Luciano D’Alfonso e “l’inveramento della condizione giuridica dell’eletto”. Ovvero come stuprare la legge con un profilattico di velluto. Oppure come tenere un solo culo incollato a due poltrone

di Christian Francia  –

Quando ho letto e sentito le parole di Luciano D’Alfonso che annuncia di non volersi né doversi dimettere da Presidente della Regione Abruzzo, dapprima ho riso a crepapelle, poi ho pianto a calde lacrime.

Qui non c’è bisogno dei Vigili del Fuoco, ma degli artificieri, degli sminatori, del Genio Guastatori per scollare le terga del governatore da due poltrone distanti cento chilometri l’una dall’altra. Un culo così grande, quello di D’Alfy, da avere la chiappa sinistra a L’Aquila e quella destra a Roma dentro Palazzo Madama. Ovviamente godendo contemporaneamente di due stipendi luculliani.

Luciano, con la leggerezza di un’etoile, ha sorvolato la verità giuridica della sua condizione di incompatibile per atterrare placidamente sul materasso delle proprie squallide convenienze politico-personali.

Queste le sue farneticazioni letterali: “In relazione alla doppia veste di presidente della Giunta regionale e di Senatore della Repubblica eletto, il dato di verità è riconducibile al dettato del costituzionalista Costantino Mortati secondo cui, affinché intervenga l’incompatibilità per il senatore eletto, c’è bisogno che lo stesso senatore venga proclamato e convalidato”.

Non occorre un costituzionalista per rispondere al cazzaro: ma dove caspita l’hai letta una simile baggianata? Come osi strumentalizzare i morti e mettere loro in bocca parole non vere che servono unicamente al tuo porco tornaconto?

D’Alfonso ha proseguito: “La convalida degli eletti è un atto della Giunta per le elezioni (…) attenderò la convalida da parte della Giunta per le elezioni e solo da quel momento scatterà il dies a quo. Fino ad allora svolgerò pienamente le funzioni di presidente della Regione. Dopodiché mi adeguerò a quanto prevede l’ordinamento nelle sue articolazioni regolamentari e normative”.

Solo uno spaccone cazzaro avrebbe potuto alzare una simile cortina fumogena per sedare il malcontento politico che già serpeggia in Abruzzo.

Un dubbio mi perplime: perché nessun giornalista ha chiesto agli esperti del diritto se D’Alfonso bluffasse e perché nessun professore di diritto abruzzese – con la sempre encomiabile eccezione del professor Enzo Di Salvatore – ha smascherato la marchiana mistificazione?

Se nessuno si incarica di far rimangiare allo spaccone le parole al vento che quotidianamente lancia nell’etere, succede che le parole stesse – per usare il lessico dalfonsiano – si inverino, cosicché tutti crederanno a tali mistificazioni confezionate appositamente per i gonzi.

E la farsa si completa quando a rispondergli è un avversario che dovrebbe avere una conoscenza capillare del diritto sia in quanto professore universitario e sia in quanto costituzionalista, cioè a dire il senatore del centrodestra neoeletto nel collegio L’Aquila-Teramo Gaetano Quagliariello, il quale incredibilmente risponde così: “la disquisizione giuridica circa il momento nel quale scatterebbe per Luciano D’Alfonso il dies a quo rispetto al quale far decorrere la sua incompatibilità è estremamente interessante, in termini di diritto pubblico addirittura appassionante. Ma può mai essere questo il terreno sul quale la questione deve essere affrontata? D’Alfonso ha scelto di diventare senatore anziché onorare fino in fondo il suo mandato di presidente della Regione. È dunque surreale che pensi di poter esercitare fino all’ultimo scampolo di potere aggrappandosi alle dispute dottrinarie su proclamazione, convalida, immissione nella funzione di senatore, acquisizione della carica. Al di là della discutibile fondatezza delle sue tesi, tale intendimento risulta politicamente patetico e istituzionalmente irrispettoso”.

Leggendo Quagliariello si desume che possa sembrare controversa la questione giuridica circa la data di inizio della incompatibilità fra le due cariche ricoperte da Luciano. Cosa falsissima perché non è affatto controversa, bensì è chiarissima. E quindi le parole di Quagliariello dimostrano soltanto l’ignoranza di coloro che dovrebbero maneggiare con estrema dimestichezza la materia giuridica, i quali si fanno infinocchiare da un cazzaro qualsiasi come D’Alfonso, sebbene dotato di un lessico abbastanza ampio.

La notizia da mandare a memoria è che il governatore in carica dell’Abruzzo non ha alcuna intenzione di dimettersi dalla guida della Regione e resterà fino al 2019 se qualcuno non riuscirà a cacciarlo a pedate nel sedere.

Si badi: l’ordinamento giuridico pretende che D’Alfonso venga cacciato dallo scranno regionale, non già che si disquisisca in merito a disposizioni di legge che sono di rara chiarezza (come ho già avuto modo di argomentare mesi or sono, ben conoscendo con chi avessimo a che fare: http://www.ilfattoteramano.com/2018/01/16/elezioni-regionali-abruzzo-si-vota-fra-giugno-dicembre-2018/). In ogni caso repetita iuvant.

Innanzitutto l’art. 1 comma 1 del Regolamento del Senato, ramo del Parlamento nel quale è stato eletto D’Alfonso, prescrive che “I senatori acquistano le prerogative della carica (…) dal momento della proclamazione. Si noti: non si parla di convalida, bensì di proclamazione.

La proclamazione degli eletti in entrambi i rami del Parlamento avviene di norma entro una settimana dalla data delle elezioni, cioè all’incirca il 13 o 14 marzo 2018.

A proclamazione effettuata la Costituzione della Repubblica sancisce l’incompatibilità per D’Alfonso all’art. 122 comma 2: Nessuno può appartenere contemporaneamente a un Consiglio o a una Giunta regionale e ad una delle Camere del Parlamento, ad un altro Consiglio o ad altra Giunta regionale, ovvero al Parlamento europeo”.

Quindi da domani o dopodomani D’Alfonso con ogni probabilità diverrà incompatibile nel doppio ruolo. A tale riguardo interviene la Legge n. 165/2004, la quale all’art. 3 comma 1 lettera g) prescrive che: “Le regioni disciplinano con legge i casi di incompatibilità (…) nei limiti dei seguenti principi fondamentali: fissazione di un termine dall’accertamento della causa di incompatibilità, non superiore a trenta giorni, entro il quale, a pena di decadenza dalla carica, deve essere esercitata l’opzione o deve cessare la causa che determina l’incompatibilità”.

Le incompatibilità dei consiglieri regionali abruzzesi sono sancite nella Legge Regionale n. 51/2004, la quale all’art. 3 comma 3 lettera a) ribadisce quanto già prescritto dall’art. 122 della Costituzione, e cioè che “La carica di Presidente e di componente della Giunta regionale, nonché la carica di consigliere regionale sono incompatibili con quella di membro di una delle Camere”.

Il successivo art. 4, rubricato “Cause di decadenza”, al comma 3 prevede che “Le cause di incompatibilità previste dall’art. 3, sia che esistano al momento della elezione sia che sopravvengano ad essa, comportano decadenza dalle cariche di Presidente e di componente della Giunta, nonché di Consigliere regionale, se l’interessato non esercita l’opzione prevista dal comma 4”.

A tale riguardo il comma 4 elenca le tappe del procedimento di decadenza: “Quando per un Consigliere regionale sussista o si verifichi qualcuna delle incompatibilità stabilite dalla presente legge, il Consiglio, nei modi previsti dal regolamento interno, provvede alla contestazione; il Consigliere ha dieci giorni di tempo per rispondere; nei dieci giorni successivi il Consiglio regionale delibera definitivamente e, ove ritenga sussistente la causa di incompatibilità, chiede al Consigliere di optare entro cinque giorni tra il mandato consiliare e la carica ricoperta. Qualora il Consigliere non vi provveda, il Consiglio lo dichiara decaduto con deliberazione notificata all’interessato entro cinque giorni”.

Tali tempistiche sono attuative a livello regionale del termine complessivo di trenta giorni previsto dalla legge nazionale per esercitare l’opzione fra le due cariche incompatibili (L. n. 165/2004 citata).

Inoltre, l’art. 4 comma 5 della Legge Regionale n. 51/2004 aggiunge anche che “Le deliberazioni di cui al presente articolo sono adottate d’ufficio o su istanza di qualsiasi cittadino elettore della Regione”, con ciò fornendo un’arma ai cittadini abruzzesi che volessero accelerare lo scollamento delle chiappe di D’Alfonso dalla poltrona di governatore.

Più nel dettaglio, il Regolamento interno del consiglio regionale dell’Abruzzo, all’art. 20 – concernente le incompatibilità – dettaglia ulteriormente tempistiche e modalità della procedura:

“I consiglieri che nel corso del mandato vengono a trovarsi in una delle cause di incompatibilità previste dalla legge devono comunicare l’esistenza delle stesse alla Giunta per le elezioni entro trenta giorni dal verificarsi della causa” (comma 2).

“Se la Giunta per le elezioni viene a conoscenza della sussistenza di condizioni di incompatibilità per un consigliere, ne delibera la contestazione all’interessato” (comma 3).

“La deliberazione di contestazione è notificata al consigliere entro cinque giorni a cura della Segreteria della Presidenza” (comma 5).

“Nel termine di dieci giorni dal ricevimento della contestazione, il consigliere interessato può presentare per iscritto alla Giunta per le elezioni le sue controdeduzioni” (comma 6).

“Entro i dieci giorni successivi, il Consiglio delibera su relazione della Giunta per le elezioni” (comma 7).

“Se il Consiglio ritiene che sussista la causa di incompatibilità, il Presidente del Consiglio invita immediatamente il consigliere ad optare, nel termine massimo di cinque giorni dalla comunicazione del Presidente, tra il mandato consiliare e l‘incarico che ricopre” (comma 8).

“Se il consigliere non provvede ad optare nel termine di cui al comma 8, il Consiglio regionale lo dichiara decaduto nella prima seduta successiva alla scadenza del suddetto termine” (comma 10).

Riassumendo, se D’Alfonso facesse il furbo e non si dimettesse di sua spontanea volontà all’indomani della sua proclamazione alla carica di senatore, i tempi tecnici massimi affinché venga dichiarata la sua decadenza da consigliere regionale sarebbero di 80 giorni a partire dal 4 marzo scorso:

– 8/10 giorni dalla data delle elezioni politiche fino alla proclamazione;

– 30 giorni per comunicare la propria incompatibilità da parte del neosenatore divenuto incompatibile (ipotizzando che la Giunta per le elezioni non si accorga da sola dell’incompatibilità);

– 5 giorni per la notificazione della contestazione all’interessato;

– 10 giorni per presentare eventuali controdeduzioni;

– 10 giorni per la deliberazione del Consiglio su relazione della Giunta per le elezioni;

– 5 giorni per esercitare l’opzione fra le due cariche incompatibili;

– 7 giorni per svolgere una seduta straordinaria del Consiglio ove dichiarare la decadenza del consigliere incompatibile che non abbia esercitato l’opzione nel termine prescritto (art. 35 commi 3 e 4 del Regolamento interno del Consiglio regionale dell’Abruzzo: “Il Consiglio è convocato in seduta straordinaria (…) su richiesta di almeno un quinto dei consiglieri (…) il Consiglio si riunisce nel termine massimo di una settimana”).

A tali 75 giorni vanno aggiunti circa 5 giorni per disguidi, domeniche, notificazioni ritardate, ecc.

Ovviamente, a questi massimo 80 giorni occorrenti per la decadenza andranno poi aggiunti pochi giorni per lo scioglimento del Consiglio (atto obbligatorio conseguente alla decadenza del Presidente della regione) e poi ancora andranno aggiunti i tre mesi massimi di latenza occorrenti per lo svolgimento delle elezioni regionali (come previsto dall’art. 6 della L.R. n. 9/2013 citata).

In totale sarebbero all’incirca sei mesi a partire dal 4 marzo 2018, cioè si arriverebbe più o meno ai primi di settembre.

Ovviamente, nel caso D’Alfonso non si dimettesse e venisse quindi dichiarato decaduto, sarà cura del Vicepresidente della Giunta regionale Giovanni Lolli indire le elezioni regionali con proprio decreto, come precisato dall’art. 6 comma 3 della L.R. n. 9/2013.

Va da sé che l’inizio di settembre è una data incompatibile con lo svolgimento di una campagna elettorale agostana, per cui occorrerebbe un decreto governativo apposito per ritardare le elezioni regionali ad ottobre.

Come si può notare, nessuna delle disposizioni concernenti l’incompatibilità in parola fa riferimento alla “convalida degli eletti”, alla quale speciosamente tenta di aggrapparsi D’Alfonso.

Lo scherzetto di Luciano è quello di procrastinare sine die la doppia carica incompatibile da senatore e da governatore, confidando nelle tempistiche bibliche degli organi del Senato (nella specie la Giunta per le Elezioni), i quali potrebbero in ipotesi procedere alla convalida di D’Alfonso finanche nel 2019 o addirittura nel 2020, con ciò consentendogli di gestire tutto il potere regionale fino alla scadenza naturale della legislatura abruzzese (primavera 2019).

In realtà l’atto di convalida degli eletti serve unicamente a confermare la carica di Senatore, la quale carica viene indicata dai regolamenti parlamentari come assunta nel momento della proclamazione (Art. 1 del Regolamento della Camera dei Deputati: “i Deputati entrano nel pieno esercizio delle loro funzioni dall’atto di proclamazione”; Art. 1 del Regolamento del Senato: “i Senatori acquistano le prerogative della carica e tutti i diritti inerenti alle loro funzioni, per il solo fatto della elezione o della nomina, dal momento della proclamazione”).

Va da sé che, anche nel caso di mancata convalida dell’eletto, tutti gli atti compiuti in Parlamento dal Senatore non convalidato rimarrebbero perfettamente legittimi.

D’Alfy sostiene che “C’è bisogno di un consolidamento della proclamazione”, un consolidamento che richiede del tempo e che si realizza con la convalida adottata dalla Giunta per le elezioni. Il giorno della convalida sarebbe quello iniziale dal quale far partire i termini per rimuovere la incompatibilità fra le due poltrone.

Purtroppo per lui non esiste nessuno né in dottrina né in giurisprudenza che sostenga una simile speciosa interpretazione.

È indubitabile che la proclamazione sia il momento di assunzione della carica, sebbene la carica assunta conservi il carattere della provvisorietà fino alla conclusione del cosiddetto giudizio di convalida, giudizio che trova fondamento nell’art. 66 della Costituzione il quale “rimette alle Camere il definitivo accertamento dei titoli di ammissione dei propri membri, sia per quanto concerne la sussistenza dei requisiti della capacità elettorale passiva, sia per l’insussistenza di cause di ineleggibilità o incompatibilità, nonché della regolarità delle operazioni elettorali”.

Orbene, la dottrina qualifica di volta in volta il giudizio di convalida degli eletti come condizione risolutiva, oppure come atto confermativo dell’efficacia della proclamazione, ma giammai come condizione sospensiva.

Detto in parole semplici, la proclamazione è il momento di inizio della carica di senatore, mentre l’ipotetica mancata convalida costituirebbe l’annullamento della carica senatoriale, un annullamento che non avrebbe alcun effetto sulle funzioni parlamentari già svolte (in quanto non potrebbe essere retroattivo).

Ne discende che la fantasiosa interpretazione dalfonsiana merita di essere spernacchiata urbi et orbi.

Desta anzi meraviglia che di fronte ad un disastro epocale quale è stato il risultato elettorale del Partito Democratico, il governatore sia privo di qualsivoglia vergogna e dichiari quasi allegramente che il PD sia passato in Abruzzo dai circa 170.000 voti delle elezioni politiche 2013 ai circa 90.000 voti del 4 marzo 2018, con una perdita secca di circa 80.000 consensi, pari ad uno scarso 14%.

Quando esisteva la dignità, dinanzi a percentuali così sconfortanti si prendeva atto della sconfitta e si lasciava il campo ad altri che cercassero di risollevare le sorti del partito, ma evidentemente il cupio dissolvi dalfonsiano è così intenso e così galvanizzante che Luciano non vuole lasciare a nessun altro il piacere del disfacimento politico personale e dell’Abruzzo intero.

Il governatore Luciano D’Alfonso ha bisogno di un proctologo

One Response to "Luciano D’Alfonso e “l’inveramento della condizione giuridica dell’eletto”. Ovvero come stuprare la legge con un profilattico di velluto. Oppure come tenere un solo culo incollato a due poltrone"

  1. Pasquino   13 marzo 2018 at 11:02

    Christian,
    grazie di esistere.

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