La sconfitta dell’arroganza: Analisi delle elezioni del 4 marzo 2018

La sconfitta dell’arroganza: Analisi delle elezioni del 4 marzo 2018

di Christian Francia  –

All’indomani delle elezioni politiche sarebbe facile cantare vittoria per chi, come il Fatto Teramano, ha combattuto strenuamente l’arroganza di chi ci governa, Forza Italia e Partito Democratico su tutti.

Ma credo debba prevalere lo sforzo di comprensione di quanto è accaduto nelle urne, perché la riduzione della politica ad un pregiudiziale tifo da stadio è sterile e deleteria per il nostro futuro.

Il primo dato è la vittoria clamorosa delle forze antisistema, quelle che si sono opposte ai governi degli ultimi sei anni, cioè a dire M5S e Lega. Quindi l’indicazione popolare è quella della discontinuità netta rispetto ai governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni. E siccome M5S e Lega assommano la maggioranza assoluta dei neoparlamentari, se ne deduce che non sarà possibile alcun governo senza l’appoggio di almeno uno dei due vincitori.

Se a ciò si aggiunge che la composizione dei seggi nel nuovo parlamento è tale da escludere ogni possibilità di maggioranza senza che si uniscano due delle tre forze nelle quali si è divisa l’Italia, e cioè il M5S, il centrodestra e il centrosinistra, si comprende come ogni possibilità di governo si riduce ad una maggioranza M5S-PD, oppure ad una maggioranza M5S-Lega. L’alternativa sarebbe tornare alle urne in pochissimi mesi.

Dato fondamentale è che mai nessun governo nella storia repubblicana (e dell’Europa) è nato con il primo partito che stesse all’opposizione, per cui mi sento di escludere che i grillini possano restare all’opposizione, ma è altrettanto problematico immaginarli al governo assieme al Partito Democratico oppure alla Lega di Salvini.

Matteo Renzi, imbalsamato dagli italiani, si è subito affrettato ad escludere che il PD faccia accordi con il M5S, dichiarando che i suoi staranno all’opposizione, ma la testa di Renzi è esattamente il prezzo dell’accordo: fare fuori il ducetto fiorentino sarebbe il pegno che i democratici offrono ai grillini per negoziare una possibile alleanza di governo.

Del pari, sembra difficile ipotizzare vaste transumanze parlamentari da uno schieramento all’altro, cosa che sarebbe stata plausibile se i numeri fossero stati risicati per dare una maggioranza di seggi al centrodestra, il quale al contrario necessiterebbe oggi di reclutare almeno 80 parlamentari fra i grillini e il centrosinistra per avere i numeri utili a sostenere un loro possibile governo.

Del resto, se il M5S ha impostato da mesi la campagna elettorale sulla svolta governista e ha addirittura presentato la sua intera squadra dei ministri, per loro l’ipotesi di rimanere all’opposizione significherebbe dissolversi nei prossimi 5 anni.

Così come è da escludersi l’ipotesi di un ritorno al voto in tempi brevi, perché come è noto i parlamentari appena eletti non andrebbero a casa nemmeno con le cannonate e sarebbero disposti a votare pure un governo del diavolo pur di rimanere in sella 5 anni.

Altro dato importante è quello della sconfitta dell’arroganza di governo, Renzi in testa, capace di spaccare la sinistra e di ridurla al fantasma di se stessa, stessa sorte di quanto D’Alfonso ha saputo fare in Abruzzo, dove il partito Democratico ha ottenuto circa il 14% dei voti, cioè a dire il 4% in meno rispetto al 18% circa ottenuto dal PD nella media nazionale.

L’apporto significativo di D’Alfonso (e a Teramo di Sandro Mariani) è riuscito ad alienare ancora più consensi di quanto abbia saputo fare il governo Gentiloni con i suoi ignorantissimi ministri.

E se il renzismo ha dato ampia prova di incapacità politica assoluta, non va dimenticata la pulizia etnico-politica operata dentro al PD, laddove si è azzerato qualsiasi dissenso e qualsiasi buon senso.

Né va sottaciuto che ha pesato tantissimo in queste elezioni la questione dell’immigrazione. Le sconsiderate classi dirigenti di destra, di sinistra e grilline sono riuscite a far credere ai poveri che la responsabilità della loro miseria è di chi è ancora più povero. Una follia che il tempo svelerà nella sua sesquipedale infondatezza.

Il Paese è spaccato a metà: il centro-nord è quasi integralmente a maggioranza di centrodestra, mentre il sud è tutto del M5S.

L’Abruzzo ha dimostrato di essere pienamente una regione meridionale, votando in massa per i pentastellati al pari delle altre regioni del mezzogiorno e dando prova di essere incazzatissimo con i suoi governanti di centrosinistra e di centrodestra.

Scontata la considerazione sul voto collegato al livello di benessere: nelle regioni dove si vive bene e l’economia tira (dando una buona qualità di vita alle popolazioni) il consenso per i partiti moderati è maggioritario, mentre nel sud sanguinante di disoccupazione e di crisi economica il voto antisistema è stato dilagante.

Non da oggi sappiamo che la politica nel meridione ha una natura fortemente clientelare, per cui le masse si aspettano finanziamenti a pioggia e aiuti di Stato, posti di lavoro elargiti per intercessione politica e non certo per capacità imprenditoriali, ragione per cui la promessa grillina del reddito di cittadinanza universale ha funzionato da collettore di speranze, quelle speranze che fino a ieri elargivano nel teramano Paolo Gatti e Paolo Tancredi, due capibastone spazzati via dal vento del 4 marzo.

Il voto di protesta e di repulsione per il ceto politico dominante, che è riuscito a mostrarsi antipatico a tutti, non ha risparmiato nemmeno Liberi e Uguali, un fallimento assoluto che ha sommato solo gli interessi particolari legati alla prosecuzione delle solite carriere politiche. Tardiva la presa di posizione di Gianni Melilla che ha parlato di una Caporetto e delle scelte sbagliate della sinistra: bisognava pensarci prima e fare scelte più coraggiose e oneste, non cedere ai paracadutati in Abruzzo, alle plurime candidature dei leader per salvare il loro deretano, all’inconsistenza assoluta di Grasso e della Boldrini assurti al rango di pensatori quali purtroppo non sono.

Questa è stata la più sonora sconfitta della sinistra italiana dal dopoguerra, eppure Renzi non si è dimesso (pur annunciando inusuali dimissioni differite) perché spera di andare subito a nuove elezioni e di fare ancora lui le liste. Una ipotesi che reputo residuale e disperata, anche perché dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al capo del governo Gentiloni stanno lavorando tutti per mandare affanculo per sempre la tracotanza renziana.

Il governo piddino ancora in carica ha fatto una figura barbina, con addirittura tre ministri di peso trombati brutalmente nei loro collegi uninominali: il Ministro dell’Interno Minniti, il Ministro della Cultura Franceschini (trombato a casa sua) e il Ministro della Difesa Pinotti (trombata a casa sua), ai quali bisogna aggiungere la sconfitta del presidente del Partito Democratico Orfini che è stato trombato nella Capitale.

E non può assolutamente sostenersi che sia stata una questione di tendenza generale, perché a dimostrare il contrario c’è stato il governatore uscente del Lazio Zingaretti, il quale alle elezioni regionali (svoltesi lo stesso 4 marzo in concomitanza con le politiche nazionali) ha rivinto schiacciando sia i grillini che governano Roma e sia il centrodestra, a riprova ulteriore del fatto che la fiducia nei confronti dei partiti è tramontata e al suo posto esiste una fiducia personale che ciascun politico sa conquistarsi con il proprio lavoro e a prescindere dalla bandiera del suo schieramento.

LA RENDITA PARASSITARIA DEL MOVIMENTO 5 STELLE

Per il Movimento 5 Stelle è finito il tempo dell’opposizione, adesso hanno una sola strada, quella del governo con chiunque ci stia.

Ed è tutta da dimostrare la loro capacità di governare, perché il fatto che il loro consenso sia scarso laddove il tessuto economico e sociale è più sano (centro e nord), mentre i loro voti siano dilaganti nelle aree disagiate del sud, offre parecchi spunti di riflessione a coloro – io fra questi – che ritengono che il consenso grillino sia una rendita parassitaria fondata sull’incapacità di chi sia stato al governo e non già sulle proposte e sulle capacità di chi si è proposto come valida alternativa.

Del resto chi vi scrive, come moltissimi altri, ha votato un certo Zennaro nel collegio maggioritario della Camera dei Deputati e una certa Papola nel collegio maggioritario del Senato senza nemmeno sapere chi siano e cosa rappresentino, senza averli mai visti, mai sentiti, senza nemmeno mai aver guardato uno straccio di manifesto elettorale. E questo non già perché io mi ritenga uno disinteressato alle questioni politiche, quanto piuttosto perché ero e resto convinto che bisognasse fare piazza pulita delle scorie di un passato fatiscente: Gianni Chiodi, Giulio Cesare Sottanelli, Giorgio D’Ignazio e Sandro Mariani (i candidati spazzati via con percentuali ridicole); ma senza disseppellire coloro che sono stati già tumulati dalle mancate candidature: Paolo Gatti, Paolo Tancredi e Tommaso Ginoble.

Da ultimo, una notazione a parte la devo al governatore Luciano D’Alfonso, un personaggio di squallore politico inenarrabile, bugiardo come nessuno.

Come sanno a memoria gli abruzzesi, Luciano ci ha deliziato con una narrazione elettorale che dapprima prevedeva che la sua candidatura al Senato fosse subordinata ad una convenienza per il suo Abruzzo e non già per la sua persona. Poi ci ha detto che la convenienza dell’Abruzzo sarebbe consistita nel mandare D’Alfonso a fare il Ministro (o al limite il sottosegretario), sottolineando l’importanza di una rappresentanza abruzzese nel governo nazionale.

Oggi, dopo la sconfitta devastante che umilia anche i suoi pessimi 4 anni di gestione verticistica lastricata di infinite illegittimità (oltre che di sesquipedali incapacità), Luciano ci viene a dire: onorerò il mandato popolare che ho ricevuto per rappresentare le esigenze dell’Abruzzo a Roma. Non appena la mia elezione sarà convalidata, si aprirà il procedimento previsto dalla norma per risolvere la questione dell’incompatibilità”.

Avete letto bene: D’Alfonso annuncia che resterà a Roma a godersi la sua poltrona senatoriale anche se non dovesse trovare un posto nel nuovo governo nazionale.

Ma come? Se aveva promesso che si sarebbe dimesso da senatore per finire di onorare il mandato da Presidente di Regione nel caso non venisse nominato nel gabinetto nazionale!

Ci si sarebbe aspettati almeno un sussulto di dignità e di coerenza, ma era fin troppo ovvio che così non sarebbe stato: è troppo importante l’immunità parlamentare per chi – come Luciano – si trova tutte le Forze dell’Ordine alle calcagna a causa del suo modo spregiudicato e illegittimo di gestire il potere.

Per cui tanti saluti agli abruzzesi e si dia inizio alla cuccagna romana con festini, aperitivi e cene ove celebrare l’eloquio forbito del cazzaro nostrano. Il tutto a spese dei miei corregionali che hanno votato Partito Democratico per un deficit cognitivo che appare incolmabile.

In chiave locale teramana, mutuando la situazione nazionale, gli scenari appaiono due:

1) o il M5S deciderà di aprirsi alle alleanze (sia civiche che partitiche) e in quel caso ci sarà la possibilità di stravincere le imminenti elezioni comunali del capoluogo;

2) oppure i grillini si autorelegheranno all’opposizione (a prescindere dalla quantità del loro consenso), nel qual caso le ipotesi di governabilità a Teramo passerebbero per accordi molto vasti, all’interno dei quali il PD avrebbe accesso solo nel caso in cui offrisse la testa di coloro che hanno fatto dell’arroganza un metodo di governo inaccettabile, ovvero Luciano D’Alfonso e i suoi epigoni teramani, a partire da Manola Di Pasquale.

4 Responses to "La sconfitta dell’arroganza: Analisi delle elezioni del 4 marzo 2018"

  1. Anonimo   7 marzo 2018 at 6:52

    Fare peggio del dato nazionale era una missione impossibile. D’Alfonso e Mariani hanno fatto peggio di circa 5 punti percentuali. Caporetto fu un successo.

  2. anonimo noto   7 marzo 2018 at 14:16

    Io mi aspetterei l’elenco dei finanziatori dei vari candidati. Che risate..

  3. Pasquino   8 marzo 2018 at 1:24

    Peccato per un pacchiano errore di sintassi.
    Ma l’articolo me lo stampo per la chiarezza e la profondità dell’esposizione.
    Grazie.

  4. Pasquino   8 marzo 2018 at 1:28

    Grammaticale non sintattico, pardon.

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