Reportage dai Balcani

Reportage dai Balcani

di Antonio Gambacorta  – 

Quando si pensa ai Balcani, inevitabilmente si pensa a disastri, tragedie. Nella mente si affollano immagini di guerra, di case e palazzi ridotti ad involucri bucherellati, soldati coi fucili in mano, disperazione, profughi; il tutto avvolto in un colore grigio, come se il sole fosse perennemente nascosto da nere nubi.

Le immagini della Guerra che sconvolse i Balcani tra la fine degli anni ’80 e gli inizi del 2000 sono ancora vivide nella mente di chi, come me, in quei giorni tremendi era un ragazzino di 14 anni che tornando a casa da scuola veniva sconvolto dalle immagini che per anni, ogni giorno, i telegiornali proponevano.

Sarajevo, Mostar, Višegrad, Srebrenica, sono diventati nomi di persona, non di città. Persone che hanno vissuto un destino crudele, e che hanno visto cose orribili, persone che senti vicine e vorresti abbracciare forte, per fargli capire che la vita non è soltanto crudeltà ed orrore.

Questi erano più o meno i sentimenti che si agitavano nel mio animo prima di partire in moto, verso i Balcani. Due moto e due equipaggi. Io e mia moglie Mariangela, a bordo della nostra Africa Twin RD07A; Pierluigi e Valentina, nostri amici da sempre, in sella alla loro Triumph Tiger 1050.

Giorno 1

Lunedi 28 agosto, siamo partiti in direzione Ancona, dove una volta arrivati, tra un ritardo ed un altro da parte della compagnia Snav, ci siamo imbarcati e siamo salpati con quasi un’ora e mezza di ritardo, direzione Spalato, Croazia.

Arrivati a Spalato e sbarcati intorno alle 21.00, abbiamo percorso gli ultimi km che ci dividevano dalla nostra prima destinazione, la città di Trogir, o Traù, ad una cinquantina di km a nord ovest. Trogir è una città incantevole, la parte vecchia è situata su di un isolotto nel golfo di Spalato, tra l’Isola di Otok Ciovo e la terraferma.

Ci sono due ponti, uno pedonale in legno, di ingresso all’isoletta ed al centro storico di Trogir e l’altro è un ponte mobile per consentire il passaggio delle imbarcazioni e collega a sua volta “l’isoletta Centro Storico” all’isola più grande di Otok Ciovo. A causa del ritardo accumulato dal traghetto abbiamo mangiato un panino in un fast food e siamo rientrati nel nostro appartamento.

Giorno 2

Il mattino seguente siamo partiti presto, verso il Parco Nazionale di Krka. Una cosa che mi è saltata subito all’occhio è il fatto che lasciata la città di Trogir, sono bastati due o tre km per ritrovarsi in mezzo alla natura, senza nessun segno dell’uomo oltre alla strada che percorrevamo.

I paesaggi che si incontrano sono splendidi, ed una volta giunti al Parco ci si trova immersi completamente nel verde. Parcheggiamo le moto in un parcheggio custodito, di fronte ad un bar/ristorante, e scopriamo che il pagamento consiste nel mostrare lo scontrino con almeno una consumazione fatta al bar stesso, al momento di andare via!

Paghiamo l’ingresso al Parco Nazionale (circa 25€ a persona) e saliamo a bordo di un piccolo battello che ci porta alle cascate di Krka. Abbiamo passato al Parco un’intera giornata. Fare il bagno al fiume o al lago mi è sempre piaciuto un sacco, a Krka c’è un immenso borgo incorniciato dai boschi e dalle cascate, spettacolo.

Siamo rientrati a Trogir intorno alle sette e dopo una doccia abbiamo passato la serata nel centro storico. Il centro è raccolto e molto vivo, bar e locali affollati si affacciano qua e la tra le viuzze e le micro piazzette. C’è tanta gente in giro nonostante sia la fine della stagione ed i negozi sono aperti fino a tardi; ceniamo in un ristorante che affaccia sul piccolo molo, e poi di nuovo a spasso fino a notte fonda, cercando (e trovando) qualche bar per assaggiare il liquore tipico o qualche altro intruglio che “ci faccia digerire”. Tutto molto bello.

Giorno 3

Lasciamo l’appartamento di Trogir e puntiamo a sud. Dobbiamo arrivare a Mostar, ma decidiamo di percorrere la litoranea e magari fermarci per un tuffo in mare dalle parti di Macarsca. La litoranea, che da Trogir supera Spalato e ci porta a Macarsca è una strada larga ed abbastanza scorrevole, ed una volta superata Spalato diventa uno spettacolo.

Puntando a sud si percorre questa strada bella e panoramica, con a sinistra montagne alte ed a destra il mare e le isole. Poco dopo Macarsca, scendiamo verso la costa e decidiamo di goderci qualche ora di mare. Dopo un bagno in acque splendide ed un pranzo veloce a base di pesce ripartiamo, d’altronde la strada per Mostar è ancora lunga.

Lasciamo la litoranea e puntiamo verso l’interno, prendendo la strada D215, che si inerpica sul Boikovo, la catena montuosa più alta della Croazia, con la vetta a 1737 mt. dello Sveti Jure. La strada, stretta e tortuosa, procede regalando panorami spettacolari. Mentre si sale, la vista si allarga e spazia sulla costa, le isole e piccoli promontori. Addirittura si dice che in una giornata tersa si riesca a vedere in lontananza il nostro Gargano.

Superato il passo ci inoltriamo nella boscaglia in discesa fino alla frontiera con la Bosnia. Proseguendo verso la nostra destinazione troviamo Medjiugorje sulla strada, decidiamo di andare a dare un’occhiata a questo posto mitologico. Il paese sembra San Nicolò a Tordino, con la differenza che San Nicolò è molto bella. Mi spiace deludere i tanti fedeli, ma è che in confronto ai villaggi ed alle città della Bosnia  che abbiamo visto in seguito, questa proprio non la ricorderò per la sua bellezza.

Prendiamo un caffè proprio di fronte alla famosa chiesetta di Medjiugorje e conosciamo un simpatico poliziotto di nome Renato, che ci racconta di come fuggì via dalla guerra che stava iniziando a mietere le prime vittime, e visse e lavorò per sei o sette anni a Giulianova!

Attraverso paesaggi stupendi fatti di montagne e valli incantevoli, in serata arriviamo a Mostar. Lasciamo le moto nel garage del nostro appartamento e ci avviamo a piedi nel paese. Non sto nella pelle, voglio arrivare al ponte, al “Vecchio”, come ho letto che lo chiamano gli abitanti di Mostar.

Quando nel 1993 vidi in televisione le immagini del bombardamento di questo ponte, e poi il suo crollo nel fiume Narenta sottostante, ricordo ancora che stetti male. I ponti non sono solo progetti ingegneristici fatti di pietra o acciaio. I ponti uniscono, sono passerelle che creano dialoghi, sono come dei legami, delle strette di mano giganti. Lo Stari Mos, questo è il suo nome, venne distrutto la mattina del 9 novembre 1993. La sua ricostruzione, iniziata al termine della guerra, è finita nel 2004.

Il ponte, come la città, è bellissimo. Passeggiando per le vie di Mostar, dopo poco ci rendiamo conto di essere in un caleidoscopio di culture. Cattolici, ortodossi, musulmani, ebrei, convivono in questo piccolo centro, con le serrande delle attività una di fianco all’altra. Lasciata la parte di città ricostruita, notiamo che sui palazzi e sulle case tutto è sistemato ed in ordine, ma i fori sui muri, grandi e piccoli, sono ancora li, presumo come monito. Come ricordo di un orrore che non si deve ripetere.

Ceniamo in un ristorante affacciato sul fiume Narenta, all’ombra dello Stari Mos, mangiamo molto bene e spendiamo una miseria.

Giorno 4

Salutiamo Mostar e proseguiamo verso Sarajevo. La Bosnia Erzegovina continua a regalarci paesaggi meravigliosi, ed una natura rigogliosa e quasi prepotente. Fatti i 130 km necessari, siamo a destinazione. Imbocchiamo la M18 a Sarajevo, il “Viale dei Cecchini”. Il nome è di per se evocativo, percorrerlo in moto ed immaginare cosa doveva essere negli anni della guerra mi ha fatto rabbrividire.

Una strada ampia, sono quattro corsie per parte, con la ferrovia che le divide, ed ai due lati ci sono enormi palazzoni, abitati e sistemati, ma anche e soprattutto qui i buchi lasciati dai proiettili sulle mura e sulle colonne, sono ancora lì, ben in vista. E lì, in quei palazzoni, si nascondevano i cecchini e sparavano a tutto ciò che si muoveva su quelle strade.

Dopo una buona ventina di minuti in mezzo al traffico, costeggiamo il fiume Miljacka che scorre lento alla nostra destra ed entriamo nel cuore di questa grande città, capitale della Bosnia Erzegovina. Parcheggiamo in un parcheggio custodito sotterraneo, ma soltanto perchè non abbiamo il tempo necessario per metterci a girare a zonzo, la nostra destinazione è al confine col Montenegro.

Sarajevo è stupenda, multietnica, colorata e soprattutto viva. Tanta gente in giro per le vie del centro, e poi la città vecchia che è bellissima, coi suoi mercatini e le viuzze che pullulano di ragazzi e ragazze. La nostra passeggiata finisce in un piccolo ristorante nel quartiere turco dove consumiamo un pranzo con falafel ed altre pietanze a base di legumi e verdure.

Le tre ragazze che lo gestiscono sono di religione musulmana, ed è fantastica l’espressione che si dipinge sul volto della cameriera quando Pierluigi, evidentemente sovrappensiero, chiede una birra (non presente nel menu), poi sostituita da una coca cola.

Lasciamo Sarajevo in ritardo rispetto a quanto stabilito, colpa della bellezza della città, che ci ha rapito letteralmente, e rimontiamo in sella per percorrere i 90 km che ci separano dalla nostra ennesima destinazione, il Rafting Centar Drina Tara, in località Bastasi.

Ci reimmergiamo negli stupendi paesaggi bosniaci, ed anche qui, a pochi km da Sarajevo, già scompaiono case e contrade per fare posto a fitti boschi e montagne. A sera siamo al bivio che ci porterà al campeggio, attraversiamo il fiume Tara e saliamo per una stretta strada fino al piccolo borgo di Bastasi, poi scendiamo sulla destra ed arriviamo a destinazione.

I ragazzi del campeggio ci accolgono con grossi sorrisi e ci accompagnano alle nostre casette! Sì, perchè in pratica dormiremo in delle “tende in legno”. La cena è magnifica, siamo seduti insieme a tantissima altra gente che scopriamo essere comitive e gruppi provenienti da ogni parte dei Balcani… e del mondo!

Giorno 5

Ci si sveglia presto, e dopo un’abbondante colazione ci attendono i quasi 30 km di rafting sul fiume Drina! La preparazione e le informazioni sulla sicurezza prendono una buona mezz’ora, successivamente una ventina di jeep da sette posti caricano tutti (gommoni compresi), e si va in Montenegro risalendo il fiume.

Durante il percorso ci si inizia a rendere conto di essere in un posto unico, davvero speciale. Siamo infatti su una stradina che costeggia una gola, che è la più profonda d’Europa. Il canyon del fiume Tara è protetto dall’UNESCO, situato nel Parco Nazionale del Durmitor, misura 82 km di lunghezza ed una profondità massima di circa 1300 metri.

Ripida discesa e si arriva ad uno slargo sul fiume, dove è presente una sorta di piccola caletta. Lì, ogni “squadra” scarica il proprio gommone e lo porta in acqua, dove dei timonieri o capi squadra attendono. Il nostro timoniere si chiama Danilo, è un ragazzo simpatico e molto, molto professionale e serio; ci assegna i posti sul gommone, ultime istruzioni e si inizia a vogare.

Il fiume è meraviglioso, con le imponenti pareti dei monti ai lati che lo tengono quasi sempre in ombra, brilla tuttavia ed assume man mano che si va colori strepitosi. Alle prime rapide, mai eccessive o pericolose, si ride e ci si fradicia, inoltre si inizia anche a competere con le altre squadre, non tanto in velocità ma per tecnica e soprattutto per tuffi in acqua accidentali!

Raggiungiamo un punto in cui il fiume è molto largo, l’acqua ha un colore scuro, quasi nero, e Danilo invita chi vuole a farsi un bagno. Pierluigi ed io non ce lo facciamo ripetere e ci tuffiamo subito, facendoci mordere dall’acqua gelida, cristallina e potabile! Sì, le acque del Drina sono potabili e buonissime.

Dopo un’altra ora di rafting incontriamo un lungo tratto privo di insidie o di rapide, lì facciamo definitivamente tutti conoscenza, la nostra è una squadra davvero internazionale. Timoniere bosniaco, poi ci sono un ragazzo montenegrino, una ragazza canadese, una ragazza austriaca, una belga e noi quattro italiani.

Si ride, e ci si prende un po’ in giro cantando e raccontandosi aneddoti divertenti, poi Pierluigi dice al nostro timoniere di partecipare al casino e cantare anche lui una canzone. Così, mentre il gommone scorre lento in questo tratto di fiume piatto e calmo, incastonato tra rocce altissime e nascosti dagli altri equipaggi che ci siamo lasciati alle spalle, Danilo intona una canzone, forse popolare, e scopriamo che ha una voce evocativa e nostalgica, oltre che perfettamente intonata.

La melodia ci accompagna per un paio di minuti in un viaggio attraverso noi stessi, tanto è carica di emotività e passione. Applausi. Un paio d’ore e tanto, tanto paesaggio naturale dopo, attracchiamo nei pressi del nostro campeggio. Sono le 16.30 e noi dobbiamo essere a Cattaro sulla costa del Montenegro entro sera!

Tuttavia ce la prendiamo con calma e dopo una doccia ed un “pranzo” abbondante ripartiamo intorno alle 18,30. Cerchiamo di mantenere una buona andatura visto che ci aspettano circa 200 km di strade più o meno tortuose in mezzo ad una natura sconvolgente.

Dopo un’ora e mezza di strada, iniziamo ad inoltrarci tra alte rocce, la strada procede tortuosa ed alla nostra sinistra abbiamo uno splendido canyon. Svoltiamo a sinistra ed attraversiamo il canyon sulla strada posta in cima ad un enorme diga. La Mratinje Diga è alta 220 mt, inaugurata nel 1975 ha creato il Lago Piva che si mostra alla nostra destra in tutto il suo meraviglioso paesaggio.

Inesorabilmente arriva l’imbrunire e poi la notte, che da queste parti è nera, in quanto non ci sono centri abitati vicini tra loro e le strade nel cuore del Montenegro sono buie. Pochi km dopo esserci lasciati alle spalle il lago Piva, l’aria spesso ha il sapore aspro del fumo degli incendi che anche qui, come dalle nostre parti, si sono verificati in grande numero purtroppo.

Sono circa le 21,30 quando la strada inizia a scendere ed incontriamo la piccola città di Lipci, fino a ritrovarci sulla sponda di quello che sembra un lago, ma è in realtà il lungomare di quelle che si chiamano “Bocche di Cattaro”, delle insenature della costa del Mar Adriatico, sulle quali si affaccia imponente il più meridionale fiordo d’Europa.

Questi antichi valloni fluviali invasi dal mare, ricordano davvero i fiordi norvegesi, e sono bellissimi! Percorrendo la strada, lo sguardo si sposta lontano, sulla sponda opposta alla nostra, dove si staglia minaccioso un’enorme “boomerang di fuoco” sul versante della montagna!

Intendiamoci, è notte, sono stanco, e magari ho le allucinazioni, ma quello che si vede è un arco rovesciato sul mare di un colore che ricorda quello delle fiamme viste in lontananza, e di incendi questo periodo ce ne sono…

Quando ci avviciniamo di più, lo spettacolo è comunque suggestivo, perchè quello che sembrava un boomerang in realtà sono le mura esterne di Kotor (Cattaro), che abbracciano la fortificazione sulla costa e salgono per centinaia di metri sulla montagna, l’effetto fuoco è dato dall’illuminazione rossa proiettata sulle stesse. Raggiungiamo il nostro appartamento, e ci sistemiamo per la notte.

Giorno 6

Appena il tempo di fare colazione e ci avventuriamo a piedi nella fortificazione medioevale di Cattaro. Le mura di Cattaro sono nella Lista del bagaglio culturale mondiale dell’UNESCO insieme alla città ed il territorio circostante, potete quindi ben immaginare quanto incantevole sia la città vecchia, tutta vicoli e piazzette, con palazzine e case che ancora conservano intatto il loro antico fascino.

In tarda mattinata prendiamo le moto e facciamo i bagagli, decidiamo in fretta di pranzare in alto, sul fiordo, e percorrere una delle strade più straordinarie d’Europa, la “Strada dei 50 Tornanti”. Questa strada è stata costruita sulle pendici del monte Lovcen, proprio per avere un punto di veduta sulle Bocche di Cattaro.

È stretta ed insidiosa e non ci sono protezioni se non dei bassi muretti, alle volte nemmeno quelli. Quasi alla sommità incontriamo, sulla strada, uno slargo con un piccolo ristorante. Decidiamo di pranzare e poi tornare giù e proseguire il nostro viaggio che ci porterà in serata a Dubrovnik, di nuovo in Croazia.

Il pranzo è veloce, un fronte temporalesco che non mi piace per niente si avvicina minaccioso, teniamo pronti giacca e pantaloni antipioggia e via, giù per la strada dei 50 tornanti. Arrivati in basso, come ci ha consigliato il cameriere al ristorante, andiamo dritti ad imbarcarci su una piccola chiatta che con una breve traversata di pochi minuti ci fa risparmiare almeno un’ora e mezza di circonvallazione del fiordo.

Per imbarcare moto e passeggeri paghiamo 2€! Sul Lago di Como per la stessa cosa si pagano circa 15€…a voi i commenti. Proseguiamo sulla E65, che è una superstrada bella e scorrevole, ci riporta sulla costa e quindi dritti a nord.

Il fronte temporalesco inizia a sfiorarci e ci accompagna verso la frontiera con la Croazia, sotto forma di una pioggia leggera ma continua, tuttavia mai fastidiosa, almeno per il momento. Arrivati alle frontiera la pioggia smette di cadere, ci mettiamo in fila. Successivamente la strada scorre tranquilla, il sud della Croazia, come il nord, non delude quanto a paesaggi, scorci e sensazioni.

Arriviamo nei pressi di Dubrovnik nel tardo pomeriggio, la vediamo, questo gioiello di pietra e mare, dall’alto. L’appartamento che abbiamo affittato infatti si trova a Bosanka, un piccolo villaggio che dista circa 4 km da Dubrovnik, posto su di una collina che regala una vista spettacolare sulla città e sul mare, con l’isola di Otok Lokrum proprio di fronte.

Ci liberiamo in fretta dei bagagli e scendiamo con le moto verso il centro storico di questa città, anch’essa nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità dell’UNESCO. Parcheggiate le moto fuori dalle imponenti mura esterne, entriamo nella fortificazione attraverso una delle porte.

Quello che ci si para davanti sembra finto, artefatto. La bellezza e la pulizia dell’architettura è stupefacente, strette vie che scendono ripide verso la parte bassa attraverso scalinate e piccoli slarghi, porte, finestre e balconi finemente lavorati, sembra la scenografia di un film. In effetti è qui, a Dubrovnik, che hanno girato parti de “Il Trono di Spade” e “Star Wars: Episodio VIII”.

Scendiamo uno dei viali a gradoni e ci ritroviamo nello Stradone, l’arteria viaria principale di questo posto magico, e rimaniamo di nuovo colpiti da ciò che abbiamo tutto intorno a noi. Il tempo sembra essersi fermato, a Dubrovnik. Tutto ha un sapore antico, la strada lastricata, le imposte tutte colorate dello stesso verde, portici e piccole scalinate che curvano dietro a misteriosi edifici, e poi le piazze e le piazzette che donano alla fortificazione un più ampio respiro.

Dubrovnik è incantevole, non per niente infatti ha il soprannome di “Perla dell’Adriatico”. Beviamo una birra e ci sediamo ad ascoltare un quartetto gipsy, poi ci spostiamo in un ristorantino che affaccia sul porto vecchio e ceniamo al riparo delle mura esterne di questa città magnifica.

Inutile tediarvi con il nostro ultimo giorno di viaggio, speso tra le quasi tre ore di ritardo del traghetto, l’arrivo a Bari a notte inoltrata con un acquazzone in corso e l’autostrada per tornare a casa. Utile invece è sottolineare alcune cose e discutere su qualche considerazione.

È stata la mia prima volta nei Balcani, e di certo non sarà l’ultima. La Bosnia soprattutto, è uno dei paesi più belli che abbia mai visto e visitato, la natura prepotente e selvaggia, le tante sfaccettature architettoniche e culturali che vi si incontrano e quel senso di dignità e malinconia che permea ogni cosa, mi hanno toccato nel profondo.

Ovviamente Montenegro e Croazia non sono da meno, con le tante “perle” incastonate anch’esse in luoghi meravigliosi ed ancora incontaminati alle volte. Le strade, tutte, dalle piccole alle grandi arterie, sono ben tenute e prive di buche o di pericoli ai quali, almeno noi abruzzesi, siamo ormai avvezzi.

Infine, siamo stati in tre paesi che hanno in seno musulmani (percentuale più alta), cattolici, ortodossi, ebrei e magari anche atei. Personalmente mai, né in città piccole né a Sarajevo per intenderci, ho avuto il minimo sentimento o sensazione di pericolo o di paura. Abbiamo visto una signora completamente coperta da un velo nero, una sola… ed aveva si e no 90 anni.

Con questo cosa voglio dire? Niente! Anche mia nonna andava in chiesa la domenica con il fazzoletto in testa, e la mia bisnonna portava il velo, sempre. Non sono credente, e sono convinto che la religione nulla c’entri con la fede, se uno ce l’ha.

Tuttavia consiglierei a tutti coloro che puntano il dito su religioni, etnie e razze di studiare e magari di viaggiare di più e confrontarsi col prossimo, vivere sulla propria pelle le differenze culturali, senza pregiudizi.

Anni fa in Svizzera e poco tempo fa in Provenza, ho potuto vivere il razzismo sulla mia pelle; essere italiano era un problema, un difetto. Non per questo odio i francesi e gli svizzeri, perchè i somari sono dappertutto, e sono somari in quanto tali, non in quanto francesi, svizzeri, inglesi o di Catanzaro.

Tutti i giorni in Italia siamo bombardati da gentaglia che parla a vanvera, e noi dovremmo credere, nel 2018, che un popolo dovrebbe essere etnicamente e culturalmente chiuso, e che la terra su cui abita apparterebbe solo a lui?

Io capisco con gli esempi, anzi, io capisco l’esempio. Quindi, guardo con attenzione chi fa dichiarazioni e spara a zero su tutti. Chi spara a zero e pare che abbia la verità nelle sue mani è sempre un idiota che ha più scheletri nell’armadio di un ossario al cimitero del Verano, quindi come si fa a dargli credito?

Io non credo alle frontiere, non credo a chi paragona una ONG che salva vite in mezzo al mare ad un “taxi del mare”. Perchè il taxi è una comodità, brutti stronzi. La violenza genera soltanto altra violenza, è una regola imprescindibile.

Per citare Paolo Rumiz, nei Balcani si verificò che una classe politica corrotta, incapace di far fronte ai problemi che la sopraffacevano, invece di fare pubblica ammenda e pagare il conto del fallimento, dirottò le colpe di tutto su altre etnie che per loro erano la principale causa dei problemi del paese.

Se avete notato qualche analogia ed avete i brividi lungo la schiena mi spiace.

4 Responses to "Reportage dai Balcani"

  1. Anonimo   20 gennaio 2018 at 18:07

    Il fiume si chiama Neretva e il ponte Stari Most.
    questo per l’esattezza.

  2. Andrea   20 gennaio 2018 at 18:21

    Bellissima narrazione: complimenti!

  3. Antonio   22 gennaio 2018 at 8:39

    Giusto, scusate i refusi!
    Colpa mia!
    E grazie per la segnalazione

  4. Biagio   21 marzo 2018 at 10:44

    Racconto bellissimo, stupendo. Durante la lettura si è presi dal racconto e lo si vive di persona. Fatti, posti, date, avvenimenti, fanno capire con chiarezza la stupidità umana che duramente c
    olpisce nazioni e popolazioni senza un vero perchè. Complimenti, sono posti che ho sempre desiderato visitare e questo tuo racconto vissuto sarà la spinta a questa avventura.

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