L’ora della maturità per dare un governo all’Italia

L’ora della maturità per dare un governo all’Italia

di Christian Francia  –

Nuvole nere all’orizzonte della politica italiana, impegnata da dieci giorni a fare i conti con il voto e a lambiccarsi su come far nascere un governo decente dopo sei anni e mezzo di porcherie.

1) Le elezioni hanno dimostrato innanzitutto l’irresponsabilità di Matteo Renzi, principale artefice della squallida legge elettorale denominata Rosatellum, la quale è stata approvata pochi mesi or sono allo scopo dichiarato di non far vincere nessuno e di non consentire a chicchessia di governare.

2) I vincitori senza maggioranza sono il M5S e la Lega, i quali sono attesi al varco dai cittadini che si aspettano la realizzazione delle promesse sottoscritte in campagna elettorale, con l’intero Sud che pretende il Reddito di Cittadinanza (avendo votato a grandissima maggioranza per i grillini) e l’intero Nord che pretende la Flat Tax (avendo votato a grandissima maggioranza per il centrodestra).

Questo è l’esito del voto di risulta, cioè un voto non dettato dalla convinzione, bensì dalla sola esclusione delle ipotesi peggiori. Chi governerà non potrà ignorare che se ha prevalso il voto della pancia del Paese, adesso quella pancia brontola e pretende di essere sfamata e dissetata. In caso contrario sarà nuovamente scontro e il clima da esacerbato diventerà torrido, con conseguenze che oggi non è possibile immaginare.

3) Molti sostengono, fra questi il cicciobello abruzzese Nazario Pagano, che il centrodestra abbia vinto in quanto è la coalizione che ha riportato il risultato numericamente più significativo, ma è da miopi non sottolineare che chi ha perso più di tutti è Berlusconi, il quale non è più capace di convincere gli italiani dopo 24 anni ininterrotti di bugie.

Non solo al Nord i cittadini hanno preferito la Lega fra i partiti di centrodestra, ma anche nel resto d’Italia. In Abruzzo si è verificato ciò che era impensabile anche nel centrodestra. Leggiamo i risultati definitivi:

Abruzzo – Camera dei Deputati

MOVIMENTO 5 STELLE 39,8%

CENTRODESTRA 35,5% (Forza Italia 14,4%; Lega 13,8%; Fratelli d’Italia 5,0%; Noi con l’Italia 2,2%)

CENTROSINISTRA 17,6% (Partito Democratico 13,8%; +Europa 1,9%; Civica Popolare 1,0%; Insieme 0,9%)

Abruzzo – Senato

MOVIMENTO 5 STELLE 39,3%

CENTRODESTRA 36,4% (Forza Italia 15,9%; Lega 13,9%; Fratelli d’Italia 4,8%; Noi con l’Italia 1,8%)

CENTROSINISTRA 17,6% (Partito Democratico 14,0%; +Europa 1,7%; Civica Popolare 1,5%; Insieme 0,4%)

Pagano ha poco da stare allegro, perché se è vero che Forza Italia ha superato i voti della Lega in Abruzzo, è altrettanto vero che la Lega pur non esistendo sul nostro territorio ha raccolto gli stessi voti del PD e ha quasi sfiorato i voti di FI che vanta centinaia di amministratori locali abruzzesi.

Un Vajont che si ripercuoterà anche alle imminenti elezioni comunali e regionali. Appare evidente, infatti, che Forza Italia è invecchiata di colpo e tramonterà nel reparto di geriatria, essendo legata ad un vetusto modo di comunicare, essendosi affidata ai giornali di carta e alle televisioni che non influenzano più la maggior parte della popolazione.

Fortunatamente l’evoluzione tecnologica oggi consente a tutti di poter bypassare le sirene e le grancasse governative, favorendo l’elaborazione di idee autonome e di una opinione pubblica che non è più controllabile con i metodi tradizionali.

4) Ciò detto, la governabilità è una questione molto diversa. Non è un caso che il Movimento 5 Stelle abbia perso consensi proprio dove ha governato, in primis a Roma e a Torino.

La classe dirigente purtroppo non si inventa, perché la fatica del lavoro quotidiano, della burocrazia quotidiana, della legalità quotidiana logora chi non ha competenze e capacità, anche perché la realtà è più forte del desiderio legittimo di cambiare tutto. Non è più il tempo dei partiti di lotta e di governo, se si vuole sempre lottare non si può contemporaneamente governare.

E bisogna fornire risposte ai padri divorziati che non ce la fanno a campare, ai sessantenni che perdono il lavoro, ai giovani che non riescono a trovarlo, alla precarietà che infetta le nostre vite, alle tasse che strozzano le partite IVA, agli imprenditori che sono sempre più soli, ai malati che non hanno i denari per assicurarsi cure adeguate, ai commercianti che sono costretti ad abbassare le saracinesche.

Gli italiani non si sentono affatto bene, altrimenti avrebbero continuato a votare per il PD e per Berlusconi, come accade ai Parioli e nei quartieri residenziali dell’alta borghesia.

5) LE MAGGIORANZE POSSIBILI.

È ormai chiaro a tutti che i cosiddetti moderati, cioè il PD e Forza Italia, tutti assieme non rappresentino che un terzo dei voti totali, per cui non potranno giocare da protagonisti bensì da comprimari.

Le soluzioni governative più plausibili sono quelle dell’accordo M5S-PD oppure dell’accordo M5S-Lega.

Luigi Di Maio deve evitare di ripercorre gli stessi errori fatti da Bersani nel 2013, come ha giustamente scritto proprio oggi Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: “Di Maio continua a ripetere che sul programma non si tratta perché l’hanno scelto gli elettori; sui ministri non si tratta perché li hanno scelti gli elettori; e ovviamente non si tratta neppure sul premier (lui), perché l’hanno scelto gli elettori. Dimentica sempre di precisare: i suoi elettori. Che sono tanti. Ma non tutti. Arrivare primi (come lista) con il 32,7% significa partire favoriti per l’incarico di formare un governo. Ma non conferisce il diritto divino di fare un governo con i voti altrui, per giunta gratis”.

Occorre uno sforzo di intelligenza e di buon senso, perché una maggioranza del 50% più uno non nasce da sola per mancanza d’altro. Bisogna costruirla: non aspettando che si facciano vivi gli altri e poi meravigliandosi perché “finora non s’è visto nessuno” (e ti credo!). Ma facendo ai partner una proposta che non possano rifiutare”.

Travaglio spiega che “Se Di Maio vuole i voti del PD derenzizzato e di LeU, glieli chieda. Poi vada a parlare con Martina e Grasso su un’offerta chiara, realistica, generosa e rispettosa della democrazia parlamentare (che non si regge su maggioranze relative, ma assolute). Proprio quello che non fece il PD nel 2013, quando pareggiò col M5S: si pappò le presidenze delle due Camere, designò Bersani come premier, stese un programma e una lista di ministri, poi pretese che i 5Stelle sostenessero al Senato il suo governo di minoranza. Risultato: il famoso e disastroso incontro in streaming. Quella di Bersani e Letta era una proposta che Crimi e Lombardi non solo potevano, ma dovevano rifiutare. Quando poi Grillo, venti giorni dopo, ne avanzò una non solo accettabile, ma auspicabile per il M5S, per il Pd e soprattutto per l’Italia – “eleggiamo Rodotà al Quirinale e poi governiamo insieme” – fu il Pd napolitanizzato e lettizzato, cioè berlusconizzato a rifiutarla. E condannò il Paese a cinque anni di vergogne. Ora Di Maio crede che avere quasi doppiato il PD lo autorizzi a fare altrettanto”.

Un errore che Di Maio non deve ripetere, anche perché Nessuno regala voti a chi nemmeno si abbassa a chiederglieli. Se il PD pretendesse poltrone, i 5Stelle farebbero bene a rifiutare. Ma se chiedesse alcuni punti programmatici condivisibili, perché no? La cosa sarebbe meno difficile se Di Maio aprisse la sua squadra di esterni ad altri indipendenti di centrosinistra, per un governo senza ministri parlamentari. E bilanciasse la sua premiership lasciando la presidenza di una Camera alla Lega. Dopodiché, è ovvio, è sul programma che dovrebbe garantire il cambiamento che gli elettori hanno appena chiesto. La palla tornerebbe al PD, che dovrebbe scegliere: accettare una soluzione equilibrata o suicidarsi con nuove elezioni. Intendiamoci: il PD sarebbe capace di optare per la seconda ipotesi. Ma almeno sarebbe chiaro di chi è la colpa”.

Inutile dire che Travaglio ha ragione da vendere.

Sotto un altro versante, il leader della Lega Matteo Salvini sembra desideroso di unirsi in matrimonio con il M5S: “Sui nomi e sui ruoli non ci sono pregiudizi. Se c’è condivisione di progetto ragioniamo. Abbiamo un programma e chiunque venga al governo con noi deve impegnarsi a cancellare la legge Fornero, a ridurre le tasse, a rendere l’Italia più federale e meno burocratica. Se ci sono altri suggerimenti siamo ben contenti di accoglierli”.

Sulla base di tale perimetro minimo, anche il M5S potrebbe ragionare con profitto.

Del resto, i grillini hanno il mazzo e danno le carte, ma devono usare saggezza e acume. L’alternativa è rappresentata dalla modifica della legge elettorale, con l’aggiunta ad esempio del ballottaggio di stampo francese, per poi tornare al voto in tempi brevi.

Non sfugge a nessuno infatti che in Francia Macron, con il 23% di voti, è andato al ballottaggio ed ha ottenuto – vincendolo – la maggioranza assoluta dei seggi nel Parlamento francese, garantendo sia la governabilità che l’assenza di inciuci.

Condizione diametralmente opposta a quella italiana, laddove governabilità fa rima con inciucio mentre assenza di inciuci fa rima con ingovernabilità.

One Response to "L’ora della maturità per dare un governo all’Italia"

  1. anonimo noto   16 marzo 2018 at 14:26

    Mi fa piacere che ricordi il “Pd napolitanizzato e lettizzato e berlusconizzato”. Il popolino italico ha la mente corta e dimentica facilmente. Ora i 5 stelle non sono della stessa pasta, non si faranno salvinizzare, mattarellizzare e assolutamente gentilonizzare.

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