L’eterna guerra tra l’uomo e il lupo

L’eterna guerra tra l’uomo e il lupo

di Sergio Scacchia  – 

C’è un tempio antichissimo sui monti della Laga. Non è fatto di pietre levigate, neanche di marmi lussuosi e lucenti. È un tempio di legno, ma di legno vivo. È praticamente immenso e ha il suo sacrario nelle vette che lo circondano. Il tempio è fatto di fusti eccelsi dei faggi secolari, dritti e diseguali, colonne che paiono sostenere la volta immensa del cielo.

La foresta interminabile della Laga è fatta di mille navate che corrono a perdita d’occhio a formare i labirinti dell’anima. La musica sacra del vento, magico e inimitabile organista, suona perennemente e gli uccelli fanno il coro con i loro trilli festosi.

Quando sei in questa natura incontaminata, non pensi ai terremoti, alle difficoltà del vivere in una costante solitudine. La gente di questi posti, che si ostina a vivere tra questi monti, ha solide radici permeate da una cultura che vede il bosco, la montagna, la natura e gli animali con deferenza non disgiunta da un ancestrale timore.

Il bosco regala abbondante selvaggina, copiose ceste di funghi e, spesso, lamponi, mirtilli, fragoline e castagne. La gente qui merita gratitudine per essere custode autentica di un santuario naturale dove si percepisce ancora la magia di un mondo ineguagliabile.

Eppure un nemico c’è, è secolare. Non mi riferisco al terremoto ma al lupo!

Il sogno degli amanti della fotografia naturalistica è quello di immortalare con uno scatto memorabile, durante una passeggiata, un lupo.

Il tempo dell’odio tra l’uomo e la bestia, però, sembra non finire mai. Spesso sentiamo di avvelenamenti di questi esemplari nel parco Nazionale d’Abruzzo o nel nostro parco. Eppure la notizia passa in sordina.

Chissà perché, quando a essere avvelenati sono gli orsi, l’evento delittuoso è riportato in tutte le agenzie non solo d’Italia, facendo inorridire tutti gli amanti della natura, mentre se muoiono lupi per mano dell’uomo, nessuno o quasi se ne cura.

Ricordo che anni fa si paventava la terribile notizia della probabile estinzione dell’animale che, un tempo, era visto come l’assassino delle greggi. Allora si allertarono tutte le associazioni ambientaliste, in primis il WWF,e nacque l’operazione “San Francesco”, chiamata così per la nota vicenda del poverello di Assisi che riuscì a far diventare buono un uomo così crudele e assassino, da essere soprannominato “il lupo”. La mobilitazione riuscì a salvaguardare vari branchi di questi carnivori, tanto che oggi se ne censiscono oltre 800 esemplari in Italia dall’arco alpino fino agli Appennini.

La storia però non cambia. Continua a non correre buon sangue tra lupo e uomo. Gli occhi color ambra di questo predatore dei boschi tornano a essere terrificanti. La favola del lupo cattivo torna a popolare il sonno agitato dei bambini ma anche dei grandi.

Sembra assurdo che una società evoluta come la nostra, con tutti i problemi più importanti che si trova ad affrontare in campo economico, etico, giuridico, ambientale e chi più ne ha più ne metta, consideri ancora oggi il lupo, un “problema” prendendo a pretesto l’uccisione di qualche pecora che sarebbe facilmente risolvibile con adeguati e tempestivi risarcimenti. Gli allevatori trovano pecore sgozzate e, senza pensare all’opera di cani abbandonati o randagi rinselvatichiti, danno colpa ai lupi e seminano polpette avvelenate.

Un roccioso pronipote dei primi pastori dell’ottocento teramano, Mario, non vuole si dica il cognome, uno degli ultimi che rientravano ancora, anni fa, ogni sera dal pascolo con pecore e cani abruzzesi al seguito, mi raccontava poco prima del ferragosto a Valle Castellana che l’occhio del pastore, che oggi magari è un macedone, è sempre piantato all’orizzonte per paura dei lupi.

Quando questi predatori, negli anni ’70, scannarono quaranta pecore del gregge, chiese un risarcimento per gli ingenti danni subiti. È ancora in attesa!

“In Abruzzo un tempo c’erano due pastori su tre persone. Tutti eravamo orgogliosi di esserlo”.

L’uomo mi racconta l’incredibile storia del “luparo”, uno che viveva a est di Collegrato di Valle Castellana, nel paese, oggi scomparso, di Valleppiara, ai margini di un bosco rigoglioso di faggi, aceri e tassi.

Il paese era lontano dalle strade di comunicazione, quasi nascosto tra gli alberi e difeso da dirupi scoscesi. Qui i banditi, al sicuro, progettavano le loro malefatte. A seconda che fossero perseguitati con maggior vigore nel Regno o nello Stato Pontificio, essi si spostavano dall’una all’altra parte datosi che i confini attraversavano i monti della Laga.

Era comunque un centro importante dove si svolgeva la più grande fiera di bestiame dei dintorni. L’antichissima chiesa e le sue case aggrumate furono distrutte nel 1649, insieme all’abitato di Basto, Fornisco e Brandisco quando, per stanare la terribile masnada del brigante Bartolomeo Vinelli detto “Il Martello”, non fu trovato di meglio che distruggere, dalle fondamenta, vari luoghi ricchi di storia.

Tutto ciò che poteva essere conservato, insieme agli abitanti superstiti, fu trasportato a Collegrato. Qui era nato il più grande dei “lupari”, autentici specialisti della caccia al lupo. Era uno degli epigoni tra i cacciatori che in passato raccoglievano grande popolarità. L’uomo era in grado di imitare il verso del lupo alla perfezione attirando gli animali in imboscate letali.

Il luparo viveva delle ricompense della gente, portando in paese le teste mozzate. Erano i primi anni del ’900. Il lupo era un nemico, azzannava le bestie da lavoro, strappando loro bocconi di carne. Il lupo oggi è ancora il nemico.

Termina con amarezza e con aria sibillina il buon Mario: “Scrivi che i lupi sono ormai rari nelle nostre montagne. Oggi esistono però animali più selvaggi: gli uomini, quelli che uccidono la pastorizia con divieti e carte bollate”.

Lasciata la casa di Mario, attraverso con la macchina il margine di uno dei boschi più belli e folti dell’intero Appennino: la foresta di San Gerbone, un vivaio dove forte è il senso di isolamento dal resto del mondo, tra faggi secolari, abeti bianchi e rossi e pini neri.

Io amo definirlo “il bosco del silenzio rumoroso”. Perché i rumori cui non siamo più abituati ci sono tutti: lo stormire delle fronde degli alberi, il canto dei fringuelli, fino ad arrivare in lontananza allo scampanio delle campane dei paesi vicini.

“Le radici non fanno ombra”, dice un proverbio africano. Significa che le radici non si vedono e non paiono avere utilità pratica, eppure esse consentono all’albero di sopravvivere, aggregando a sé l’umidità e il nutrimento necessario per i suoi rami, trattenendo da farlo cadere in caso di vento forte. E più le radici sono sane, più il gigante arboreo vive meglio. Non guardiamo alle sole fronde, rami e tronco, ma anche alle radici della terra. Solo così si potrà sopravvivere alle tempeste della vita.

Mi fermo a Fornisco. Sabatino è nato qui sessanta anni fa. Continua a stare tra questi monti nonostante terremoti e disagi vari. La sua casa non si muove, costruita com’è sulla roccia. Era buon amico del mio povero babbo in gioventù. È qui che ha depositato per una vita le sue radici. Sposato, ha messo al mondo sei figli perché “i ricchi fanno soldi, i poveri fanno figli!”, dice ridendo.

Storico per diletto, l’uomo, dinoccolato e gentile, mi accoglie nell’ingresso salotto. Ha in mano una buona bottiglia di vino rosso. La casa è piena di vecchi giornali e libri. Anche lui conosce la storia del grande luparo. Ma è interessato a parlare del suo paesello. Prende a raccontare della tradizione che voleva che il nome Fornisco derivasse addirittura dalle devastanti guerre tra Romani e Cartaginesi, quando le truppe passavano colà a fare rifornimento.

Pare che l’ipotesi del toponimo faccia riferimento all’habitat naturale dei dintorni ricchi di alberi di frassino. Rispetto alle due donne abitanti a Collegrato in pieno inverno, qui vivono stabilmente una ventina di persone, per lo più anziane.

Sabatino mi guida attraverso la frazione semi abbandonata, alla scoperta di case risalenti al 1700. Di alcune abitazioni, vecchi documenti proverebbero la loro esistenza già nel 1500 o forse prima. L’abitato di tipo medioevale aperto è certamente di origine germanica.

Bisogna considerare che la valle del torrente Castellano costituisce l’immediato retroterra dell’area di Castel Trosino dove furono rinvenute tante tombe formanti una grande necropoli longobarda.

Il paese, per ben due volte, è stato distrutto dagli Spagnoli e nel 1871 durante un grande censimento, era a quel tempo capoluogo del Comune, si scoprì abitato da centodiciotto anime, venticinque parenti di una donna che ancora oggi a ottantadue anni rivendica l’intera vita trascorsa in paese senza mettere il naso fuori!

Guardo attentamente il borgo e vedo vecchie case costruite in pietra con antiche volte e travi lignee a mantenimento degli usci. Ci sono anche ristrutturazioni pietose, è comune in questi antichi villaggi ricostruire senza buon gusto, con infissi in alluminio dorato che deturpano la storia e le architetture di un tempo. Diverse abitazioni sono a rischio crollo dopo la devastazione del terremoto.

È stupendo avventurarsi in questa aspra vallata, terra di millenaria cultura percorsa e quasi scandita dalle acque limacciose del fiume Castellano, con un apparente isolamento ma che storicamente ha mutuato il contatto costante con popolazioni limitrofe e anche lontane. Anche qui arrivò Roma, spietata colonizzatrice ma decisiva nel trasmettere istanze culturali e progresso. La zona è ricca di antiche mulattiere, alcune ben lastricate che fanno pensare a qualche intervento, secoli prima, degli antichi Romani.

Sabatino mi racconta del nipote, oggi illustre professore autore di diversi libri fra cui quello dedicato al borgo natio. Poi mostra numerose scritte scolpite sugli architravi. Una di queste sembra essere il benvenuto antico in una bottega di epoca settecentesca dove, rovinata dal tempo, un’insegna mostra un fabbro e il suo aiutante intenti a lavorare con l’incudine. Sabatino, prima di congedarsi, mi indica il sentiero che, salendo a mezza costa e attraversando un fosso, porta a una panoramica altura chiamata Collesecco.

Qui sono stati rinvenuti resti di torri che presumibilmente facevano parte di una complessa opera fortificata di epoca medioevale a guardia del vallone del Castellano. Anticamente pare vi fosse anche l’abitazione di un ricco liberto dall’animo sensibile che volle attorniarsi di meravigliose sculture di cui oggi qualcosa rimane nel museo di Ascoli Piceno.

Per arrivare nel magico mondo della valle del fiume Castellano:

Da Nord e da Sud

Dall’autostrada Adriatica A14 (da nord: direzione Ancona; da sud: direzione Pescara), uscire a San Benedetto del Tronto – Ascoli Piceno, seguire la direzione Ascoli Piceno, continuare sulla superstrada Ascoli-Mare RA11 fino all’uscita Ascoli Piceno/Porta Cartara, proseguire in direzione Valle Castellana.

Da Pescara

Prendere la SS16 in direzione di Chieti, continuare sull’autostrada A14, uscire a San Benedetto del Tronto – Ascoli Piceno, seguire la direzione Ascoli Piceno, continuare sulla superstrada Ascoli-Mare RA11 fino all’uscita Ascoli Piceno/Porta Cartara, proseguire in direzione Valle Castellana.

Da Teramo è consigliata la panoramica strada che da Torricella Sicura porta fino a Valle Castellana, ai confini con l’ascolano.

Non mancate di gustare la chitarra con i porcini e l’agnello di montagna o il filetto con sopra la testa di porcino fatto sulla brace. Famoso, appena fuori Valle Castellana, il locale “Lo Scuppoz”. Ma sono sicuro che mangerete bene ovunque.

One Response to "L’eterna guerra tra l’uomo e il lupo"

  1. Anonimo   22 gennaio 2018 at 9:57

    Articolo bellissimo, grazie!
    Sui lupi e sui cani… Da giovane mi piaceva camminare nella zona di Valle Castellana, sia d’estate che d’inverno. Ci consumai un paio di pedule.
    Lupi mai visti, ma cani rinselvatichiti tanti. Niente che non si potesse risolvere con un bastone, due zampate o quattro urla.
    Prima di incolpare i lupi ci penserei due volte.

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