Il Tau, Nico e San Valentino in Abruzzo Citeriore

Il Tau, Nico e San Valentino in Abruzzo Citeriore

di Sergio Scacchia  –

“Il Signore disse: passa in mezzo alla città, a Gerusalemme e segna un TAU sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono. È un segno potente di protezione contro il male” (Ez.9,4-6).

Ricordo quella gita come fosse oggi. Fu l’ultima volta che vidi Nico vivo. Stradine strette, case attaccate l’una all’altra che somigliavano vagamente a bisce stese pigramente al sole. Ero entusiasta del paese che avevo davanti agli occhi, situato su di un colle, tra il fiume Orta e il torrente Lavino nel cuore della provincia pescarese.

San Valentino in Abruzzo Citeriore aveva dato i natali al mio caro amico Nico che lo abbandonò a pochi mesi dalla nascita per stabilirsi nella bella Verona di Romeo e Giulietta. Nico mi aveva chiesto di accompagnarlo in questo borgo al confine del parco Nazionale della Majella, per un tuffo nelle sue origini. Un luogo magico davvero.

Non mi ero mai fermato tutte le infinite volte che andavo a Caramanico Terme per camminare lungo il fiume Orfento o per andare alla ricerca dei tanti eremi di anacoreti, nascosti tra i boschi della Majella.

Eppure San Valentino ha una storia sontuosa. Sul suo territorio, in epoca romana, esisteva un importante insediamento.

Pare che la nascita di questo abitato si debba far risalire all’anno Mille. Poi, nel XIV secolo, c’è stata la storia degli Acquaviva e di Corrado che iniziò il dominio della importante famiglia, la quale fu padrona per varie generazioni. Poi ci furono gli Orsini dal 1487, poi i De Frigis dal 1583. Infine il borgo fu venduto e acquistato da Margherita d’Austria Farnese.

Tante famiglie importanti che hanno lasciato mura eccellenti come il palazzo dei Conti di San Valentino, in gran parte rimaneggiato, e i resti di un castello possente.

Il panorama dal belvedere era bellissimo e severo: i boschi si alternavano alle rocce incombenti e qui e là si scorgevano piccole ville aristocratiche con finestre, bovindo e tapparelle abbassate.

Aveva piovuto e, dopo il pieno di acqua, ovunque si avvertiva tanfo di muschio simile a quello che si respira quando alzi il coperchio dello scatolone dov’è riposto il vecchio presepe. In alto, degli ardimentosi in sella al loro poco stabile parapendio sorvolavano, con buona dose d’incoscienza, i burroni montani.

Il paese si presentava pulito, ben tenuto. Mi piacque subito la parrocchiale costruita intorno la seconda metà del XVIII secolo, con la sua facciata in pietra del novecento. All’interno avevo ammirato l’elegante decorazione in stucco eseguita dal comasco Alessandro Terzani.

Quello che mi aveva attratto molto era la cittadella sopra la chiesa. Non era in buon stato, aveva conservato poco o niente dell’impianto medievale, qualche “carruggio” stretto, qualche casa arrampicata una sull’altra per sfruttare uno spazio avaro e sfidare leggi di statica su rocce verticali. Eppure, con la fantasia, rendeva l’idea di cosa ci fosse secoli prima.

Fu mentre guardavo col naso in su che Nico notò il Tau appeso al collo, ripensò che anche il portachiavi dell’auto aveva un’icona simile ed esclamò: “Davvero strana la tua croce!”. Il mio amico era sempre stato un minimalista.

Gli spiegai che quello era il segno con cui San Francesco amava firmare lettere e benedizioni, che per me era simbolo della spiritualità francescana, quella che si esprime nell’amore per la pace, la letizia, il creato. Gli dissi, poi, che si trattava dell’ultima lettera dell’alfabeto ebraico e che nella Bibbia era certezza di salvezza.

Si mise a ridere sguaiato e ribadì che la salvezza non è di questo mondo e che poi, di altri mondi non se ne vede l’esistenza. Lui era d’accordo solo nell’amore profondo per la natura, per quel creato che, a detta sua, si è fatto da solo, prodigio solitario di un Dio che non esiste.

Ecco, pensai, un “tipo” speciale il mio Nico. Ama la natura più di se stesso, ama la bellezza e ha rispetto del creato, eppure non si chiede chi o cosa ha donato tutto questo!

Gli feci un esempio che fosse un tantino calzante: “Immagina – dissi – di essere dentro un hangar dove a terra c’è un aereo fatto a pezzi: carlinga da una parte, elica da un’altra, fusoliera a destra, motore a sinistra, timone di profondità perso non si sa dove. All’improvviso, nella grande aviorimessa, accade l’esplosione del Big Bang, come fu secondo la scienza per i primi attimi dell’universo e, incredibilmente, l’aereo si ritrova tutto assemblato e pronto per il volo… ti pare possibile?” – conclusi trionfante.

Vidi l’amico accusare il colpo, poi, con prontezza di spirito, si rianimò e cominciò a parlare di particelle elementari, di gas caldissimi, spazio tempo e dimensioni. Avrebbe potuto raccontare di tutto, dato che io di fisica non capisco un tubo.

Tornai allora al Tau. Gli parlai del profeta Ezechiele e del Libro dell’Apocalisse, dove quest’oggetto è visto come segno profetico di redenzione attraverso la croce di Cristo. Non ci fu verso. Il suo animo di agnostico era tosto, non riuscivo a vincerlo.

Pregai lo Spirito Santo. Ricordai le parole del profeta Baruc: “Se lo Spirito non t’illumina, non potrai conoscere il cammino della sapienza, né potrai percorrere i suoi sentieri” (3,23).

Eppure Nico avrebbe potuto essere un francescano doc. In lui era innata la gioia, caratteristica essenziale, insieme all’umiltà, del pensiero dell’assisiate. Quando, pochi anni dopo, lo trovarono morto dentro casa, disteso sul suo letto, videro stampato sul viso una smorfia che tutti definirono sorriso.

Il mio protettore Francesco ha sempre portato con sé la gioia di essere figlio di Dio. Tra i passi del Vangelo che il santo amava di più, secondo le Fonti, c’erano quelli di Matteo, dove si paragona il regno dei cieli a una festa nuziale (22,2; 25,10), quello di Luca in cui Maria canta con gioia il Magnificat (1,46) e quello di Giovanni in cui si afferma che la gioia di Cristo sussiste anche nelle difficoltà e che, anzi, nelle stesse difficoltà trova una sua ragione d’essere (16,20-22).

Il santo che desiderava sopra ogni cosa conformarsi a Gesù, volle così vivere nella gioia. Gli rimaneva facile dato che, anche quando in giovinezza era in bottega ad aiutare il padre nel commercio di stoffe, o quando si trovava con le brigate di amici, la sua allegria era davvero coinvolgente.

Le Fonti raccontano della sua allegrezza anche nella prigionia di Perugia dove, mentre i compagni si struggevano nella tristezza, lui dispensava parole di speranza e sorrisi pieni. Questa gioia innata, crebbe dopo la conversione, si nutrì incredibilmente dei tanti momenti di prova, al punto che possiamo dire che la letizia di San Francesco nasceva e fioriva dalla croce.

E San Bonaventura scriveva: “L’uomo a Dio devoto, pur in mezzo al fluire di lacrime era sereno di una giocondità celeste, sia nel cuore che nel volto: il nitore della coscienza santa lo inondava di tanta letizia che il suo spirito era di continuo rapito in Dio e sempre esultava per l’opera delle sue mani” (II, III, 3:1350).

Questo fece sì, lo racconta il Celano nella Vita Seconda, che spesso il Poverello di Assisi fosse preso per svanito e pazzo. Non accade anche oggi? Non siamo tentati di etichettare un fratello sempre gioioso, allegro, come un “asino” sprovveduto senza nerbo? Un ciuco dalle orecchie lunghe. E magari gli lanciamo un “beato te che non hai problemi!”.

Le avversità avevano temprato lo spirito del serafico Padre al punto che riuscì a trasmettere l’esultanza nel Signore ai suoi frati che insieme con lui pativano tribolazioni e sofferenze di ogni sorta. E scriveva: “Si guardino i frati dal mostrarsi tristi all’esterno e oscuri in faccia come gli ipocriti, ma si mostrino lieti nel Signore e giocondi e garbatamente allegri” (Regola I 7:27).

Nei suoi scritti, Francesco poneva l’accento sempre sul fatto che anche nella prova si può raggiungere la perfetta letizia perché essa non consiste nel non avere prove, ma nel sopportarle con pazienza e serenità per amore del Signore, conservando la pace nel cuore. Nello Specchio di perfezione affermava che: “Il diavolo esulta soprattutto quando può rapire al servo di Dio, il gaudio dello spirito” (95:1793).

Certo, tutto facile a parole. Nico non aveva avuto una vita facile e la letizia non è cosa semplice nei momenti di difficoltà o di dolore. Non aveva trovato fondamento in Dio Padre, questo sicuramente, ma probabilmente in vita era stato meglio di tanti falsi cristiani. Aveva sempre aiutato chi era in difficoltà e desiderato un pizzico di povertà e tutto questo aveva contribuito ad allontanarlo da ogni avidità, ponendolo in uno stato di vera libertà di fronte agli uomini e alle cose.

Aveva soprattutto una grazia del Signore: viveva di un profondo amore per tutte le creature e questo gli regalava gioia e allegrezza giornaliera. Era vicino alla “Perfetta Letizia” di Francesco. Lui, non credente, era riuscito a fare della vita un canto di gloria al Creatore di tutto.

Nico era un poeta, anche se non aveva scritto mai un verso nella sua vita. Aveva il segreto di sollevare il velo che nasconde le bellezze dell’universo e di gettare sugli oggetti familiari lo splendore e il prisma della loro immaginazione. Sapeva trasportarti, come per incanto, dalla città avvolta nel fumo e nella nebbia, nel fondo di un bosco dove mormora un ruscello o sulla spiaggia di un mare aperto dove le onde vengono a infrangersi ai tuoi piedi.

Sì, Nico era davvero un francescano. Peccato non lo abbia mai saputo!

Notizie su San Valentino in Abruzzo Citeriore:

Dista da Pescara 36 chilometri. Si arriva attraverso l’Autostrada A14, direzione Roma, poi A25 Pescara-Roma, uscita Alanno-Scafa. S.S.5 Tiburtina e S.S. 487.

Gli abitanti sono poco meno di duemila.

Congusto ristorante by Panorama è il luogo ideale dove mangiare, in via Trieste 57: gnocchi all’ortica, pasta con gamberi di fiume, anellini alla pecorara, ravioli crema e zafferano con mandorle, vitello arrosto con salsa di borragine, alcune delle golosità. Prezzi nella media.

Per dormire molti agriturismo tra San Valentino, Abbateggio e Caramanico Terme.

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