Leggo ergo sum

Leggo ergo sum

di Christian Francia  –

A che serve leggere? Quale utilità risiede nella frequentazione quotidiana con la parola scritta? Domande alle quali chi, come me, ha un rapporto diuturno con i quotidiani deve non solo rispondersi, ma anche dare spiegazioni convincenti.

Il nostro non è il tempo dei libri, quanto piuttosto quello dei social e delle messaggerie istantanee dove le immagini e i loghi, le icone e gli emoticon, la fanno da padroni rispetto al monologo o al dialogo strutturato. E quando proprio non se ne può fare a meno si scrive controvoglia utilizzando una lingua spezzata, contratta, sincopata e mutilata.

Del resto, se divengono ogni giorno più evanescenti i motivi per dedicarsi alla lettura e alla scrittura, non può stupire il degrado della lingua e il tramonto dell’eloquio come cardine dei rapporti sociali.

Una recentissima indagine riferisce che più della metà degli italiani non legge libri per mancanza di tempo oppure perché preferisce altri svaghi. In tutti questi casi la scuola ha fallito la sua missione, ma soprattutto svapora il significato dell’atto di leggere che risiede in una consapevolezza: noi viviamo nelle parole, viviamo nella nostra lingua. Senza il linguaggio (con la sua storia e la sua tradizione) semplicemente non esisteremmo.

Ha torto Shakespeare quando, nel suo “Romeo e Giulietta”, scrive: “Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo”.

Ha torto perché l’esperienza di quel profumo è limitata alla percezione sensoriale di chi si trovi di volta in volta ad annusare quel fiore, mentre la convenzione linguistica ci consente di scrivere o pronunciare la parola “rosa” per consentire all’intera società di comprendere immediatamente a quale immagine ci stiamo richiamando e a quale profumo facciamo riferimento.

Ha invece ragione Albert Camus, il quale ha detto: “Nominare male le cose, è partecipare all’infelicità del mondo”. Senza scomodare Nanni Moretti e la famosa scena cinematografica sull’importanza delle parole, un Premio Nobel per la Letteratura come Octavio Paz ha chiarito che “un popolo comincia a corrompersi quando si corrompe la sua grammatica e la sua lingua”.

La nostra vita è tutta nel nostro linguaggio: il sorriso più bello può essere immortalato da una fotografia e condiviso sulla rete, può dare emozioni visive, sensoriali e sentimentali, ma senza il linguaggio è monco, è come un film muto che si esprime a gesti ma non può coinvolgere l’essere nella sua interezza. La parola, il verbo, sono alla base della cultura occidentale giudaico-cristiana, sono l’essenza stessa della società, della religione, della politica.

Estromettere i libri significa cessare di esistere, troncare il filo dell’evoluzione, disconnettersi, astrarsi e in definitiva alienarsi dal mondo e da se stessi.

Lo scrittore francese Albert Camus, sopra citato ma mai abbastanza glorificato, scrisse che in casa sua – per colpa della miseria – persino gli oggetti di uso quotidiano non avevano dei nomi, cosicché sua madre analfabeta ripeteva sempre “prendi questo, prendi quello”. Il contrario avveniva a casa dello zio laddove ogni cosa, ogni pietanza, ogni oggetto, ogni sfumatura avevano una precisa denominazione.

Ecco, il punto è esattamente questo: la vita è tanto più grande quanto più ampio è il vocabolario, quante più sfumature si conoscono, quanto più articolato è l’eloquio, quanto più profonda è la capacità di narrare, di spiegare, di raccontare e di raccontarsi.

Meno si legge e più la vita si restringe, rimpicciolisce, scolora e perde di significato. I cinque sensi definiscono la nostra appartenenza al genere animale; ma solo la parola, il linguaggio, la scrittura e la lettura definiscono i contorni dell’essenza umana intesa nel senso più nobile di depositaria di cultura.

One Response to "Leggo ergo sum"

  1. Amen   19 aprile 2018 at 7:14

    L’interazione tra pensiero e linguaggio è ampiamente provata. Per questo, trascurare il linguaggio come oggi accade non è solo questione di estetica… Rivela una involuzione, anche di tipo intellettuale o addirittura razionale.

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