Con la dissoluzione dell’Impero Austro-Ungarico dovuta alla disfatta del 1918 (Prima Guerra Mondiale), l’Ungheria sprofonda nella guerra civile tra filosovietici e conservatori, che finisce con una violenta repressione dei primi fino allo stabilirsi di una giunta militare guidata dall’Ammiraglio Miklós Horthy (1868 – 1957), che sfocia in breve tempo in un regime fascista, soprattutto quando l’Ammiraglio Horthy nomina Primo Ministro Gyula Gömbös, profondo stimatore di Benito Mussolini (1883 – 1945), che si ispirerà all’Italia fascista come modello di governo.

Nonostante la disavventura giudiziaria, Radnóti non smette le sue attività letterarie e accademiche e inizia pure la sua collaborazione con la importante rivista culturale “Nyugat” (Occidente), dove scrivono i maggiori intellettuali del periodo e “contenitore ideale” della nuova poesia ungherese. Tra questi letterati troviamo, prima di tutti, il direttore della rivista Mihály Babits, poeta già noto in tutta Europa per la sua versione in lingua magiara della “Divina Commedia”, che lo ha impegnato per più di un decennio, opera per la quale riceve il “Premio San Remo” del Regno d’Italia, retto da Vittorio Emanuele III di Savoia (1869 – 1947).

Nell’autunno del 1932, Miklós Radnóti supera il primo esame utile per accedere all’insegnamento nella scuola pubblica.

Nel giugno del 1934, il poeta si laurea con lode in filologia presentando una tesi sull’opera della scrittrice ungherese Margit Kaffka (1880 – 1918), i cui testi hanno introdotto la letteratura ungherese nel novecento europeo insieme agli scritti del poeta Endre Ady (1877 – 1919), riprendendo e rinnovando la lezione di Sándor Petőfi (1823 – 1849), il grande poeta nazionale, eroe rivoluzionario indipendentista, martire della Rivoluzione Ungherese del 1948 contro il dominio degli Asburgo.

Per l’anno scolastico 1935-36,  Radnóti ottiene una cattedra all’Istituto Superire Ginnasiale Zsigmond Kémeny (1814 – 1875) di Budapest, dove completa il suo tirocinio utile all’accesso all’insegnamento nella scuola pubblica.

Nell’agosto del 1935, il poeta sposa Fanni Gyarmati e, insieme, si stabiliscono in un piccolo appartamento. Miklós lascia l’impiego nell’azienda di famiglia e va a lavorare come insegnate di ortografia nella scuola privata dei suoceri, in attesa di una cattedra nella scuola pubblica, allontanandosi definitivamente dagli interessi commerciali coltivati per lui dallo zio Dezső, che continua comunque a sostenerlo economicamente riservandogli una piccola rendita mensile. Il matrimonio non rallenta gli impegni letterari di Radnóti, anzi inizia a partecipare con continuità a letture pubbliche dedicate alla poesia.

Nel settembre del 1936, il poeta supera l’esame finale utile alla docenza ottenendo il diploma di professore di lettere con specializzazione in letteratura francese, ma non otterrà mai la tanto agognata cattedra nella scuola pubblica causa le norme introdotte dal Governo Gömbös, che escludono gran parte della popolazione ebraica dalle cariche statali. Miklós Radnóti, da qui in avanti, sopravviverà sostenendosi con la rendita versatagli mensilmente da Dezső Grosz, lavori precari, pubblicazioni, letture pubbliche e lezioni private.

Negli anni a venire riesce a racimolare qualcosa in più per vivere dedicandosi alla traduzione e riuscendo a far pubblicare con fatica alcune sue versioni in lingua magiara di importanti poeti stranieri. Miklós Radnóti traduce con tanta passione e poco riscontro, soprattutto economico, i classici greci e latini – importante per il poeta sarà l’influenza dell’opera di Virgilio (70 a.C. – 19 a.C.), soprattutto le dieci egloghe delle “Bucoliche” –  e i moderni e contemporanei poeti francesi, tedeschi e inglesi. Per Radnóti la traduzione è un tentativo di evasione dall’orrore culturale che lo sta circondando e che vede benissimo con estrema, dolorosa lucidità; è, ancora, un tentativo di apertura dei confini nazionali a moti etici e morali; è, in qualche modo, un tentativo di avvicinamento per assorbimento; è, sempre, un tentativo di spezzare e condividere il pane della parola, che nutre, che sazia.

Radnóti, per fame di cultura, un giorno arriva a vendere il suo abito migliore pur di riuscire a comprare i “Diari” di André Gide (1869 – 1951): insieme al “verbo paterno” della Sacra Bibbia, la parola di André Gide, che sente invece fraterna,  gli sarà di conforto nei vari campi di lavoro che lo attendono, dove si trascinerà portandosi dietro i due libri, almeno finché gli sarà possibile farlo senza rischiare di essere ammazzato per questo.

Il 6 ottobre del 1936, a Monaco di Baviera, il Primo Ministro Gyula Gömbös, primo capo di governo a far visita ad Adolf Hitler appena salito al potere nel 1933, muore all’età di 50 anni causa un tumore ai testicoli di cui soffriva da tempo. Ma la dipartita del gerarca fascista non frenerà la deriva razzista intrapresa dalla giunta militare comandata dall’Ammiraglio Miklós Horthy, che promulgherà la prima delle “speciali leggi ebraiche”, la “Legge 15/1938”, che entrerà in vigore dal mese di maggio del 1938 e che si allineerà sul modello delle “Leggi di Norimberga” promulgate dal Führer in persona il 15 settembre 1935 durante il Congresso del Partito Nazista. E a nulla serve il manifesto “Appello alla Coscienza della Nazione” con cui sessanta personalità di nazionalità ungherese, non ebraiche e presenti in ogni parte del mondo, protestano contro la misura antisemita introdotta in patria: tra i firmatari troviamo il compositore Béla Bartók (1881 – 1945), strenuo oppositore del nazionalsocialismo. Tale “misura legislativa” anticipa addirittura il vergognoso “Manifesto della Razza” firmato il 5 agosto del 1938 dagli “scienziati” italiani, e precorre le “Leggi Razziali Fasciste” promulgate in Italia dal Duce in persona il 18 settembre 1938 a Trieste da Piazza Unità d’Italia. Ma già le norme del 1921, sempre promulgate dalla Giunta Horthy, che regolavano l’accesso agli studi accademici in base alla percentuale delle etnie presenti nella popolazione ungherese, che appunto impedirono a Miklós Radnóti di accedere alla Università Péter Pázmány di Budapest, avrebbero dovuto essere interpretate come un preoccupante campanello di allarme di quello che sarebbe accaduto in seguito. Ma in Ungheria, forse più che altrove, l’antisemitismo è un atteggiamento oltremodo antistorico, non etico e immorale, considerato che la città di Budapest ha dato i natali ai padri del Movimento Sionista Max Nordau (1849 – 1923) e Theodor Herzl (1860 – 1904), di cui tuttora ne osserviamo i dolorosi esiti in Terrasanta; e che già dalla sua nascita, avvenuta a Basilea nel 1897, trovò anche all’interno della comunità ebraica delle posizioni contrarie; e basti ricordare il pensiero dello scrittore austriaco Stefan Zweig (1881 – 1942) che, da ebreo laico, riteneva il sionismo nazionalista una idea errata, appoggiando invece una pacifica assimilazione del popolo ebraico nelle nazioni ove si trovassero, posizione purtroppo minoritaria, soprattutto dopo la fine del secondo conflitto mondiale e l’emersione della tragedia dell’Olocausto.

Il razzismo è un virus sempre attivo che alberga in ogni uomo, che tende a formare nella persona che lo ospita il convincimento di una presunta superiorità rispetto a determinati popoli ritenuti “inferiori”, e ad assimilare il comportamento illecito o semplicemente deprecabile  del singolo individuo con la sua etnia di appartenenza, e questo va ben oltre il “solo” odio religioso. A tale pericolosissima epidemia, che rischia di esplodere ogni giorno, possiamo unicamente contrapporre, a partire da noi stessi, una quotidiana e costante pratica della memoria.

Ma tornando al 1936 e alla vita di Miklós Radnóti, al poeta in quell’anno è assegnato clamorosamente il prestigioso “Premio Baumgarten”, i quel periodo storico tra i più importanti riconoscimenti europei, per il suo quinto libro di poesie “Járkálj csak, halálraítélt!” (Cammina pure, condannato a morte) dove i versi del poeta sono gonfiati e tesi dal clima politico dei tempi, che l’intero libro denuncia.

Con i soldi del premio, nell’estate del 1937 Miklós Radnóti decide di concedersi una inaspettata vacanza e con la moglie Fanni trascorre un mese a Parigi, dove soffiano incensurati i venti caldi della Guerra Civile Spagnola. I coniugi Radnóti partecipano anche ad una manifestazione di solidarietà per le vittime di Guernica, proditoriamente bombardata il 26 aprile del 1937 dall’aeronautica italiana (Aviazione Legionaria) e tedesca (Legione Condor) in supporto del colpo di stato di Francisco Franco (1892 – 1975). Miklós e Fanni visitano pure l’Expo organizzato con l’intento di distendere le tensioni politiche e pacificare le nazioni europee, ma tutto ciò senza alcun successo: nel padiglione spagnolo vedono il grande quadro “bianco e nero” che Pablo Picasso (1881 – 1973) ha dipinto in omaggio alle vittime del bombardamento sulla cittadina basca, “Guernica” appunto.

Radnóti tornerà altre volte a Parigi su invito della Franch Pen Club, organizzazione internazionale che dal 1921 si occupa di una importante iniziativa culturale che ha lo scopo di avvicinare opere e scrittori di tutto il mondo.

Il poeta continua le sue pubblicazioni e nel dicembre del 1938 porta alle stampe “Meredek út” (Salita).

Nel 1939  Radnóti, insieme a Padre Sándor Sík, cura la riedizione aggiornata, dall’ungherese antico alla lingua magiara contemporanea, di un arcaico libro di preghiere cattoliche.

Nel giugno del 1940 viene pubblicata in Ungheria una antologia di poesie di Guillaume Apollinaire (1880 – 1918), che Radnóti ha tradotto insieme a un altro poeta ungherese, István Vas (1910 – 1991); il poeta pubblica anche una propria antologia scelta che raccoglie testi scritti dal 1930 al 1940, tra i quali nove poesie inedite.

Nel settembre dello stesso anno iniziano una serie preoccupante di persecuzioni a danno del poeta, che lo vedono vittima di pubbliche umiliazioni in quanto ebreo ed è pure costretto per alcune settimane ai lavori forzati e, per questo, inviato in una sorta di “campo correzionale” dal quale sarà rilasciato solo il 18 dicembre. In questi “programmi di correzione”, gli internati sono addestrati e organizzati in specifici reparti di servizio civile utilizzati in attività di supporto logistico all’Esercito Ungherese.

Nel 1940 viene a mancare anche Dávid Dezső Gyarmati, fatto che, in più, peggiora ulteriormente le loro già ristrette condizioni economiche.

Il 20 novembre del 1940 l’Ungheria entra a far parte delle Potenze dell’Asse affiancando Italia e Germania nel secondo conflitto mondiale. La Giunta Horthy partecipa attivamente anche alla “Soluzione finale della questione ebraica”, essendo ormai l’antisemitismo ben radicato nella destra ungherese; e c’è una ulteriore stretta censoria sulla stampa e sull’informazione radiofonica, come pure una dura repressione di tutte le attività politiche contrarie al regime, con la conseguente persecuzione di organizzazioni filo socialiste o comuniste.

Ma tutto questo non fiacca le forze intellettuali di Miklós Radnóti, che nel 1941 cura la pubblicazione delle poesie di Attila József (1905 – 1937), come omaggio all’amico e, forse, al più noto poeta ungherese del novecento, lasciatosi tragicamente travolgere da un treno il 3 dicembre 1937, all’età di 32 anni, nei pressi del piccolo villaggio di Balatonszárszó, dove viveva con la sorella e il cognato da quando gli era stata diagnosticata una grave forma di schizofrenia che lo aveva portato a perdere il lavoro e all’esclusione nel 1932 dal Partito Comunista Ungherese con l’accusa di “deviazionismo”.

Nella primavera dello stesso anno, Radnóti inizia una relazione extraconiugale con una amica della moglie, la pittrice Judit Beck (1909 – 1995), che porterà avanti per circa un anno e di cui Fanni è a conoscenza: nonostante ciò, lei riuscirà a perdonare Miklós e a rinnovare la loro storia d’amore.

Il 4 agosto 1941 muore Mihály Babits, che da alcuni anni soffriva di un tumore alla laringe, che nel tempo gli aveva tolto pure la parola. Radnóti dedicherà una poesia in ricordo del severo e amato Maestro, “Csak a bőr és a csontok és a fájdalom” (Solo pelle e ossa e dolore).Nell’autunno dello stesso anno in Ungheria c’è anche la pubblicazione di una antologia della poesia europea che ha l’intento epico di registrarne gli scritti più significativi partendo dai lirici greci e latini, fino a risalire alla contemporaneità. Il volume si intitolerà “Szerelmes versek” (Poesie d’amore) e tra i traduttori compare anche Miklós Radnóti. Ma la pubblicazione, che rappresenta un vero atto di Resistenza contro l’appiattimento culturale nazifascista, non avrà vita facile, difatti subisce diverse censure da parte degli uffici governativi.

L’impegno politico di Miklós Radnóti prende sempre più forma con la sua partecipazione a numerose manifestazioni pacifiste contrarie al regime, testimoniando così l’eredità culturale lasciata dai grandi patrioti ungheresi come Mihály Táncsics (1799 – 1884), Mihály Vörösmarty (1800 – 1855), Lajos Kossuth (1802 – 1894) e, ovviamente, Sándor Petőfi.

Nel dicembre del 1941, il poeta riesce pure a pubblicare un taccuino di poesie, “Naptár” (Calendario), svicolando le paratie della censura, così come ha praticamente sempre fatto per altre sue raccolte nell’ultimo decennio, soprattutto dopo la disavventura giudiziaria patita nel 1931. Nelle dodici poesie contenute nel libro descrive i mesi dell’anno o, meglio, lo scorrere del tempo in caso di guerra.

Il 17 marzo del 1942, Miklós Radnóti, in una drammatica lettera indirizzata a Aladár Komlós (1892 – 1980), direttore di “Ararát”, importante rivista di cultura giudaica cui il poeta rifiuta di dare alcuni testi per la pubblicazione, spiega il suo rapporto con la religione ebraica con le seguenti parole: “Io non ho mai negato le mie origini giudaiche, appartengo alla ‘confessione israelitica’ ancora oggi […] ma non mi sento ebreo, non ho ricevuto una educazione religiosa, non ne ho bisogno e non la pratico”, concludendo che le sue radici giudaiche non hanno avuto alcuna influenza sulla sua identità intellettuale, spirituale e poetica, e accusando che gli eventi storici hanno trasformato la sua discendenza “biologica” nel suo maggior “problema di vita”. Miklós Radnóti in questa lettera, scritta con l’inchiostro delle lacrime e del sangue, rivendica il suo essere poeta in lingua magiara e la sua sola appartenenza alla terra-patria di Ungheria; il suo amor-patrio, il suo legato culturale con la lingua e le tradizioni ungheresi, queste innegabili e irrinunciabili, sono la sua religione, che manifesta nella poesia sua più famosa, “Nem tudhatom…” (Non posso sapere…), dove raggiunge l’abbandono della preghiera: “Certo, siamo colpevoli, come gli altri popoli,/e sappiamo in cosa abbiamo peccato, quando, dove e come,/ma qui vivono anche lavoratori, poeti innocenti,/e bimbi in fasce nei quali cresce la ragione”, in questa poesia il poeta dice la Sua preghiera e chiede salvezza per il suo popolo, nessuno escluso, e per ogni zolla della sua terra-patria: una posizione questa sicuramente anti sionista.

Ma ciò non lo salva dalle persecuzioni: per le sue attività politiche e letterarie, il poeta nel luglio del 1942 è di nuovo deferito ai campi di lavoro; ne uscirà nella primavera del 1943.

Il 2 maggio 1943, dopo un lungo travaglio spirituale che trova il suo inizio negli anni di Szeged, Miklós Radnóti si converte al cattolicesimo battezzandosi nella Cattedrale di Santo Stefano a Budapest. Il poeta è battezzato da Padre Sándor Sík in persona. Come padrino sceglie il professore Béla Zolnai. Tale sua intenzione è espressa pure nella lettera indirizzata a Aladár Komlós, che preannuncia una sua prossima conversione. Radnóti, da questo momento in avanti della sua vita, vuole manifestare la propria piena adesione intellettuale, come attinente attività dello spirito, all’insegnamento evangelico. Ma più di tutto, il poeta vuole significare il suo abbraccio totalizzante della cultura europea, della quale si sente parte organica e che vede violentata dalla ideologia fascista imperante in tutta l’Europa continentale. A dimostrazione della sua genuina conversione al cattolicesimo, che non gli porterà alcun vantaggio, rinuncia anche al sostegno economico garantitogli mensilmente dallo zio Dezső Grosz. Ma non ci possono essere dubbi sulla verità dei mutati sentimenti religiosi del poeta, e a prova di ciò basti ricordare l’esperienza di Edith Stein (Santa Teresa Benedetta della Croce, Patrona d’Europa, 1891 – 1942), che dall’ateismo più convinto passa “direttamente” alla santità cattolica. Edith è di origini ebraiche e si converte al cattolicesimo dopo aver assistito come infermiera, negli ospedali militari della Prima Guerra Mondiale, i soldati feriti reduci dal fronte. È storia la sua lettera a Papa Pio XI (1857 – 1939) e al suo Segretario di Stato, il Cardinale Pacelli, futuro Papa Pio XII (1876 – 1958), dove chiede di non tacere più e di denunciare le persecuzioni contro gli ebrei. Edith, già Suor Teresa Benedetta della Croce, è terminata dai nazisti ad Auschwitz-Birkenau il 9 agosto del 1942.

Nel 1943, dentro il più profondo orrore della Seconda Guerra Mondiale, Radnóti riesce a pubblicare la silloge dedicata alla poesia europea contemporanea “Orpheus nyomában” (Sulle tracce di Orfeo), in gran parte comprendente testi di lingua tedesca e francese, che ha iniziato a tradurre nel 1940 ancora insieme all’amico e poeta István Vas.

La politica ungarista dell’Ammiraglio Horthy si avvia, correndo una strada sanguinaria, verso la catastrofe.

Il 19 marzo del 1944, la Germania nazista occupa l’Ungheria per evitare una deriva transfuga verso le Forze Alleate, come avvenuto in Italia l’8 settembre del 1943, e defenestra la Giunta Horthy affidando la guida del governo ungherese a Ferenc Szálasi (1897 – 1946), capo delle famigerate Croci Frecciate, la Gestapo ungherese, che, sulla “lezione” fascista, nazionalista, ultracattolica e antisemita di Gyula Gömbös, mette in atto il più truce e feroce Ungarismo.

Miklós Radnóti, già il giorno successivo, si preoccupa di proteggere i suoi scritti nacondendoli nella Biblioteca Nazionale Ferenc Széchényi (1754 – 1820) di Budapest, e cerca di uscire il meno possibile per le strade e di non frequentare locali pubblici, rimanendo per lo più chiuso in casa onde evitare le retate nazifasciste.

In poco tempo inizia la deportazione degli ebrei ungheresi verso i campi di sterminio, che inghiottiranno anche Ilona Molnár e Ágnes, colpevoli di portare ancora un cognome giudaico, “Glatter”. Nonostante l’abbandono patito e la cruda verità cui lo ha scoperto, Miklós non ha serbato alcun rancore alla matrigna e, sporadicamente, l’ha pure incontrata insieme alla sorella Ágnes, che, come il fratello, negli anni si è dedicata all’attività letteraria. Ilona Molnár Glatter viene assassinata dai nazisti a Birkenau nel 1944 all’età di 59 anni. Ágnes Glatter viene assassinata dai nazisti a Birkenau nel 1944 a soli trent’anni. Il poeta non conoscerà mai la loro sorte.

Visto il precipitare tragico della condizione ebraica in Ungheria, nonostante la conversione al cattolicesimo, che non dà nessuna certezza di salvezza, tramite la famiglia Gyarmati, a Miklós Radnóti viene offerto un salvacondotto per lasciare il paese e trasferirsi in territorio neutro. Ma Radnóti rifiuta non volendo sfuggire al destino che incombe sui fratelli magiari cui quella possibilità non è stata data: il poeta appartiene anima e corpo alla sua terra, e un figlio non sfugge alla madre.

Il 19 maggio del 1944, i nazisti notificano al poeta un nuovo ordine di presentarsi per l’assegnamento ai campi di lavoro. Lo stesso giorno, quando è lasciato solo, Radnóti scrive una delle sue poesie più note, “Töredék” (Frammento): “Avrò vissuto un’epoca su questa terra/dove il figlio esecrava la madre,/ogni donna era lieta se abortiva/e un morto putrefatto era l’invidia/del vivo con la tazza di veleno in mano.” In questa stanza il poeta sigilla l’intero Olocausto.

Il giorno successivo i nazisti tornano e strappano il poeta dalla propria scrivania mentre sta lavorando alla commedia “La Dodicesima Notte” di William Shakespeare (1564 – 1616), che ha cominciato a tradurre a gennaio, e lo riportano di forza ai campi di lavoro: fa appena in tempo a salutare Fanni.

Il poeta il 2 giugno del 1944 si trova in Serbia nel campo di lavoro di Bor. Qui prende a scrivere febbrilmente e di nascosto su di un taccuino che è riuscito a portarsi appresso: ha dovuto abbandonare le Sacre Scritture e la fraterna parola di André Gide. Quel taccuino gli rimarrà sempre addosso, conservando vite e altri dèi da salvare: è ancora nell’orrore che si avviano i versi memoriali di “Hetedik  ecloga” (Settima egloga), dove torna alla lezione virgiliana, “Razglednicák” (Cartoline) e “Levél a hitveshez” (Lettera alla sposa), tutti dedicati e rivolti alla moglie Fanni; o come quelli della “Nyolcadik ecloga” (Ottava egloga), dove rimastica i testi sacri nella disperata invenzione di un dialogo divino.

Il poeta, dopo lo smantellamento del campo di lavoro di Bor, dovuto alla pericolosa avanzata da est dell’Armata Rossa, il 29 agosto del 1944 è costretto, insieme ad altre 3200 anime, a marciare verso l’Ungheria, diretto nei campi di sterminio organizzati in Polonia per potare a termine la “Soluzione finale della questione ebraica”: l’Armata Rossa arriverà ad Auschwitz solo il 27 gennaio 1945. Nel frattempo, la macchina dello sterminio programmato accelera fino a riuscire a bruciare in un singolo forno più di 1000 cadaveri al giorno.

Miklós Radnóti, prima di avviarsi sulla strada lastricata di morti, riesce a copiare in altri fogli le poesie scritte fino a quel momento sul suo taccuino, che affida all’amico di prigionia Sándor Szalai (1912 – 1983), destinato a un’altra colonna e a fare un’altra strada, con il compito di riportarle a casa.

Ma il poeta continua a scrivere anche durante la “Marcia della morte” e, per questo, è selvaggiamente picchiato da un soldato ubriaco perché sorpreso a fermarsi a “scarabocchiare” il suo taccuino; probabilmente, il poeta si è fermato per scrivere la poesia “Erő ltetett  menet” (Marcia forzata), dove denuncia la “pazzia” di chi resiste continuando a rialzarsi dopo ogni caduta sperando una possibile meta, sperando “che è atteso da una donna, da una morte più saggia, una morte bella.”

Le forze di Radnóti vengono ulteriormente consumate dalle dolorose lesioni riportate nella spietata, ignorante aggressione subita: riesce a proseguire solo grazie all’aiuto di alcuni amici di sventura che lo portano a braccia.

In Ungheria, nell’ottobre del 1944, si organizza la resistenza partigiana, che porta a segno qualche azione eversiva, come quella di far saltare in aria la statua di Gyula Gömbös a Buda, la parte nobile, alta, della città di Budapest. Ma le esigue forze partigiane sono presto annichilite senza pietà dalle soverchianti forze nazifasciste.

Tutto questo mentre la estenuante marcia sfinisce le gambe di Miklós Radnóti e le braccia di chi pietosamente lo sorregge portandolo un passo avanti. Il corpo del poeta, interamente consumato dalla canea nazifascista, si accascia sulla strada ormai lontanissimo dalla vita e dagli uomini, conoscendo e trovando solo l’ottusa parola di un colpo di fucile a consolarlo il 9 novembre 1944, all’età di 35 anni. Il corpo del poeta finisce insieme ad altri 22 dentro una fossa comune vicino al villaggio di Abda, ancora in terra ungherese: “Ero fiore, sono radice/pesante, scura terra su di me/il mio destino si è concluso/la sega piange sulla mia testa.” ha scritto sul suo taccuino l’8 agosto del 1944.

Il taccuino verrà ritrovato nel suo impermeabile permettendo così l’identificazione del corpo del poeta riesumato dalla fossa comune il 23 giugno 1946: quel taccuino diverrà la silloge “Bor jegyzetfüzet” (Il taccuino di Bor). Sulle prime due pagine del taccuino c’è una nota del poeta che raccomanda di consegnarlo a un suo amico, il professore cattolico Gyula Ortutay (1910 – 1978) dell’ Università Péter Pázmány di Budapest, e che in quel taccuino c’è la poesia del poeta ungherese Miklós Radnóti; e lo scrive in cinque lingue: magiaro, serbo, tedesco, francese e inglese, affidando anche ad altri idiomi la salvezza dei suoi versi. Miklós Radnóti, da poeta, sa il peso incomputabile della poesia.Nel suo taccuino il poeta ha annotato, usando il ritmo implacabile della poesia, i versi che hanno registrato il termine ultimo terreno della sua vita.Oggi Miklós Radnóti è ricordato in patria con molte iniziative, e dal 1971 gli è stato intitolato un importane concorso biennale di poesia. Ed è facile imbattersi nelle sembianze umane del poeta raffigurato in diverse sculture pubbliche che lo ricordano lungo le strade dell’amata Ungheria, anche insieme a Fanni Gyarmati davanti all’ Università Ferencz József I° di Szeged.Fanni Gyarmati da quel tragico 23 giugno 1946, quando ai bordi della fossa comune vicino al villaggio di Abda furono poggiati i poveri resti del Suo Miklós, salvati dalla consunzione della terra con tutto quello che aveva ancora addosso, ha continuato a proteggere e difendere con inconsumabile amore la poesia e la memoria di quel ragazzino di 17 anni che, con la scusa di chiederle in prestito una matita, le rubò il cuore nel 1926 senza mai riaverlo indietro.Fanni Gyarmati, seppur ancora giovane alla scoperta della irrecuperabile sorte dell’amato, aveva 33 anni, non si risposerà e non si unirà con nessun altro uomo. Fanni Gyarmati muore a Budapest il 15 febbraio 2014 all’età di 101 anni, portando a termine uno dei processi più importanti contro la canaglia nazifascista che ha insanguinato e annerito l’Europa del novecento, cui la condanna rimane imperitura e ferma nei versi magiari di Miklós Radnóti.Oggi, prima di definirsi fascisti o comunisti, bisognerebbe sapere bene quali orrori sono accaduti sotto tali “insegne”, e continuano ad accadere con gradazioni più sfumate da sembrare accettabili, pericolosamente assuefacenti.Quando si affrontano la biografia e l’opera di poeti come Miklós Radnóti, non possono non emergere dalla memoria – da tutto quello che ci ha preceduto e, inevitabilmente, sorpassato – immagini, suoni, parole, come quelle dette da Francesco Scarabicchi, uno dei massimi lirici contemporanei, che rivolto a quelle frasi, a quei pensieri stentati, zoppicanti, vibranti, tremanti, che ci vivono e respirano a fianco, afferma: “Amare la poesia con il tempo che abbiamo in giro per il mondo, mi pare la vocazione più strenua, faticosa, impegnativa, resistere con la parola.”Miklós Radnóti ha fatto questo contro la canna del fucile premuta alla nuca, che ha esploso incandescente per lui quell’ultima pallottola: il poeta ha resistito con la parola, e ha vinto.La poesia di Radnóti continua a chiamarci, sopravvissuta come tutto quello che è immortale perché interamente consumato: “se il tuo sguardo si accorge di me amico, voltati, fammi un segno.”

LA POESIA

Tajtékos ég

Tajtékos égen ring a hold,

csodálkozom, hogy élek.

Szorgos halál kutatja ezt a kort

s akikre rálel, mind olyan fehérek.

Körülnéz néha s felsikolt az év,

körülnéz, aztán elalél.

Micsoda ősz lapul mögöttem ujra

s micsoda fájdalomtól tompa tél!

Vérzett az erdő és a forgo

időben vérzett minden óra.

Nagy és sötétlő számokat

írkált a szél a hóra.

Megértem azt is, ezt is,

súlyosnak érzem a levegőt,

neszekkel teljes, langyos csönd ölel,

mint születésem előtt.

Megállok itt a fa tövében,

lombját zúgatja mérgesen.

Lenyúl egy ág. Nyakonragad?

nem vagyok gyáva, gyönge sem,

csak fáradt. Hallgatok. S az ág is

némán motoz hajamban és ijedten.

Feledni kellene, de én

soha még semmit sem feledtem.

A holdra tajték zúdúl, az égen

sötétzöld sávot von a méreg.

Cigarettát sodrok magamnak,

lassan, gondosan. Élek.

(1940)

CIELO SCHIUMOSO

Ne cielo schiumoso dondola la luna,

mi meraviglio di essere vivo.

È la morte che fruga con zelo questo tempo,

e chi ne è colto diventa tutto bianco.

A volte l’anno si guarda attorno e lancia un grido,

si guarda attorno, poi cade in deliquio.

Quale autunno di nuovo svanisce dietro di me

e quale inverno sordo di dolore!

Sanguinava il bosco e nel volgere del tempo

sanguinava ogni ora.

Il vento vergava sulla neve

numeri grandi tendenti al nero.

Ho vissuto questo e quello,

sento l’aria pesante,

sono avvinghiato a un silenzio tiepido, pieno di brusii,

come prima di essere nato.

Mi fermo qui al tronco dell’albero,

dalle fronde che fremono di rabbia.

Si tende un ramo. Mi afferra per il collo?

non sono vile, né debole,

solo stanco. Resto in silenzio. Anche il ramo

fruga tra i miei capelli muto e spaventato.

Dovrei dimenticare, ma

non ho dimenticato mai niente.

Sulla luna si scatena la schiuma, nel cielo

il veleno ricopre una striscia di verde scuro.

Mi arrotolo una sigaretta,

lentamente, riflettendo. Vivo.

(1940)

(versione in lingua italiana di Edith Bruck)

LA LETTURA:

Titolo: Mi capirebbero le scimmie

Autore: Miklós Radnóti

Curatore: E. Bruck

Editore: Donzelli

Collana: Poesia

Anno edizione: 2009

Pagine: 155 p., Brossura

L’OPERA

Poesia:

Edizioni originali:

  1. Pogány köszöntő(Saluto pagano), Kortárs, Budapest 1930;
  2. Újmódi pásztorok éneke(Canto dei nuovi pastori), Fiatal Magyarország, Budapest 1931;
  3. Lábadozó szél(Vento debole), Fiatalok Müvészeti Kollégiumának kiadása, Szeged 1933;
  4. Újhold(Novilunio), Fiatalok Müvészeti Kollégiumának kiadása, Szeged 1935;
  5. Járkálj csak, halálraítélt!(Cammina pure, condannato a morte!), Nyugat Kiadása, Budapest 1936;
  6. Meredek út(Salita), Cserépfalvi, Budapest 1938;
  7. Naptár(Calendario), Hungária, Budapest 1941;
  8. Orpheus nyomában (Sulle trace di Orfeo – Antologia di traduzioni curata insieme a István Vas), Pharos, Budapest 1943;
  9. Tajtékos ég(Cielo schiumoso), Révai, Budapest 1946.

Edizioni italiane:

  1. Poesie scelte, a cura di Laszlo Palinkas, Firenze, Sansoni, stampa 1958;
  2. Ora la morte e un fiore di pazienza e altre poesie, tradotte da Edith Bruch e Nelo Risi, Roma, L’Europa letteraria, 1964 (estratto da L’Europa letteraria, n. 33, 1964);
  3. Scritto verso la morte, introduzione di Gabor Tolnay; traduzione di Marinka Dallos e Gianni Toti; illustrazioni Janos Orosz e di Ennio Calabria, Roma, Salvatore Sciascia, stampa 1964;
  4. Ero fiore e sono diventato radice, a cura di M. Dallos e G. Tati, Fahrenheit 451, 1995;
  5. Poesie, traduzione di Bruna Dell’Agnese e Anna Weisz Rado, Roma, Bulzoni, 1999. Testo originale a fronte;
  6. Mi capirebbero le scimmie, a cura di Edith Bruck, Donzelli, 2009. Testo originale a fronte.

Le Fonti:

Corda e Sapone: Patrizia Salvetti; Donzelli Editore (Roma), 2003 .

lombradelleparole.wordpress.com: Miklós Radnóti; https://lombradelleparole.wordpress.com/tag/miklos-radnoti/

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www.qro.unisi.it: Alessandro Fo, Utopie pastorali e drammi della storia;

http://www.qro.unisi.it/frontend/sites/default/files/Fo-Utopie_pastorali_e_drammi_della_storia.pdf

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poesie.pe.hu: Poesia Ungherese; http://poesie.pe.hu/tag/petofi/ .

Contatti, notizie e istruzioni:

Il Fatto Teramano

Via della Cittadella 3-5

64100 Teramo

email: ilfattoteramano@gmail.com

Telefono: Christian Francia: +39 3492554719

email curatore: lafinestradelpoeta.curatore@gmail.com

La rubrica, che prevede una pubblicazione mensile per l’ultimo sabato del mese, apre alla possibilità di indicare opere di autori altri, pure a manoscritti inediti ma sempre in formato cartaceo, segnalati e fatti pervenire a proprie spese alla redazione e che, a insindacabile giudizio del curatore, potrebbero comparire nei prossimi appuntamenti. In caso di testi in lingue diverse dall’italiano, è necessario disporre i componimenti con una traduzione a fronte. Le raccolte inedite devono essere composte almeno di 30 poesie.

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