Le storie incredibili di Cesa

Le storie incredibili di Cesa

di Sergio Scacchia  –  

(Tratto dal libro: “Kalipè, il mio passo libero”)

Guardavo le pietre giganti costeggianti l’acqua in discesa. Erano così belle a vedersi ma pensai a quanto fossero assassine. Molte volte, troppe volte le “Cento Fonti” hanno tradito escursionisti incauti o sfortunati che, cadendo sul bagnato, hanno perso tragicamente la loro vita. La natura a volte sa essere madre maligna!

Superata a quota 1698 una caratteristica cascata, una delle tante disseminate in questa zona ricca di fonti, arrivammo a un secondo tuffo d’acqua e proseguimmo su di una comoda pista che porta al rifugio dell’Enel.

Qui, dopo una breve sosta con immancabile panino, io e il mio compagno di escursione, Massimo, imboccammo la carrareccia a destra che ci portò vicino ai ruderi di Santa Maria Maddalena. Eravamo a quota 1179 metri, informava l’altimetro. Cesacastina non era lontana, circa quaranta metri più in basso in linea d’aria.

Santa Maria Maddalena era una delle sette sorelle come usavano chiamarle gli anziani. Le chiese, in altri tempi, si credeva parlassero tra loro attraverso statue che comunicavano con gli sguardi, in uno strano gioco di specchi: quella di Cesacastina rivolgeva i suoi occhi al vicino tempio della madonna della Tibia di Crognaleto che, a sua volta, scorgeva quella custodita nella chiesa di Aielli e così via di seguito, toccando sette paesi vicini.

Il sette è un numero di elemento cosmico, simbolo di pienezza. Scandisce la Creazione, l’abbondanza di Dio, come si legge nel vangelo di Marco al capitolo 8. In più rappresenta l’onniscienza dell’Onnipotente che nel libro del profeta Zaccaria, capitolo 4, è rappresentato con sette occhi ed è il numero che dà luce in Esodo 25,37 o nel libro di Isaia, capitolo 30, versetto 26.

Il simbolismo e l’aurea magica connessa con i numeri sono un fenomeno antichissimo legato ai ritmi cosmici e documentato già in Mesopotamia e nell’antico Oriente. Le “Sette Madonne sorelle” venivano invocate per ogni bisogno materiale e spirituale, tra cui quello di proteggere il territorio da perturbazioni atmosferiche forti, o cataclismi, siccità, epidemie.

Purtroppo la chiesina di Cesa oggi quasi non esiste più. È crollato il tetto ma il perimetro è rimasto e si vede anche la finestra. La storia del tempio è singolare ed intrigante: non inquadrabile in nessun periodo, la sua origine pare fosse collegata ad un monastero che gli anziani raccontano si trovasse a metà montagna.

Il pastore Elia, nato a Cesacastina, oggi ancora vivente, mi disse di sapere dov’erano i pochi ruderi. Il convento pare si chiamasse “della Madonna Rotta”. Probabilmente il titolo si riferiva a un’immagine della Vergine che attraverso i secoli si era rovinata in più punti, ma della quale nessuno voleva fare a meno e non veniva tolta via.

All’interno del luogo sacro c’erano dei frati alchimisti, bravissimi a curare le più svariate malattie. Fuori dal monastero pare ci fosse un lebbrosario dove si curavano i crociati di ritorno dalla terra santa. Il lazzaretto poi venne chiuso intorno al 1500. In quel luogo si curavano anche i moribondi di tigna, tanto vero che tutti identificavano il posto come “luogo del Tignoso”.

È ormai sicuro che in cima a queste montagne, oggi dimenticate o quasi, passava la strada romana Consiliare che collegava l’allora capitale del mondo alla terra degli infedeli musulmani. Più a valle, accanto al fiume Vomano, c’era anche una piccola “via della seta”, calpestata nel corso dei secoli da mercanti, pellegrini, soldati, artisti e contadini. Queste arterie di ampia comunicazione facevano viaggiare la geometria, l’astronomia, la conoscenza. Sulla groppa di cavalli carichi di mercanzia viaggiavano anche le idee, di civiltà in civiltà, di paese in paese.

I frati avevano in custodia la statua lignea di Maria Maddalena, santa più che chiacchierata all’interno del mondo cattolico. I poveri seguaci di S. Francesco morirono tutti insieme. Alcuni vecchi raccontano che creparono nella notte a causa del veleno di una vipera, introdottasi nella damigiana del vino che essi bevvero a cena. Certamente non andò così. Forse caddero per mano di briganti. Si racconta che dopo la morte dei religiosi, a distanza di tanti anni, fu ritrovata la statua lignea e si decise di custodirla in paese.

C’era stato nel 1703 un disastroso terremoto che interessò tutta la parte teramana del Gran Sasso. Da quel momento la statua, misteriosamente spariva dalla chiesa ogni volta, per essere poi ritrovata all’interno del vecchio convento tra le balze rocciose. Si decise quindi di costruire questo nuovo tempio più vicino alla montagna, con la finestra aperta proprio verso il vecchio monastero in modo tale che la statua potesse vederlo: da allora la leggenda narra che la Maria in legno rimase per sempre ancorata al suo posto!

Proprio vicino a ciò che resta del tempio sgorga, in un rivolo, l’acqua della Maddalena, davvero poche gocce che fuoriescono non si capisce bene da dove, sia d’inverno che d’estate. È consuetudine ogni 22 luglio, giorno dedicato alla Santa patrona di Cesacastina, andare a prendere e bere quest’acqua benedetta.

Tutte queste storie non debbono stupirci. L’Abruzzo è una regione dove ancora sopravvivono superstizioni, pratiche magiche, culto di reliquie, riti di stregoni e fattucchiere, cerimoniali e preghiere contro spiriti maligni.

Nelle nostre campagne, come anche in montagna, in quei posti dove l’influenza del progresso non ha inciso in maniera profonda, la superstizione è ancora un sentimento dominante. Sembra impossibile ma ancora oggi quando accade un qualcosa di negativo c’è chi ritiene sia opera di malefici, fatture ordite da chissà quale nemico, stregonerie o invidie di vicini di casa.

Molte sono le armi per fronteggiare queste evenienze, raccontano gli anziani: scongiuri, filtri, amuleti e soprattutto “lu breve”. I “magaròni ” sono gli specialisti di questi riti assurdi. Con l’ausilio di una camicia o altro indumento del malcapitato, capiscono se la “fattura” (e qui non c’entra l’iva naturalmente) è leggera o a morte.

Il “breve”, mi raccontarono proprio a Cescastina, dovrebbe essere composto dalla terra di tre padroni, sale, pezzetti di candela benedetta, il tutto avvolto in un piccolo sacchetto da portare dietro. La figura della strega resiste strenuamente alla caduta di tutti i miti fagocitati da un mondo in continua evoluzione. Nei paesi dei monti della Laga si crede ciecamente alla sua esistenza e la si considera “forza del male”.

Ancora oggi, d’estate, quando il caldo è torrido si usa comunque chiudere tutte le finestre di notte, perché le streghe sotto forma di piccoli animali, ragni, farfalle, mosche, potrebbero entrare e succhiare il sangue dei bimbi piccoli di cui sono estremamente ghiotte. Il “breve” portato addosso potrebbe tenere lontano queste creature malefiche.

Molte storie si tramandano, come quelle raccontate da alunni della Scuola Media Giovanni XXIII di Torricella Sicura che, in un pregevole lavoro coordinato dalla intraprendente Prof.ssa M. Gabriella Di Flaviano del 1983, intervistarono vecchi abitanti delle frazioni limitrofe per ascoltare storie che hanno dell’incredibile.

Fu allora che un certo Attilio di Poggio Valle raccontò di una splendida cavalla. L’animale per ben due volte alla settimana veniva rapita dalle streghe che usavano la cavalcatura per recarsi ai raduni di magia sotto degli alberi di noce. Di mattina l’agricoltore trovava la povera bestia sudata colante, in preda a nervosismo, stanchezza e con la criniera divisa in piccole trecce che non erano certo fatte da mani d’uomo.

C’è poi, l’incredibile vicenda di una donna di Paranesi, non lontano dalla stazione climatica del Ceppo, tale Emilia, la cui sorella era caduta in preda a esseri malvagi. La bambina piangeva, si disperava rotolandosi a terra. Le streghe, a suo dire, le succhiavano il sangue. Il corpicino era pieno di lividi con punti rossi. Recatosi da un “magaro” della zona, il padre della bimba, ormai sull’orlo della disperazione, ebbe l’ordine di prendere i vestiti della piccola per portarli ad un incrocio e picchiarli con più forza potesse. Quando l’uomo fece come gli era stato ordinato, sentì urla e strepiti disumani. Era lo spirito della strega che abbandonava la sua preda e fuggiva lontano.

A proposito di alberi di noce, qualcuno avrà letto anche delle incredibili storie legate alla fonte omonima che abbiamo a Teramo, nei pressi del fiume Vezzola. Qui pare si radunassero due volte l’anno tutte le streghe del Centro Italia che di lì a poco avrebbero raggiunto Benevento, in un luogo sperduto in mezzo alla campagna, sotto un gigantesco albero, naturalmente di noci.

A Valle Castellana, dove mi trovai per una escursione con amici del C.A.I. nella foresta di San Gerbone, la sig.ra “Linuccia”, famosa perché preparava il caffè a tutti gli escursionisti che passavano davanti all’uscio della sua casa, raccomandava di evitare accuratamente gli incroci di strade il martedì e il venerdì dalle ore 24,00 alle 6,00, per evitare spaventosi incontri con creature pericolose dai capelli scarmigliati, le pupille dilatate e lo sguardo spento e diabolico.

Io e Massimiliano eravamo ora davanti ad una piccola cappella. Non so se vi siete mai soffermati, camminando in montagna, davanti a queste piccole e deliziose icone del buon viaggio, per una preghiera o, semplicemente, per osservare e penetrare un pizzico dell’immensa devozione che anima gli abitanti delle “terre alte”. È quanto di più poetico possa esistere. La tradizione popolare ricorda che l’immagine santa serviva a proteggere i viandanti dalle forze del male che vagavano senza posa.

A Cesacastina c’è una di queste creazioni di arte e fede e noi eravamo proprio lì. È una cona votiva dedicata al transumante che oggi richiama per lo più memorie infantili o statuine di presepe, ma che un tempo significava essere uomini percossi dalle lame acuminate del sole, tormentati dalle piogge. I pastori attingevano forza fisica dalla devozione cristiana.

In ricordo di questi antichi carovanieri dell’angoscia fu effettuato il restauro del crocefisso de “lu Jase Criste de lu colle”, tornato bello come non mai nel piccolo tabernacolo posto a fianco del tratturo che avevamo utilizzato per arrivare da Campotosto, attraverso il Colle di Mezzo.

Era il percorso delle greggi che, per recarsi ai pascoli romani, invadevano le strade come un fiume di lana, coprendo ogni spazio con i loro velli, tra i cani bianchi abbaianti e polvere sollevata, a sfumare il paesaggio come in un sogno.

La cona votiva di Cesacastina fu realizzata dall’agiata famiglia Baldassarre che commissionò il crocefisso a un falegname locale, Alfonso Vetuschi, alla fine del 1850, ricavandolo da pezzi diversi di legno assemblati tra loro in modo un po’ artigianale. Lo stesso artista realizzò le due porte della chiesa seicentesca dei Santi Pietro e Paolo a forma di croce con il suo inconfondibile campanile a vela e a tre campane.

Arrivati in paese incontrammo un tizio pittoresco. Era vestito di tutto punto con cappello a larghe falde, giacca e cravatta, nonostante non fosse domenica e si trovasse in un contesto dove questa eleganza era un tantino fuori luogo.

Come spesso mi accade impiegai pochi minuti per farmelo amico. Seduti sulla panchina di fronte alla parrocchiale, al centro del paese, mi raccontò la storia dell’immagine di San Michele Arcangelo. Gli abitanti pare che dopo un disastroso terremoto, collocarono una immagine benedetta di San Michele Arcangelo in mezzo ai rami del millenario e gigantesco olmo che sorgeva proprio davanti l’ingresso della chiesa e che lì è stato fin quando, non molti anni fa, venne abbattuto da un fulmine di inaudita potenza che lo lasciò stecchito e bruciato. L’immagine, secondo alcuni, coll’aumentare del volume della pianta che cresceva a dismisura, sarebbe pian piano, diventata parte di essa, tramutandosi in rami e foglie.

Il tizio, a cui piaceva raccontare storie incredibili, parlò anche del toponimo di Cesa. Pare che nel secolo VII dell’era cristiana, le potenti famiglie Cesare e Cristina diedero il nome al paese con una sorta di anagramma. Tutte notizie incontrollabili, naturalmente, ma perché spegnere le voci della tradizione?

Decisi di dedicare tempo alla scoperta della bella chiesa dei S.S. Pietro e Paolo. Non saremmo ripartiti che il giorno dopo. Entrando mi piacque il fresco dell’interno e il suo odore di antico. La luce penetrava dalle vetrate in varie sfumature di blu e color malva attraverso i vetri e la navata centrale; era affascinante con i suoi lastroni levigati dal tempo.

Mi colpì la figura di una santa. Annotai mentalmente che avrei dovuto chiedere chi fosse appena avessi avuto modo di parlare con qualcuno. La figura aveva visto tempi migliori. Il volto appariva sciupato e i lineamenti stavano cominciando a perdere l’eleganza di un tempo. Il capo leggermente reclinato pareva sostenesse il peso del mondo. E tuttavia c’era qualcosa di nobile in lei che non sapevo perché mi attraesse così tanto. Credo che la fattura dell’opera non fosse eccelsa ma attirava la mia attenzione. Pensai che sarebbe sopravvissuta a me. Io sarei scomparso e lei avrebbe campeggiato ancora su quella colonna per svariati decenni, ammirata da qualcuno che ancora doveva nascere. La precarietà della vita può soffocarti se non hai fede.

Me lo diceva proprio a Cesacastina, il mio grande amico Noè, nato in paese e ora abitante a Roma. A volte si riesce ad essere uniti pur essendo lontani e sin dal primo incontro. È come se una serie di input cerebrali si unissero a formare un circolo di amorosi sensi. Noè tiene fede al suo nome biblico. È molto buono, generoso, garbato. Quello che però me lo fa adorare è la sua semplicità di vita.

Nei brevi incontri che abbiamo d’estate, quando lascia Roma per tornare al paesello, mi ha insegnato a non rimuginare il passato o a fantasticare il futuro. Altrimenti non vivremmo il presente, l’unico momento che possediamo, il giorno che stiamo vivendo.

Continuai a concentrarmi sulla chiesa. C’era rimasto non molto dell’antico impianto di origine medievale. Cercai di decifrare la struttura che avevo letto fosse a forma di croce greca, ma le profonde cappelle laterali non mi aiutavano a capire. Mi riempii comunque gli occhi dell’altare maggiore e le sue belle colonne tortili a tre rami, con le due statue dei santi ai lati e il Sacro Cuore di Gesù al centro. Anche l’altare dedicato alle Anime purganti, del secolo XVII, non era niente male.

Ammirai l’acquasantiera in pietra. Sognavo di poter vedere il calice in stile gotico di inestimabile valore con la scritta antica “Ser Barthomaeus de teramo 1426”. Non ci fu modo di trovare qualcuno che mi dicesse dove si custodiva. Era gelosamente nascosto in qualche casa, magari insieme alla Croce Processionale di autore ignoto, che pare fosse stata realizzata nel secolo XIV e inizialmente custodita nell’antico convento di cui ho vi ho parlato.

Ormai i ladri razziano ovunque, anche nella parte più sperduta del teramano. Guardando delle lapidi antiche, mi venne in mente la chiesa madre di Frattoli, un paese a pochi chilometri, sempre nel circondario teramano di Crognaleto. Lì mi colpirono alcune pietre che parevano tombali e un piccolo teschio disegnato che sembrava ammonire: “Come tu sei ora io fui un tempo, come sono io adesso, tu sarai un giorno”.

La panca su cui ero seduto mi sembrò di colpo scomoda. Gettavo il peso del corpo da un gluteo all’altro. Le fanno scomode, pensai, così ti inginocchi a pregare. Quando lo dissi a Don Giuseppe Lavorato, il parroco di queste anime montane fino a un paio di anni fa, scoppiò in una sonora risata.

Immaginai così il vecchio pulpito di legno vibrante sotto la voce forte di un immaginario reverendo che, molti anni prima, sferzava la comunità alla preghiera e all’obbedienza a Dio. Un prete con l’abito nero ad assorbire la poca luce dell’interno!

Fu come se stessi confessandomi. Mi ritrovai a biasimare la mia superbia, l’arroganza, in linea con il degrado spirituale di una società che non crede alla presenza del maligno e che, anzi, fatica a credere all’esistenza di un Dio. Ma il male, pensai, non cessa di esistere perché lo si ignora.

La chiesa aveva raggiunto il suo scopo per cui era stata costruita secoli prima: scuotere l’anima di chi la visita! Il silenzio allora mi fu inquietante e uscii, seguito da un cane fermo all’uscio con lo sguardo di una dolcezza incredibile. Ci trovammo così bene che io e Massimo decidemmo di rimanere qualche giorno per scoprire i dintorni.

Per arrivarci: si percorre la SS80 per L’Aquila fino ad Aprati. Qui si gira a destra e si seguono le semplici indicazioni stradali, che condurranno a Cesacastina dopo circa 8 Km.

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