La Finestra del Poeta: ALFONSO SARDELLA

La Finestra del Poeta: ALFONSO SARDELLA

di Massimo Ridolfi –

“Caro papà,

passando l’altra sera in Via Nazario Sauro…”

IL RACCONTO

Alfonso Sardella nasce nel centro della Teramo più popolare e genuina il 27 aprile del 1937, primogenito di Vincenzo, artigiano vetraio e grande lavoratore, e di Maria, casalinga dedita alla famiglia ma che in casa pratica anche il mestiere di sarta per il quale è molto apprezzata. I coniugi Sardella avranno anche una figlia, Ginetta, amatissima dal fratello maggiore.

La famiglia Sardella vive in una modesta abitazione di Via Teatro Antico, l’attuale Via Irelli.

La realtà genitoriale e le difficoltà dei tempi, soprattutto di carattere economico, formano i due figli in un ambiente famigliare di forti contrasti e continui sacrifici, ma senza mai sfociare del drammatico.

Il padre Vincenzo, di carattere duro e poco incline alla manifestazione dei propri sentimenti, soprattutto rispetto ai due figli, come traspare anche dai testi del poeta, avrà una forte influenza negativa sullo sviluppo caratteriale del piccolo Alfonso, che lamenterà sempre la ricerca irrisolta di un affetto e un apprezzamento paterno che lo tormenterà per tutta la vita.

Ma i sentimenti che Vincenzo non sa esprimere innanzi al figlio maschio, sembra invece che non manchi mai di esternarli al di fuori del nucleo famigliare, elogiando Alfonso ad ogni occasione: il Maestro Sandro Melarangelo, intimo amico e tra i promotori dell’opera del poeta teramano, ricorda come il padre fosse orgogliosissimo di un suo busto di argilla modellato da Alfonso, conservato gelosamente e in bellavista sul banco di lavoro del suo laboratorio di vetraio, che mostrava a tutti i suoi clienti enfatizzando la bravura e la creatività del figlio che lo aveva così raffigurato.

Purtroppo, però, Vincenzo muore improvvisamente il 27 dicembre del 1969 mentre quella sera, dopo una lunga giornata di lavoro, sta rientrando a casa, lasciando per sempre inespressi i suoi reali sentimenti di amore e dedizione alla famiglia e irrisolvibili nell’animo di Alfonso le difficoltà del loro rapporto e la sua ricerca di quell’amore paterno che fin da bambino ha desiderato disperatamente, ma che il genitore parrebbe non essere stato mai in grado di manifestargli apertamente.

Al contrario, Maria, madre amorevole e protettiva con entrambi i figli, cui ha dedicato tutta la sua esistenza instancabilmente, aiutata da una forte religiosità cerca di sopperire in ogni modo alle “macanze” di Vincenzo, nella speranza di offrire ai figli un futuro migliore e, soprattutto, lontano da quella fatica di cui ha visto abbrutire il marito. Maria non è teramana come Vincenzo ma originaria di Frondarola, una piccola frazione del Comune di Teramo verso il versante montano, dove il poeta da bambino e poi da adolescente passa piacevolmente le estati circondato da una cultura contadina di cui raccoglie e conserva nel tempo parlata, odori e sapori che contribuiranno a plasmare e arricchire il futuro poeta.

Quindi, con più giustizia e verità storica, potremmo dire che l’infanzia e l’adolescenza di Alfonso Sardella sono state le stesse dei figli di quei tempi vissuti e induriti dalla guerra e dagli stenti che ne portano inevitabilmente lo strascico doloroso, che passa accanto a queste povere anime nutrite con il boccone duro del dopoguerra: per aver buon giudizio di quei tempi e dei suoi viventi, si ha l’obbligo di ricordare e provare a immaginare che terra è l’Italia di quel lunghissimo periodo storico e che mondo è l’Europa reduce di guerra.

Se è vero che la formazione di Alfonso Sardella non è stata certo facile e coltivata lungamente su terreni scomodi, sicuramente non è mancata di un salvifico e compiuto amore materno, e tale considerazione viene facile farla quando si guarda il completamento degli studi da parte del poeta, permessi soprattutto grazie al constante sacrificio e le continue privazioni accettati da mamma Maria, protagonista assoluta del raggiunto affrancamento dei due figli dalla tanto temuta e “abbrutente” fatica.

Il tema della famiglia, della sua intimità, delle sue povere cose, dei suoi pasti frugali, costruiscono insieme la motrice ispiratrice della poetica di Alfonso Sardella, che porterà sempre dentro di sé quel bambino che è stato, che spesso si distrae inseguendo la propria fantasia, cui per accendersi basta lo schermo di una finestra.

Però, il fatto che Alfonso, seppure in poesia, scrive e rende pubblici i “panni famigliari”, inquieta l’amata sorella Ginetta, che gli raccomanda maggiore riservatezza nell’esporre la propria biografia nei suoi testi e, soprattutto, di evitare di usare il dialetto, che tradirebbe le loro umili origini, adesso che si sono finalmente emancipati da una condizione di sofferenza proprio grazie agli studi fatti. Ma il poeta è dettato dalla lingua che lo ha chiamato, che nessun pudore è sufficiente a zittire, e che canta anche a labbra strette: da questo “contrasto” nasce una delle poesie più note di Alfonso Sardella, “Ginetta mi’”.

Invero, si può affermare chiaramente e senza tema di smentita che il lavoro compiuto dal poeta dialettale è infinitamente più importante di quello che porta avanti il poeta cosiddetto in lingua, perché quello del poeta dialettale è un viaggio con l’orecchio sempre teso alla scoperta di una lingua solamente parlata, e perciò più fragile, che riesce a riportare in forma letteraria, cioè scritta, e deve farlo nel modo più semplice possibile e senza complicare le parole che sente e che trascrive con “segni” assurdi e che non appartengono alla “forma dialettale”, come la trasposizione grafica di certi presunti accenti tonici di cui il parlante in dialetto non conosce neppure l’esistenza.

A prova di ciò, basti solo ricordare l’esperienza del poeta lucano Albino Pierro (1916 – 1995), più volte candidato al premio Nobel, che tralasciò la sua produzione in lingua (un passaggio questo che lo accomuna al Belli) per dedicarsi principalmente alla scoperta del tursitano, la parlata di Tursi, il suo paese natale in provincia di Matera, con questa urgenza: “Ho dovuto cercare il modo di fissare sulla carta i suoni della mia gente”.

Il poeta dialettale, al contrario di quello che rimprovera Ginetta al fratello Alfonso, non umilia la lingua istituzionale di origine puramente letteraria o, meglio, “artificiale” ovvero quella imparata a scuola, ma arricchisce lo spessore culturale di un popolo dando al dialetto la piena dignità letteraria che merita, ricercando, scavando e rilevando come una sorta di archeologo dell’aria, perché è lì che restano dette le parole in attesa che si torni a praticarle riconquistando la memoria.

Alfonso Sardella, da poeta qual è, ha praticato la memoria e ha fissato sulla carta i suoni della sua gente, ricercando e trovando la strada più breve al dire, il dialetto appunto, con l’orecchio sempre teso alla vita e ai suoi fiati. A tal proposito Elso Simone Serpentini, emerito professore di filosofia e primo studioso e divulgatore dei testi del poeta teramano, riferisce che Alfonso Sardella teneva sempre con sé carta e penna per non perdere mai l’occasione di raccogliere e annotare il termine dialettale sfuggito dalla bocca di un artigiano o a un contadino; anche quando gira con l’amata bicicletta in centro città o nei paesi o nella campagna teramana, non smette mai la sua “caccia linguistica”.

Quando inizia il dettato del Nostro, è fondamentale per lui la vicinanza e il fraterno sostegno di Serpentini, che aiuta il poeta a “codificare” il suo indiscutibile poetare naturale, sempre vicino alle cose della vita, facendo delle sue esperienze poesia e riuscendo come pochi, soprattutto nella poesia dialettale, a ripararsi dal bozzettismo e a far sparire l’IO dietro un abbraccio collettivo e di eterno amore per la sua gente.

Alfonso Sardella approfondisce la sua ricerca metrica leggendo Giuseppe Gioachino Belli (1791–1863), Cesare Pascarella (1858–1940) – a cui l’accomuna pure la passione per la pittura e di cui conserverà gelosamente il testo “La scoperta de l’America” – e, sicuramente, conosce i suoi illustri predecessori Luigi Brigiotti (1859–1933) e Guglielmo Cameli (1891–1952), come gli è irrinunciabile avvicinarsi ai testi di Modesto Della Porta (1885–1938), conosciuto grazie ancora all’amico Serpentini.

Il lirico teramano sente particolarmente vicino il poeta di Guardiagrele, tanto da non separarsi mai dall’opera più nota di Della Porta, “Ta-pù, lu trumbone d’accumpagnamente”.

Alfonso Sardella, tra le sue molteplici qualità, ha, conserva e nutre nel suo vivere la vita quell’attenzione utile del poeta, quello sguardo del fare del lirico che, sussurrato dal mistero, incomincia il suo dettato rinnovando la tradizione e la dignità letteraria del dialetto teramano, di cui è, innanzitutto, studioso e cultore.

PASSAGGI DI VITA

1958: Alfonso Sardella si diploma all’Istituto “Giannina Milli” di Teramo. Dopo gli studi magistrali, approda alla riformata e prestigiosa Accademia della Farnesina di Roma dove, nel 1958, consegue anche il Diploma ISEF (Istituto Superiore di Educazione Fisica), tra i primi a diplomarsi quando l’ente ottiene il riconoscimento di grado universitario.

1967: Atleta di notevoli capacità e versatilità, farà della passione per lo sport la sua professione, fino a ricoprire il ruolo di Professore di Educazione Fisica nella scuola pubblica. Uno dei suoi primi impegni professionali di un certo rilievo risale al 1967, quando ricopre il ruolo di preparatore atletico delle giovanili dell’Inter.

1978: La sua prima pubblicazione risale al 1978 con la raccolta in vernacolo teramano “L’ùddeme landò”, anche se i suoi primi esperimenti poetici sono in lingua e risalgono addirittura al 1955, con il testo autografo “L’usignolo”, componimenti successivamente recuperati e pubblicati nella silloge in lingua “Sorrisi di ginestre”, 1994. Nello stesso anno cominciano anche le sue prime letture pubbliche attraverso Radio e Tv locali e sempre affiancato dall’amico Elso Simone Serpentini. Sempre nel 1978, Serpentini ricorda anche una memorabile serata dedicata alla poesia svoltasi presso il Teatro Comunale di Teramo, nella quale il poeta teramano raccoglie un enorme successo, conquistando ammirazione e affetto dai suoi concittadini.

1987: La sua versatilità di pensiero e di azione nelle discipline sportive, si manifesta anche in arte quando, nel 1987, espone nella Galleria di Arturo Martellacci i suoi acquerelli, dove ritrae l’amata Teramo negli scorci più umili e veri: dipinge i “bassi” della città dove il popolo si incontra, ora luoghi quasi dimenticati o lasciati al degrado e all’incuria. Nello stesso anno è tra i fondatori della benemerita Associazione Culturale “Teramo Nostra”, insieme al Presidente Piero Chiarini e al Direttore Artistico Sandro Melarangelo.

1995: Per meriti letterari, il 27 dicembre 1995 gli è conferito il titolo di Cavaliere dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Per la raggiunta notorietà di verseggiatore vernacolare, la Fratellanza Artigiana di Teramo lo chiama a far parte della giuria del premio letterario “Vernaprile”, dedicato appunto alla composizione dialettale.

2002: Nel 2002 è colpito da ictus che segnerà e limiterà fortemente il prosieguo della sua vita. Proprio in quel periodo sta lavorando ad una nuova edizione di “Voce de pòpulè”, dizionario di proverbi e modi di dire nell’Abruzzo teramano. Affida la conclusione del lavoro al Professore Elso Simone Serpentini e al poeta Silvano Toscani.

2009: Il Professore Elso Simone Serpentini e il poeta Silvano Toscani portano a termine il lavoro iniziato da Alfonso Sardella e danno alle stampe la nuova edizione riveduta e accresciuta di “Voce de pòpulè”, onorando l’impegno preso con il Nostro.

2006: Nel 2006 la Fratellanza Artigiana di Teramo gli assegna il “Paliotto d’Oro”, forse il più importante riconoscimento attribuito nella sua città.

2010: Alfonso Sardella muore nella casa di riposo “De Benedictis” di Teramo la mattina del 27 gennaio 2010 all’età di 72 anni, causa le complicanze derivate dall’ictus che lo ha colpito nel 2002.

2016: Il primo marzo 2016 la Regione Abruzzo e il Centro Regionale dei Beni Culturali inseriscono il nome di Alfonso Sardella nella lista degli “ABRUZZESI ILLUSTRI” come poeta e pittore, al pari di Luigi Brigiotti, Guglielmo Cameli e dell’amato Modesto Della Porta.

Parrebbe che alla lista dei riconoscimenti assegnati al poeta teramano Alfonso Sardella manchi solo il Comune di Teramo.

Ecco, un modo sicuramente degno e duraturo per ricordare l’Opera del Nostro Alfono Sardella, potrebbe essere quello di dedicargli un premio letterario internazionale aperto alla poesia di tutte le lingue, gli idiomi e le parlate, edita e inedita, che, per essere “compresa”, necessita di una versione in lingua italiana.

E da questo luogo immateriale che è la rete, si prova pure a suggerirne il titolo: “Testo a Fronte”, Premio Internazionale di Poesia “Alfonso Sardella”, Città di Teramo.

LA POESIA

Vincenze lu vetràre

 

Caro papà,

passando l’altra sera in Via Nazario Sauro…

 

Ma mo’ che stinghe a ffa’? ‘Nn’è mìje che ce parlâme

’n dialatte terramane, ccuscì pu’ capi’ bbone

’na cose che da tembe me porte qua lu core.

Dunque, l’addra sâre, te so’ cercate tande

pe’ ditte ddo parole, ma prùbbje ’n cunfedenze,

ma la bbuttache ormaje tu ggià l’avìje chiuse

e nné la bececlàtte dell’anne trendasette

stave appujìte ’mbacce a lu mure de rembette.

Allore piane piane, ’nu ggire me so’ fatte

de tutte li candine che sta’ llà li ruatte.

 

Cumince da ’na mane, da câlle cchiù vicine,

ma ggià te n’ìre ìte dapù ’nu bbecchierùcce

de llu venèlle biaghe che te’ lòche a Iducce.

Passenne da Tamburre m’ha datte ca ’nge stìje:

– Da poche ci-à lasciate… s’à fatte ’nu quartine,

me pare de muscate, e pu’ se n’à scappate. –

– Mo prùbbje se n’à scìte da llà lu Pappahalle

m’ha dâtte tutte serie Giuanne Cantagalle

– stave nghe Gnescìte, ssa ’nninze a lu bangone,

pu’ sole se n’à ìte jò verse llu pundone. –

 

Mannage a la misèrie… ma dova s’à ’mbecchìte

’nghe st’aria frâdde e sâcche che fa jaccia’ li pìte?

Avess’a j’ facènne seppulcre a ogne metre…

‘ndé Criste morte anninze e la Madonne arréte?

Mo’ vâche llà Sandrine, ’nninze a lu Candenone,

po’ dasse che sta bbâve llu vine de Cavucce

’nghe quattre ’live nire e cacche tarallucci!

 

Ma vattene… ‘nge stave! – ’Nu pezze ch’à passate… –

m’à dâtte Peppenucce che ggià s’ere avvendàte

’nghe n’asse tra li mane juchènne a desperate.

 

Porca miseria latre… peccà ‘nge so’ penzate?

Llà ’Ndonie lu Liòne à te’ da sta’ secure.

Ce vache de vulàte, m’affacce mbo’ ’ffannàte:

– Signu’… scusate tande,

ce stâsse qua pe’ ccase… Sardelle lu vetràre? –

– Mio caro giovinotto (hìc) – me t’aspunnò nu tizzje

Vincenzo tuo padre, é n’artiggiane oneste… –

– Va bbone so’ capìte, è nu fatijatore,

ma dova se n’à ìte massâre che mo’ piove? –

– S’à fatte ddo bbicchìre di questo rusciuletto

e ’na partite a mmorra ’nghe mma a ppette a ppetto.

Permitte ch’a la sare, ’mbiastrìte de sudore,

’nu pare de bbicchìre ce vo’ a ’na cert’hore?

Sennò sobbre a sta terre che ce cambâme a ffa’?

Se manghe mbo’ de vine te po’ fa cumbagnìje

e datte l’allegrije che scacce li penzìre? –

– E’ ggiuste… ma te pare? ma ci-amangasse addre!

Comunque grazie tande… e bbona sere a tutte. –

 

– Vi qua lu prufesso’… ’nde vergugnì de noje, –

me chiame furte ’Ndonie arrete a lu bangòne

– ca tu t’hì n’andre ggire, nen vi pe’ li candine,

qua tutte lu sapâme, ma ’nde lu scurda’ maje

che pàtrete t’à fatte… sì fije d’uperaie,

de ggende come nnoje che crepe de fatìje. –

 

– Oh ’Ndo’… ma che me dice? che t’à venute ’mmende?

Ma coma ce pu’ crate che me ne so’ scurdate? –

– Allore brutt’alice, aspitte ’nu mumende,

accitte ’na bbevùte da tutte chist’amice

… casse è la ’ducazione de une ch’à studìjte? –

 

– De ’Ndonie lu Lione, re della foresta,

bbevâme stu venelle, che ce fa fa’ la feste. –

– Mo scì ca mm’hì piaciute… stu bbelle prufessore!

Sti’ bbone ’n grazje a Ddije? Salute a la famìje. –

 

Ma dova se n’à ìte? penzìve arnuvulìte,

stu l’ùddeme perìjede ’nn stave pe’ la quale:

ca’ vvodde nn’arvenàve… cà dinde je cascave;

s’azzàve simbre preste, ma nen magnave sale…!

 

Ma fa che j’à successe ndé lu quarandasette,

che s’artruvò ’llungàte… sotte a ’nu parapette,

e quande l’artruvive, cocciute ndé ’nu mule:

– Huagliò mo che vulìsse? Tu mo’ peccà hì venùte?

’Nnu sì ca sâme furte… ca nen me serve ajùte? –

 

– Va bbone ma sta’ ’ttinde, la ggende che po’ dice?

Nisciune te la leve… ca tu t’hì ’na tropéa.

 

– Huagliò mo m’hì scucciate, a tta chi t’à chiamate?

Se tu ’nde truve bbone… se tu t’hì ca’ pretâse,

te ne pù j’ tranquille dumàne da la case.

… Sì troppe presendose… e nghe ssa ceratùre,

mbé nen vulìje nasce ’n case de signure?

Mo ’rvattene jò màmmete… cà vuje armane sole! –

 

Parlave de superbie… ca sole stave mìje,

diciave ch’ere furte… a mma ch’ere lu fìje!

 

– E ’rcurdete ’na cose, oh professore bbelle –

cundenuò da sole ndé come n’ussessione

– la razze de Sardelle, sarà de nervatùre,

ma tutte li mistìre à fatte ’nghe bbravùre;

… nen sâme furtunìte, la rote ’ngi-à ggerìte,

è ndé ’na jjettature… come ’nu male scure! –

 

(Porca miseria latre, vudà ca te’ raggione?

Ca chi bbâve lu vine… spasse ci-anduvìne!

Je pure, quanda vodde, m’artròve spaisàte

e sende pe ddavâre che tutte sta signate!)

– Comunque so’ capite… nde se po’ dice ninde,

ca je mo me n’arvâche e fa’ mbo’ nda te sinde –

 

Lu vendesette (a l’une) de lu « sessantanove »,

dapù ddo jurne appâne li feste de Natale,

me disse na persone ca ’nde sendije bbone,

ca stìje a lu ’spedale pe’ ’na ’ndespusezione.

De stucche ci-armanive, sendenne lli parole!

Vincenze lu vetràre è une che nen piagne,

che nen fa rumore… è une che se more!

 

Vicine a Tappatà, ’nninze a la Posta nove,

pe’ simbre avìje cascate: da sole nda vulìje,

… la bececlàtte a fianghe de quande te spusiste,

sinza dice « A »… sinza cerca’ lu riste.

 

 

Vincenzo il vetraio

 

Caro papà,

passando l’altra sera in Via Nazario Sauro…

 

Ma ora che cosa sto facendo? Non è meglio che ci parliamo

in dialetto teramano, così puoi capire bene

una cosa che da tempo mi porto qua nel cuore.

Dunque, l’altra sera, ti ho cercato tanto

per dirti due parole, ma proprio in confidenza,

ma la bottega ormai tu già l’avevi chiusa

e né la bicicletta dell’anno trentasette

stava appoggiata contro il muro dirimpetto.

Allora piano piano, un giro mi sono fatto

di tutte le cantine che stanno lì nei vicoli.

 

Comincio da un parte, da quella più vicina,

ma già te n’eri andato dopo un bicchiere

di quel vinello bianco che hanno li da Iducce.

Passando da Tamburre mi ha detto che non c’eri:

– Da poco ci ha lasciato… si è fatto un quartino,

mi pare di moscato, e poi se n’è scappato. –

– Proprio ora è uscito da lì al Pappagallo

mi ha detto tutto serio Giovanni Cantagalli

– stava con Gnescìte, davanti al bancone,

poi solo se n’è andato verso quell’angolo. –

 

Mannaggia alla miseria… ma dove si è rintanato

con quest’aria fredda e secca che fa gelare i piedi?

Andasse facendo sepolcri a ogni metro…

come Cristo morto innanzi e la Madonna dietro?

Ora vado da Sandrine, davanti al Cantinone,

può darsi che stia bevendo il vino di Cavuccio,

con quattro olive nere e qualche taraluccio!

 

Ma vattene… non c’era! – È un po’ che è passato… –

mi ha detto Peppenucce, che già si era avventato

con un asso tra le mani giocando a “Desperate”.

 

Porca miseria ladra… perché non c’ho pensato?

Lì da ’Ndonie lu Liòne deve stare sicuramente.

Ci vado di volata, mi affaccio un po’ affannato:

– Signori… scusate tanto,

ci fosse qui per caso… Sardella il vetraio? –

– Mio caro giovanotto (hìc) – mi rispose un tale

Vincenzo tuo padre, è un artigiano onesto… –

– Va bene ho capito, è un lavoratore,

ma dove se n’è andato stasera che ora piove? –

– Si è fatto due bicchieri di questo rosato

e una partita a morra con me petto a petto.

Permetti che la sera, impiastrati di sudore,

un paio di bicchieri ci vogliono a una certa ora?

Sennò sopra a questa terra che ci stiamo a fare?

Se neanche un po’ di vino ti può fare compagnia

e darti l’allegria che caccia via i pensieri? –

– È giusto… ma ti pare? ma ci mancherebbe altro!

Comunque grazie tanto… e buona sera a tutti. –

 

– Vieni qua professore… non ti vergognare di noi, –

mi chiama forte Antonio da dietro il bancone

– che tu hai un altro giro, non vai per le cantine,

qua tutti lo sappiamo, ma non lo scordare mai

che tuo padre ti ha fatto… sei figlio di operaio,

di gente come noi che crepa di fatica. –

 

-Oh Anto’… ma che mi dici? che ti è venuto in mente?
Ma come puoi credere che me ne sono scordato? –

– Allora brutta serpe, aspetta un momento,

accetta una bevuta da tutti questi amici

… questa è l’educazione di chi ha studiato? –

 

– Di ’Ndonie lu Liòne, Re della foresta,

beviamo questo vinello, che ci fa fare festa. –

– Ora sì che mi sei piaciuto… questo bel professore!

Stai bene grazie a Dio? Salute alla famiglia. –

 

Ma dove se n’è andato? pensai preoccupato,

quest’ultimo periodo non stava proprio bene:

qualche volta non tornava… qualche dente gli cadeva;

si alzava sempre presto, ma non voleva capirlo…!

 

Ma va che gli è successo come nel quarantasette,

che si ritrovò steso… sotto a un parapetto,

e quando lo ritrovai, testardo come un mulo:

– Giovane adesso che vorresti? Tu ora perché sei venuto?

Non sai che siamo tosti… che non mi serve aiuto? –

 

– Va bene ma stai attento, la gente che può dire?

Tutti lo vedono… che sei ubriaco fradicio.

 

– Giovane adesso mi hai stufato, a te chi t’ha chiamato?

Se tu non ti trovi bene… se tu hai qualche pretesa,

te ne puoi andare tranquillamente domani di casa.

… Sei troppo presuntuoso… e con quella faccia,

beh non volevi nascere in casa di signori?

Adesso rivattene giù da tua madre… che voglio rimanere solo! –

 

Parlava di superbia… che solo stava meglio,

diceva che era tosto… a me che ero il figlio!

 

– E ricordati una cosa, oh professore bello –

continuò da solo come dentro un’ossessione

– la razza dei Sardella, sarà difficile,

ma tutti i mestieri ha fatto con competenza;

… non siamo fortunati, la ruota non ci è girata,

è come una iattura… come un male oscuro! –

 

(Porca miseria ladra, vuoi vedere che ha ragione?

Che chi beve vino… spesso ci indovina!

Io pure, quante volte, mi ritrovo spaesato

e sento  per davvero che tutto è già scritto!)

– Comunque ho capito… non ti si può dire niente,

che io adesso me ne vado e fa un po’ come ti pare –

 

Il ventisette (a l’una) del « sessantanove »,

dopo due giorni appena le feste di Natale,

mi disse una persona che non ti sentivi bene,

che stavi all’ospedale per un malore.

Di stucco ci rimasi, sentendo quelle parole!

Vincenzo il vetraio è uno che non piange,

che non fa rumore… è uno che muore!

 

Vicino a Tappatà, davanti alla Posta nuova,

per sempre eri caduto: da solo come desideravi,

… la bicicletta a fianco di quando ti sposasti,

senza dire « A »… senza attendere il resto.

 

(versione in lingua italiana di Massimo Ridolfi)

 

LA LETTURA:

Editore: Artemia

Collana: Poesie

A cura di: E. S. Serpentini

Data di Pubblicazione: 2012

Pagine: 476

L’OPERA

Poesia:

  1. L’uddeme landò; Ceti, Teramo, 1978, (Raccolta poesie in vernacolo teramano);
  2. Vache artruvènne; Cartografital, Montesilvano (PE), 1981, (Raccolta poesie in vernacolo teramano);
  3. Sorrisi di ginestre; Demian Edizioni, Teramo, 1994, (raccolta di poesie in lingua);
  4. Tutte li puesìje; edizione critica, con traduzione italiana a fronte, commenti e note a cura di Elso Simone Serpentini; Artemia Edizioni, Mosciano Sant’Angelo, 2012.

Dizionari dialettali e raccolte di proverbi:

  1. Voce de pòpule; Proverbi e modi di dire nell’Abruzzo teramano, Interlinea, Teramo, 1990;
  2. Lu lenguazàzze; Raccolta di vocaboli dialettali teramani, Tipografia 2000, Mosciano S. A. (Teramo), 2001;
  3. Voce de pòpule; Proverbi e modi di dire nell’Abruzzo teramano, Artemia edizioni, Mosciano S. A. (Teramo), 2009, (edizione ampliata, a cura di Elso Simone Serpentini e Silvano Toscani, della precedente, pubblicata nel 1990).

Album di acquerelli:

  1. Fiore de cecute. Una carezza di colori alla vecchia Teramo, (1ª raccolta di acquerelli), Edigrafital, Teramo, 1987;
  2. Fiore de cecute. Una carezza di colori alla vecchia Teramo, (2ª raccolta di acquerelli), Tipografia 2000, Teramo, 1996;
  3. Fiore de cecute. Una carezza di colori alla vecchia Teramo, (3ª raccolta di acquerelli), Tipografia 2000, Teramo, 2005.

Le Fonti:

Sorrisi di ginestre: Demian Edizioni, Teramo.

WikipediA: Alfonso Sardella; https://it.wikipedia.org/wiki/Alfonso_Sardella .

WikipediA: Accademia fascista maschile di educazione fisica; https://it.wikipedia.org/wiki/Accademia_fascista_maschile_di_educazione_fisica .

WikipediA: Albino Pierro; https://it.m.wikipedia.org/wiki/Albino_Pierro.

WikipediA: Cesare Pascarella; https://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Pascarella .

WikipediA: Giuseppe Gioachino Belli; https://it.m.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Gioachino_Belli .

WikipediA: Istituto superiore di educazione fisica (ISEF); https://it.wikipedia.org/wiki/Istituto_superiore_di_educazione_fisica .

WikipediA: Luigi Brigiotti; https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Brigiotti .

WikipediA: Modesto Della Porta; https://it.wikipedia.org/wiki/Modesto_Della_Porta .

Centro Regionale Beni Culturali: ABRUZZESI ILLUSTRI, Alfonso Sardella (1937-2010) poeta pittore; http://www.regione.abruzzo.it/xCultura/asp/redirectApprofondimentiBC.asp?pdfDoc=xBeniCulturali/docs/personaggi/SARDELLAALFONSO.pdf .

Centro Regionale Beni Culturali: ABRUZZESI ILLUSTRI, Luigi Brigiotti (1859 – 1933) poeta; http://www.regione.abruzzo.it/xCultura/asp/redirectApprofondimentiBC.asp?pdfDoc=xBeniCulturali/docs/personaggi/BRIGIOTTILUIGI.pdf .

Centro Regionale Beni Culturali: ABRUZZESI ILLUSTRI, Modesto Della Porta (1885 – 1938) poeta;http://www.regione.abruzzo.it/xCultura/asp/redirectApprofondimentiBC.asp?pdfDoc=xBeniCulturali/docs/personaggi/DELLAPORTAMODESTO.pdf .

Centro Regionale Beni Culturali: ABRUZZESI ILLUSTRI, Guglielmo Cameli (1891 – 1952) poeta;

http://www.regione.abruzzo.it/xCultura/asp/redirectApprofondimentiBC.asp?pdfDoc=xBeniCulturali/docs/personaggi/CAMELIGUGLIELMO.pdf .

lacittaditeramo.blogspot.it: In uno “Svarietto di terra” tra le vecchie scalette e l’Annunziata, 12 ottobre 2014; https://lacittaditeramo.blogspot.it/2014/10/in-uno-svarietto-di-terra-tra-le.html?m=1 .

emmelle.it: È morto Alfonso Sardella, 28 gennaio 2010; https://www.emmelle.it/Prima-pagina/Cronaca/E-morto-Alfonso-Sardella/53-12133-1.html .

sorpaolo.net: Ginetta mi’; http://www.sorpaolo.net/sardella/ginetta.htm .

YouTube: Elso Simone Serpentini legge Alfonso Sardella; https://www.youtube.com/watch?v=S06GeGNwgts&t=498s .

Contatti, notizie e istruzioni:

Il Fatto Teramano – Via della Cittadella 3-5 – 64100 Teramo

email: ilfattoteramano@gmail.com

Telefono: Christian Francia 349-2554719

email curatore: lafinestradelpoeta.curatore@gmail.com

La rubrica “La finestra del poeta” prevede una pubblicazione mensile per l’ultimo sabato del mese e apre alla possibilità di indicare opere di autori altri, pure a manoscritti inediti, ma sempre in formato cartaceo, segnalati e fatti pervenire a proprie spese alla redazione e che, a insindacabile giudizio del curatore, potrebbero comparire nei prossimi appuntamenti. In caso di testi in lingue diverse dall’italiano, è necessario disporre i componimenti con una traduzione a fronte. Le raccolte inedite devono essere composte almeno di 30 poesie. Il materiale non sarà restituito.

Alfonso Sardella, l’indiano

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