Elezioni politiche 2018: Non facciamoci abbindolare dall’euroscetticismo

Elezioni politiche 2018: Non facciamoci abbindolare dall’euroscetticismo

di Giulia Francia

A cinque giorni dalle elezioni politiche, un ripasso generale dell’Unione europea sembra più che doveroso.

Bistrattata, accusata di essere l’origine di tutti i mali, l’Unione sembra essere il capro espiatorio dei programmi della grande alleanza di destra e del Movimento 5 Stelle. La sinistra, nonostante i suoi peccati capitali, è ancora l’ultimo strenuo difensore di quest’unione del Vecchio Continente, spesso percepita come un’entità sovranazionale austera e distante.

La colpa è senz’altro delle inefficaci campagne di comunicazione europee ma è pur vero che i governi e l’educazione (una competenza dei singoli Paesi membri) nazionali non aiutano. Eppure, l’Unione europea non è solo una maestra bacchettona, nonostante tutte le regole d’oro e le formule magiche per aumentare la crescita economica, ridurre i deficit e la disoccupazione possano risultare amare come sciroppi di ortiche.

Al di là della pace – anche se in un clima di forti tensioni internazionali sottovalutare l’importanza di un continente unito, forte, solidale e stabile non è un’idea brillante – l’Unione europea ha garantito dei progressi che vengono troppo spesso sottovalutati. Per giunta, acclamare la vittoria della Brexit, di cui il Regno-Unito sta pagando le conseguenze a caro prezzo, risulta un comportamento ignorante (dal participio presente di ‘ignorare’, il comportamento di colui che ignora, che non sa).

In questo contesto, affermazioni come quelle dell’On. Luigi Di Maio, che si dichiara esplicitamente per “un’uscita da questo euro” (sarebbe gradito sapere se esista un altro euro oltre a questo o quali siano gli scenari dei “premi Nobel che parlano anche dell’euro a due velocità”) risultano fuori luogo, populiste e non supportate da cifre e tesi fondate, che lasciano allibiti tutti coloro che, al contrario dell’On. Di Maio, hanno una vaga idea di cosa implichi l’uscita da questo euro e forse anche dall’Europa in generale.

Il pilastro dell’Unione europea è il mercato unico (anche detto mercato interno), che permette la libera circolazione di persone, merci, servizi e denaro. Il che significa che tutti i cittadini dell’Unione europea possono studiare, vivere, fare acquisti, lavorare e andare in pensione in qualunque paese dell’Unione e godere, peraltro, di un’ampia scelta di prodotti provenienti da tutta Europa.

Il libero scambio e la libera circolazione sono stati favoriti dalla creazione della Zona Schengen (26 Stati europei hanno abolito i controlli sulle persone alle frontiere comuni, sostituite da un’unica frontiera esterna) e dall’abolizione di migliaia di barriere giuridiche, burocratiche e tecniche.

Pertanto, le imprese hanno potuto estendere le loro attività e la politica di concorrenza ha determinato un calo dei prezzi e una scelta più ampia per i consumatori. Basti pensare al costo delle telecomunicazioni, in calo netto (più del 30% secondo un rapporto del Senato francese del 2007) dal 1985, quando la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea “British Telecommunications”, affermò l’applicabilità delle regole della concorrenza agli operatori pubblici nazionali in situazione di monopolio di Stato.

Lo stesso vale per le tariffe aeree, la cui diminuzione è stata accompagnata dall’apertura di nuove rotte. Inoltre, le famiglie e le imprese sono oggi in grado di scegliere il proprio fornitore di energia elettrica e gas. In questo scenario di libero mercato, l’equità, la tutela dei consumatori e la sostenibilità ambientale sono garantite dalle autorità della concorrenza e di regolamentazione dei Paesi membri.

L’Unione europea è altresì un’immensa opportunità commerciale per tutte le imprese europee, che hanno accesso a quasi 500 milioni di consumatori, una base che consente loro di restare competitive ed esercitare una maggiore attrazione sugli investitori stranieri. La globalizzazione non finirà né con l’uscita del Regno Unito dall’Unione né tantomeno con l’uscita dell’Italia dalla moneta unica. Per cui, ci si dovrebbe aggrappare con le unghie e con i denti a quello che, ad oggi, è il più grande mercato unico mondiale.

Il problema dell’Italia non dipende dall’euro. Checché se ne dica, l’Eurozona è in crescita da oltre vent’anni e forse il fanalino di coda italiano non ha saputo cogliere le opportunità offerte dal cambiamento, nel quadro dell’integrazione europea.

I partiti che auspicano un’uscita dalla moneta unica, oltre all’ignoranza dimostrata in merito ai costi di una simile scelta, affermano che sarebbe meglio svalutare il tasso di cambio anziché i salari. La svalutazione monetaria ha i suoi vantaggi: aumento delle esportazioni, aumento del turismo e un possibile amento degli investimenti di capitali esteri.

Purtroppo, gli svantaggi non vengono mai nominati: un aumento del costo delle importazioni (da non sottovalutare da chi non vive in autarchia) – prodotti finiti, intermedi e materie prime – necessarie per garantire alle imprese italiane di svolgere le loro attività. Tutto ciò conduce inevitabilmente a un aumento del costo di produzione dei prodotti italiani.

Di conseguenza, se il prezzo di vendita non deve aumentare per non intaccare le esportazioni, è evidente che per non ridurre i profitti (ovvero, per evitare che gli imprenditori si ritirino dal mercato e investano all’estero, facendo così crescere la disoccupazione interna) bisogna ridurre o il costo del lavoro (i salari reali) o i contributi sociali a carico dei datori di lavoro (costringendo così lo Stato a compensare la perdita riducendo la spesa pubblica).

Se i vantaggi di una svalutazione sono dubbi, i costi di un’uscita italiana dall’euro sono elevatissimi e certi. Se l’Italia uscisse dall’euro, il primo problema sarebbe un rialzo del rapporto debito/Pil, che subirebbe un balzo fino al 190% dal livello attuale di circa 133%. Una ridenominazione del debito nella nuova valuta sarebbe considerata alla stregua di un default dalle agenzie di rating e dai mercati finanziari e di conseguenza nessuno comprerebbe più titoli del Tesoro italiani. Pertanto, l’intero debito dovrebbe essere finanziato dalla banca centrale e ci sarebbe un’inflazione simile a quella registrata nel Dopoguerra.

In secondo luogo, vi sarebbe il problema del debito privato verso l’estero. Se l’Italia uscisse dall’euro, banche, imprese e famiglie si ritroverebbero con passività in euro e attivi in valuta domestica svalutata, con conseguenti fallimenti a catena. Infine, vi è il problema dell’“aspettativa”, ovvero della quasi certezza di una svalutazione futura che, durante i mesi di preparazione per la messa in circolazione di una nuova moneta e l’adeguamento dei sistemi di pagamento, indurrebbe gli investitori a prelevare denaro dalle banche per portarlo all’estero.

L’On. Luigi di Maio, infatti, è già volato a Londra in tempi non remoti per “rassicurare” gli investitori e l’accoglienza riservatagli non è stata delle migliori: il Financial Times parla del Movimento 5 Stelle come di un partito populista da “infarto finanziario” se, con la Lega, dovesse andare al governo. Di Maio, da bravo trasformista, ha spiegato che l’Italia non vuole uscire dall’Unione europea e che non è più nemmeno il momento di uscire dall’euro.

Un giorno si vuole uscire dall’euro, il giorno dopo dall’Europa, quello dopo si vuole restare ma con un’altra moneta o un altro euro… Poco conta. Questo fenomeno ha un nome: euroscetticismo. L’euroscetticismo è un orientamento malsano che attribuirebbe l’indebolimento dei singoli Stati alla crescente integrazione europea. Purtroppo, i cittadini, ormai giustamente stanchi della disoccupazione galoppante e della crisi economica che non sembra voler fare le valigie, sperano che il populismo della destra e del Movimento 5 Stelle, che, con toni più o meno agguerriti, attribuiscono al progetto europeo colpe inesistenti, possa salvarli dalla catastrofe.

Persino la crisi dei migranti è diventata una colpa europea ma non è così. Per cui, piuttosto che sdoganare slogan da bar bisognerebbe informarsi un po’ di più. L’affluire costante di migranti sulle coste italiche e di rifugiati e migranti sulle coste greche (un vero flagello di Dio per Matteo Salvini), è il prodotto di una mera e casuale prossimità geografica. La domanda che ci si pone è: perché in questo grande progetto comune, quale l’Unione europea, che si definisce tanto solidale, non c’è solidarietà nell’accoglienza e l’Italia e la Grecia dovrebbero perire sole sotto questa piaga d’Egitto?

Una domanda pertinente e più che giusta; senza contare che non si augura a nessun rifugiato di sbarcare in Grecia o in Italia per continuare a morire di fame, perseguitato da Giorgia Meloni.

Il problema risiede nel regolamento di Dublino III, che nel 2003 ha sostituito il regolamento di Dublino II, che a sua volta sostituì la convenzione di Dublino del 1990. Questo regolamento, frutto di un’insufficiente integrazione europea (ma l’integrazione europea si costruisce giorno dopo giorno) si applica a tutti gli Stati membri, ad eccezione della Danimarca, e stabilisce che il primo Stato membro in cui vengono memorizzate le impronte digitali o viene registrata una richiesta d’asilo è responsabile della richiesta d’asilo di un rifugiato.

Per quale motivo questa ingiustizia, che nuoce, come ovvio, ai Paesi costieri? L’obiettivo originario del regolamento era quello di impedire ai richiedenti asilo di presentare domande in più Stati membri creando un fenomeno di asylum shopping, nonché ridurre il numero di richiedenti asilo “in orbita”, trasportati cioè da Stato membro a Stato membro.

Tuttavia, il primo Paese di arrivo subisce una pressione eccessiva e non è spesso in grado di offrire un sostegno e una protezione degna ai richiedenti, contro ogni tipo rispetto dei diritti dei rifugiati. Non a caso, il sistema di Dublino è stato condannato a più riprese dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.

Con l’aggravarsi della crisi, i partner europei si erano impegnati ad accogliere una parte di migranti secondo un sistema di quote, che pochi hanno rispettato (solo la Svezia, la Finlandia, la Lituania e la Lettonia hanno superato il 50% delle quote previste dai patti).

Pertanto, mentre ci si scaglia contro la cattiva Europa, la Commissione libertà civili del Parlamento europeo ha già dato il primo via libera alla modifica del regolamento di Dublino, che prevede l’abolizione del principio del paese di primo ingresso e l’introduzione di un sistema automatico e permanente di ricollocamenti in tutti i paesi dell’Unione europea secondo un nuovo sistema di quote. Questa posizione è ancora bloccata al Consiglio Europeo, diviso tra coloro che vorrebbero che prevalesse il principio di solidarietà e i fautori della linea dura, che puntano sull’esternalizzazione delle frontiere e un coinvolgimento dei Paesi unicamente finanziario.

Occorre dunque capire che il processo di integrazione europea non è giunto neanche a metà dell’opera e che la costruzione europea è ancora in corso. A Bruxelles si lavora mentre gli Italiani continuano a ingurgitare le chiacchiere del Carnevale politico. Senza citare gli innumerevoli vantaggi dell’Unione europea in termini umani, economici, sociali e ambientali, ma volendosi soffermare solo sui due aspetti sopracitati, non si capisce quale sia l’obiettivo di un’uscita dall’euro o peggio ancora dall’Unione.

Mentre in Italia il teatrino delle elezioni continua a divertire grandi e piccini, in quel di Bruxelles il capo negoziatore Ue per la Brexit, Michel Barnier, sta facendo piangere gli ex vicini di casa. Il costo salatissimo del divorzio varia dai 45 e i 55 miliardi di euro, perché l’Unione vuole essere gentile e, come ovvio, occorre un passo felpato per negoziare con uno dei più grossi contributori della politica agricola comune (PAC).

Questa gentilezza è valsa uno sconto di circa 45 miliardi, perché la “Brexit bill” è stimata a un totale di ben 100 miliardi di euro. Nei “giardini della Zia Theresa” circola un documento riservato del ministero per la Brexit che spiega all’anziana donna (fino a poco tempo fa, ignara dell’esistenza di una fattura) come nei prossimi 15 anni la Gran Bretagna crescerebbe:

– il 5% in meno in caso di accordo di libero commercio;

– il 2% in meno in caso di un accordo di accesso al mercato comune;

– l’8% in meno in caso di “no deal”, quella che in francese chiamano “un’uscita secca”.

Giulia Francia

Ma cosa dovrebbe pagare Zia Theresa? Le spese notarili? L’avvocato? No. Molto semplicemente, ogni anno il budget europeo prevede degli stanziamenti pluriennali per il finanziamento di diversi progetti e Londra deve saldare almeno 30 miliardi di euro per i progetti a venire, visto che è impegnata nel piano pluriennale almeno fino al 2020, se non fino al 2022 in caso di prolungamento dei negoziati. Poi, vi sono 20 miliardi o poco più di spese per gli impegni legali assunti per il periodo 2014-2020 e altri impegni economici. Infine, 7 miliardi di euro circa serviranno a pagare una parte delle pensioni dei funzionari europei, una parte del contributo per la politica migratoria o quella relativa agli investimenti strategici.

Per rendere l’idea, nel 2016, la spesa dell’Italia per far fronte all’emergenza migranti è ammontata a 3,6 miliardi di euro al netto dei contributi Ue… spiccioli di fronte allo scontrino della cena mal digerita dalla perfida Albione a Bruxelles.

3 Responses to "Elezioni politiche 2018: Non facciamoci abbindolare dall’euroscetticismo"

  1. Massimo Ridolfi   27 febbraio 2018 at 13:59

    MONOPOLI

    La Comunità Europea è diventata
    un giuoco da Ricchi
    sullo sfruttamento dei popoli.

    Niente di più
    di un MONOPOLI
    a sangue freddo.

  2. MASSIMO RIDOLFI   27 febbraio 2018 at 14:46

    Gran Pezzo: https://www.youtube.com/watch?v=s0JbVBHw6lQ

  3. Amedeo Nativio   3 marzo 2018 at 15:54

    Bbrava Giulia, bel marchettone.

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