Rebus italiano: Tradire gli elettori per governare o essere coerenti e andare a nuove elezioni?

Rebus italiano: Tradire gli elettori per governare o essere coerenti e andare a nuove elezioni?

di Christian Francia  –

Lo stallo politico nazionale è l’esito scontato di una contrapposizione feroce fra i partiti sviluppatasi nel corso degli ultimi sei anni e mezzo, cioè dalla caduta dell’ultimo governo Berlusconi.

Da allora, si è detto, non c’è più stato un presidente del Consiglio eletto dal popolo, si sono susseguiti governi molto impopolari, da Monti a Letta a Renzi a Gentiloni.

La forbice fra le classi deboli e disagiate da una parte e le classi benestanti dall’altra si è allargata ulteriormente, così come si è definitivamente precarizzato il lavoro e si è acuita la povertà relativa e assoluta.

Ovvio che il centrosinistra abbia pagato un prezzo altissimo in termini di perdita di consenso alle elezioni politiche dello scorso 4 marzo, proprio perché la sua base sociale ed elettorale si è sentita tradita e ha voltato la faccia ai suoi partiti di riferimento.

Però tutto l’odio sparso fra le fazioni avverse non può adesso trovare una sintesi nel breve periodo, perché occorreranno anni per far crollare i muri e ridurre le distanze scavate fra i contendenti.

Di fatto, fino a ieri, il neo capogruppo al Senato del M5S Danilo Toninelli ha continuato (giustamente) a ribadire che la politica messa in atto dal Partito Democratico durante gli ultimi anni di governo “è stata fallimentare”. Stessa cosa ripete Luigi Di Maio.

Per cui un dialogo con i grillini diverrebbe possibile solo se il PD stesso convenisse sul fatto di avere sbagliato tutto, cosa che non solo non dice, ma che nemmeno pensa visto che tutti i suoi esponenti continuano a ribadire in ogni sede di aver ben governato.

Non c’è alcuno spiraglio fra i due mondi alle condizioni attuali.

Sul versante opposto c’è il macigno chiamato Berlusconi, il quale – per un movimento nato per promuovere la legalità – è un ostacolo insormontabile, per cui appare impossibile per il M5S allearsi con il delinquente per antonomasia, amico di mafiosi, ladri e corruttori oltre che delinquente certificato in proprio.

Anche qui, la chiusura verso Forza Italia è totale, così come l’odio è reciproco in ragione del fatto che i forzaitalioti continuano a ripetere che Berlusconi è il loro unico dio.

Dato che non sembra possibile togliere di mezzo questi due macigni, l’unico spiraglio di governo appare quello fra la Lega e il M5S, solo se la Lega abbandonasse l’alleanza di centrodestra con Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Ma anche qui ci sono parecchi problemi, perché Matteo Salvini, se vuole diventare il leader riconosciuto di tutto il centrodestra, non può abbandonare a se stessi i due partiti alleati, con i quali peraltro governa in parecchie Regioni e in migliaia di Comuni.

Senza contare le differenze enormi sul piano programmatico, dove la Lega propugna una politica economica di chiara impronta di destra (Flat Tax), mentre il M5S persegue soprattutto il reddito di cittadinanza che è evidentemente una misura di certissima appartenenza ad un’idea di società di stampo progressista.

Esiste una possibilità di conciliazione? No, a meno di clamorosi strappi e di clamorose incoerenze ed incongruenze che minerebbero ulteriormente la residua fiducia degli italiani nella politica.

Del resto non può sfuggire la vecchia regola che per poter governare occorra “tradire gli elettori”, cioè abdicare ai propri obiettivi per acconciarsi ad un compromesso che di solito non soddisfa nessuno degli elettorati.

Inoltre, ricorderete di certo lo slogan principale della campagna elettorale appena trascorsa: “Occorre un premier eletto dal popolo”. Affinché ci fosse un premier eletto bisognerebbe incaricare Di Maio, leader del primo partito, oppure Renzi, leader del secondo partito, oppure ancora Salvini, leader del terzo partito italiano.

Ma non è facile trovare ampie convergenze sui leader, per cui occorrerebbe come al solito rassegnarsi a cercare un premier frutto di alchimie politiche per far convergere forze antitetiche.

E questo sconfesserebbe l’imperativo di evitare premier imposti dall’esterno, come è stato negli ultimi 4 governi, ivi compreso quello in carica. Lo strappo con l’ultima stagione politica si fonda proprio su questa legittimazione popolare che eviti la maledizione dei premier non eletti da nessuno.

Ma assecondare la volontà popolare è pressoché impossibile, sia perché la maggior parte degli elettori leghisti non apprezza il seppellimento di Berlusconi, sia perché la maggioranza degli elettori grillini non ne può più sia del PD che del centrodestra.

Un rompicapo che rende insolubile l’incompatibilità sostanziale fra le tifoserie politiche. Tutti i leader sono di fronte alle vecchie liturgie che conosciamo sin dalla Prima Repubblica: la necessità di trovare un compromesso al ribasso che rende i governi deboli e ricattabili, con le note conseguenze del calo di consensi e dei mal di pancia continui fra alleati e sostenitori esterni e interni.

L’esecutivo si metterebbe in piedi come un Frankenstein, ma sconterebbe il sopracciglio alzato da parte del popolo che vedrebbe di pessimo occhio l’ennesimo Primo Ministro frutto di un accordo parlamentare imbastito dentro ai palazzi del potere piuttosto che nelle piazze.

La fiducia collettiva verrebbe minata di nuovo e i risultati positivi che tutti si aspettano diverrebbero probabilmente un’utopia.

Che fare dunque?

Ad oggi, la strada maestra è in mano al nuovo Parlamento insediatosi da tre settimane: presentare subito una proposta di legge elettorale di stampo francese, farla approvare, sciogliere le Camere e andare al voto in autunno.

Con una legge elettorale alla francese, a doppio turno, ci sarebbe un ballottaggio in caso di assenza di maggioranze assolute al primo turno, con il risultato che il vincitore del ballottaggio – sia esso un partito oppure una coalizione – possa contare sulla maggioranza dei seggi del Parlamento.

Sarebbe finalmente garantita la governabilità e chiunque dovesse vincere potrebbe esplicare solidamente le proprie politiche senza inciuci, senza liturgie, senza compromessi più o meno nobili e soprattutto senza imposizioni esterne.

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