Santa Maria del Paradiso a Tocco da Casauria

Santa Maria del Paradiso a Tocco da Casauria

di Sergio Scacchia  –

“Stimo, ch’il ciel m’inestasse amore d’eleggere per mia stanza un Paradiso.

A ciò dal mondo fosse più diviso per unirmi via più col mio Signore…

Pongo però nel tempo che m’avanza

pria che l’alma si spogli del suo velo, nel vero Paradiso ogni speranza”.

(Su di una porta del convento)

Era il 1470 quando un gruppo di frati Minori della Regolare Osservanza arrivò fin sulle pendici del Monte Morrone, alla ricerca di un eremo dove condurre una vita ascetica fatta di rigore, privazioni e preghiera. Ai viandanti dovette sembrare proprio il paradiso quel piccolo tempio dedicato alla figura di San Flaviano.

Erano seguaci di Giovanni da Capestrano e avevano collaborato con il santo guerriero che girava in lungo e largo l’Abruzzo tra una battaglia e l’altra, a edificare conventi francescani. Il frate battagliero era stato anche a Campli di Teramo, dove aveva creato nella piccola piana di fronte al borgo farnese il convento di San Bernardino arricchito, dopo la morte del fondatore, di un grande ciclo di affreschi dedicato alla sua imponente figura. Brandelli di queste opere sono ancora visibili nel chiostro desolatamente abbandonato alla violenza del tempo.

Nel corso dei secoli l’eremo angusto assunse proporzioni ragguardevoli fino agli albori del seicento. Ciò è testimoniato dalla data 1604 incisa sull’architrave della porta d’accesso al porticato superiore.

Nel bosco che oggi circonda il luogo, sul lato ovest c’è un gigantesco albero di lauro di forma circolare intorno ad un tavolo in cemento, piantato secondo la tradizione proprio dal seguace di San Francesco. Qui si raccoglievano in preghiera i religiosi, sul far della sera, per recitare i “vespri”.

Il convento non ebbe vita facile; subì due soppressioni, la napoleonica del 1811 e quella del governo italiano nel 1866.

Oggi il visitatore che, attraverso la Via Tiburtina Valeria Claudia che unisce Roma a Pescara, giunge nel borgo di Tocco da Casauria, di fronte, simile ad un bastimento immerso nel cupo verde della piccola foresta, scorge il maestoso edificio religioso di Santa Maria del Paradiso.

Pochi si inerpicano sulle pendici del colle per visitarlo. Molti preferiscono aggirare la collina per andare a vedere la piana dove grandi pale eoliche girano le loro teste di ferro.

Gran parte dei turisti, poi, fermano la loro attenzione sulla splendida abbazia di San Clemente a Casauria nel fondo valle, che più che un edificio religioso appare quasi come un palazzo con il suo portico a tre archi, l’ampio atrio, i portali ornati da sculture.

All’interno del complesso edificato dall’imperatore Ludovico II nel 871 e ricostruito nel XII secolo, tutti vogliono ammirare il grande ambone a cavallo tra romanico e gotico cistercense, l’elegante candelabro cosmatesco con l’edicola a due piani, il singolare altare maggiore costituito da un sarcofago paleocristiano e la cripta antichissima.

Eppure il convento di Tocco, alto sul colle a dominare la valle e le gole del Pescara merita una visita. Basta guardare, ad esempio, il chiostro rettangolare con archi sovrapposti che conferiscono all’insieme una veste severa.

Lungo le pareti, nell’arco delle lunette corrispondente alle arcate e alle crociere, sono visibili begli affreschi con episodi della vita della Madonna, della Natività e della Passione di Cristo. Sono opere realizzate da ignoti pittori di scuola abruzzese con grandi capacità nell’uso dei chiaroscuri e delle prospettive. Peccato che spesso il complesso sia chiuso a causa dell’impoverimento delle vocazioni.

Il convento per tutto il 2017 è stato sul punto di essere chiuso. Oggi questo rischio è stato scongiurato grazie all’impegno dei toccolani. Il convento dell’Osservanza di Santa Maria del Paradiso, appartenente alla Provincia dei frati minori, resta aperto e vive anche grazie alle associazioni dedite al volontariato.

Sono fortunato questa volta. Il convento è aperto. Il frate mi accoglie con l’aria di chi non ama immensamente vedere i forestieri. Quando gli dico di essere un terziario francescano e di conoscere molti suoi confratelli, il sorriso si apre su di una bocca dall’impalcatura carente di denti.

Mi chiede informazioni sui frati della Madonna delle Grazie di Teramo. “Siamo ormai pochi” si schernisce. Mi porta poi nell’improvvisato bar e, mentre carica la sua bella moka, mi dice che il caffè fa parte della liturgia d’accoglienza.

Non oso chiedergli se da solo si alza alle cinque per le orazioni o, al contrario, se ne strafrega beato. Se trascina gli zoccoli per dire messa nella chiesa che presumo sia poco frequentata nei giorni feriali o se abbia legami forti con la comunità del paese. In compenso scopro che ha l’artrosi e, purtroppo, anche l’alitosi.

“Vuoi un altro goccio di caffè, magari con correzione? – ecco la battutaccia – abbiamo tutti bisogno di correzione”. Poi, mentre la mia attenzione è attratta da una Bibbia antichissima posta su di un leggio, ecco le parole illuminanti: “Ti piace vero? La Parola di Dio non è un semplice “flatus vocis”, amico mio. No, non è un suono che si perde. La Parola realizza ciò che significa e chiama all’esistenza le cose significate. Noi tutti siamo parola di Dio unica e irripetibile. Siamo una parola d’amore pronunziata dal Signore. Noi siamo come questa Bibbia: siamo il libro di Dio”.

Capisco che il piccolo frate è certamente un predestinato, uno dei pochi che ascolta in ogni attimo della sua giornata la Parola, uno che si nutre incessantemente di ciò che esce dalla bocca del Signore. Il figlio di San Francesco scandaglia le Scritture alla ricerca della volontà divina.

Somiglia vagamente a padre Pio Scocchia, il mio assistente spirituale nei Minori, volato prematuramente in cielo qualche tempo fa; solo che l’uomo che ho davanti è più anziano, ha il viso solcato da rughe stropicciate più del saio che indossa. Quei solchi profondi prodotti dal tempo, hanno lo stesso colore bluastro che cerchia i suo occhi neri, sfavillanti, indagatori, appena sardonici.

È un uomo quasi stremato ma entusiasta di Dio. Lo si percepisce a ogni sua parola. Gli racconto la splendida avventura che sto vivendo da ministro della mia fraternità. Sorride divertito e mi dice che ho gli occhi parlanti, di quelli che raccontano tutto della vita del loro padrone. Spalanca le mani a ventaglio e comincia a contare un dito dopo l’altro, le fraternità francescane che lui cura come assistente. Sono cinque, proprio come le dita della sua mano destra. Poi elenca le virtù che deve avere un seguace del serafico padre che si riassumono, svela, nell’annullare la propria volontà per amore di quella degli altri.

“Vedi una goccia d’acqua? Appena cade in un’altra acqua, fratello caro, subito si unisce a quella. Ecco il motivo per cui Francesco canta a sora acqua. Se cade una goccia di olio non si unisce, si divide in tante parti, ma non si unisce. E Francesco lo sapeva bene, tanto che non parla di fratello olio”.

Ride divertito della sua battuta e l’arcata dentaria balla sinistramente. Poi mentre siede sotto la statuina bianca della Vergine Maria, tutta circondata di fiori gialli, punta i suoi occhi penetranti su di me. Mi osserva in silenzio per qualche minuto, procurandomi un che di soggezione, poi esclama: “Sei un predestinato”.

Questa non me l’aveva mai detta nessuno. Spero sia un complimento. E poi spiega: “Che Cristo sia la verità e la vita è un fatto abbagliante e talvolta per vedere è necessario essere abbagliati. Non è così per tutti. C’è chi ha la vista e non vede. Tu hai dieci decimi negli occhi dell’anima!” (Queste parole mi hanno colpito profondamente, tanto da essermi poi segnata la frase in un foglietto che custodisco gelosamente nel fondo del portafogli).

Sarebbe interessante una visita all’antico refettorio dei frati. Non tanto dal punto di vista architettonico dato che è reduce nel 1979 di un restauro di dubbio gusto, quanto per le tele dedicate alla Annunziata. Dal chiostro si accede poi alla biblioteca conventuale dalle ampie volte a botte formate da blocchi di tufo.

Ma il vecchio religioso è restio a introdurmi fin là, soprattutto quando gli dico di aver visto tutte le sale qualche anno prima. Deve aver capito che voglio scattar foto dal borsone che ho con me. Quella volta che visitai il convento di Capestrano, riuscii a infilarmi dentro la grande biblioteca e vidi addirittura gli scritti di San Giovanni, dei meravigliosi codici miniati e degli incunaboli antichi. Qui pare debba rinunciare. Il rito d’accoglienza manca di un degno finale.

La creazione di questo angolo di cultura risale al secolo XV. Peccato che nel 1811 per Ordine Regio molti dei codici, dei volumi preziosi, degli incunaboli del ’500 furono trasportati a Napoli, nella grande Biblioteca Nazionale.

La piccola chiesa è in stile gotico rinascimentale e accoglie il visitatore con un bel portale in pietra contenente una lunetta affrescata nel ’500 che ritrae la Madonna oggetto della devozione, ai lati, di San Francesco e San Giovanni Evangelista.

Nell’interno, prima di ripartire, mi soffermo beato a guardare il bel coro ligneo di stile gotico con diciassette stalli. Fuori il piazzale scorrazzano indisturbati e felici un cane e un gatto insolitamente amici. Sono sempre stato convinto che gli uomini di Dio sanno sceglier bene i posti dove avvicinarsi al Creatore.

Arrivare a Tocco da Casauria:

Da Nord e da Sud

Dall’autostrada Adriatica A14 (da nord: in direzione di Ancona; da sud: in direzione Pescara), seguire la direzione Roma, prendere l’autostrada A25, uscire a Torre De’ Passeri/Casauria, svoltare sulla SP56 in direzione di Tocco da Casauria.

Da Pescara

Prendere la SS16 in direzione Chieti, continuare in direzione dell’autostrada A25, uscire a Torre De’ Passeri/Casauria, svoltare sulla SP56 in direzione di Tocco da Casauria.

Nella visita al paese da non perdere: il Castello o Palazzo Ducale fatto erigere da Federico II tra il 1187 e il 1220, distrutto dal terremoto del 1456 e ricostruito in stile rinascimentale; la Torre dell’Orologio, con i suoi merli ghibellini, che faceva parte di un sistema di torrette dislocate lungo una cinta muraria.

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