Pe(in)culato: Luciano D’Amico fra indebite percezioni e indebite elargizioni di soldi nostri

Pe(in)culato: Luciano D’Amico fra indebite percezioni e indebite elargizioni di soldi nostri

di Christian Francia  –

È davvero triste constatare come la giustizia impieghi tempi biblici per sancire quanto sarebbe evidente anche agli occhi di un bambino. Ma tant’è.

1) Sebbene lentissima, l’inchiesta penale sul doppio incarico ricoperto da Luciano D’Amico – Rettore dell’Università di Teramo e presidente del CdA di ARPA S.p.A. prima e TUA S.p.A. poi – è finalmente giunta all’avviso di conclusione delle indagini.

In tale avviso il Pubblico Ministero del Tribunale di Teramo Davide Rosati contesta a D’Amico l’indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato.

In pratica D’Amico avrebbe percepito indebitamente oltre 57.000 euro tra l’agosto 2014 e febbraio 2017 in quanto la presidenza di società pubbliche gli avrebbe impedito di svolgere l’attività di docente a tempo pieno, attività che la legge prevede come necessaria per poter ricoprire la carica di Rettore.

La Procura gli contesta particolare di aver omesso di dare formale comunicazione all’Ateneo di aver svolto le attività di “minor impegno professionale previste per il docente a tempo definito”, percependo così indebitamente l’indennità connessa alla carica di Rettore.

Cioè a dire: D’Amico si è intascato soldi che non poteva intascare.

Secondo quanto contesta la Procura nel capo di imputazione, la stessa assemblea di TUA S.p.A. il 27 maggio del 2016 autorizzava la medesima società di trasporto a rimborsare l’Università per oltre 76.000 euro “quale restituzione a titolo di copertura della quota di retribuzione percepita dal prof. D’Amico in qualità di docente a tempo pieno rispetto a quella prevista per il docente a tempo definito, in ragione della caria di Presidente assunta preso la società Arpa spa prima e della società unica abruzzese di trasporto Tua spa poi”.

2) E non basta. La Procura di Teramo contesta a D’Amico, in qualità di Rettore, anche l’accusa di peculato per la consegna, nell’ambito della cerimonia “Welcome Matricole” del novembre 2013, di 10 tablet di proprietà dell’Università, a titolo di riconoscimento, al personale tecnico di supporto all’intervento degli artisti Ficarra e Picone. Regalo avvenuto sulla base di un atto firmato dallo stesso Rettore. Episodio rispetto al quale la Procura contesta a D’Amico un danno patrimoniale per l’Università di 2.671 euro.

Cioè a dire: D’Amico ha regalato oggetti non suoi in quanto comprati con soldi pubblici.

3) Ma non basta ancora. Il Rettore è indagato pure in concorso con il professor Mauro Mattioli per un ennesimo capo di imputazione: peculato.

In questo caso Mattioli nel 2013 in qualità di direttore generale della fondazione dell’Ateneo, e quindi in un periodo in cui risultava in aspettativa, avrebbe richiesto con due diverse relazioni a sua firma, l’indennità di risultato prevista quale docente ordinario a tempo pieno della Facoltà di Medicina Veterinaria.

Indennità che non gli sarebbe spettata e che gli sarebbe stata comunque erogata in virtù del visto autorizzativo apposto dal Rettore, con un procedimento “irrituale e non conforme”.

In particolare Mattioli, secondo la Procura, avrebbe indebitamente percepito 2.203 euro per il 2012, 4.720 euro per il primo trimestre del 2013 e 4.720 euro per il secondo trimestre del 2013.

Per un totale di 11.643 euro.

Cioè a dire: Mattioli si è intascato quasi dodicimila euro di indennità a lui non dovute, chiedendole sebbene non gli spettassero, e ricevendole grazie a quel genio di Luciano D’Amico.

Applausi a scena aperta.

E un bis di applausi merita il Rettore per la sua magnifica dichiarazione, rilasciata subito dopo aver appreso che la Procura della Repubblica lo ritiene un criminale della specie più invisa ai cittadini: quella di ladro di soldi pubblici.

Ecco le parole di D’Amico: “Una grande soddisfazione per un’indagine molto accurata ed approfondita, un grande ringraziamento per l’attività di verifica e non certo in toni ironici. Chi gestisce risorse pubbliche deve essere assoggettato a controllo e io sono contento di esserlo stato perché già dalle contestazioni che mi sono state mosse mi sembra di ricavarne un quadro di piena legittimità del mio operato. Ci sono alcuni dettagli che chiarirò al più presto”.

Avete letto bene: la Procura dice che si è intascato illecitamente i soldi pubblici e che ha fatto intascare illecitamente altri soldi nostri da diversi soggetti, e lui che fa? Ringrazia coloro che lo hanno sputtanato dinanzi all’universo mondo e dice che ciò che ha fatto è tutto legittimo. Fantastico.

Come ricorderete, fu proprio questo blog a sollevare, con dovizia di argomentazioni giuridiche, la incontrovertibile incompatibilità del doppio ruolo di Luciano D’Amico nelle sue vesti di professore universitario e di Presidente dell’ARPA S.p.A. prima e della TUA S.p.A. poi (http://www.ilfattoteramano.com/2015/05/26/incredibile-il-rettore-delluniversita-di-teramo-e-incompatibile-e-dovrebbe-decadere/).

Dopo il polverone politico-mediatico che ne seguì D’Amico finì sotto la lente dell’Autorità Nazionale AntiCorruzione (ANAC) proprio per il doppio incarico, ritenuto incompatibile (http://www.ilfattoteramano.com/2017/01/10/lanac-sodomizza-il-rettore-luciano-damico-incompatibile-il-doppio-incarico-di-professore-e-di-presidente-della-societa-dei-trasporti-tua-s-p/).

L’ANAC impiegò un anno e otto mesi per fare copia e incolla del mio articolo del maggio 2015, ma finalmente il 4 gennaio 2017, nel silenzio degli organi di informazione, l’ANAC emetteva la sua sentenza di morte per il doppio incarico incompatibile del rettore dell’Università di Teramo (in allegato il testo integrale della delibera n. 1349 del 21 dicembre 2016, depositata il 3 gennaio 2017: anac-delibera-1349-2016-sulla-illegittima-nomina-di-damico-alla-tua).

Ciò nonostante, la reticenza degli organi di informazione a voler dire la pura verità, cioè che la legge vieta il doppio incarico di D’Amico, è stata vergognosa.

Senza contare il disdoro che ha colpito l’Università di Teramo e l’intera platea dei docenti della Facoltà di Giurisprudenza, tutti rigorosamente zitti per tre anni e mezzo, a dimostrazione della codardia e del rigore scientifico di professori che dovrebbero insegnare ai ragazzi la primazia della legge.

A tutti Voi baroni, professori di questo cazzo, ribadisco (come già feci) il mio profondo sdegno accusandovi di essere venuti meno ai vostri doveri di indipendenza dell’insegnamento, di fedeltà e di ossequio agli inderogabili principi dello stato di diritto, dimostrando il nanismo della Vostra statura intellettuale e professionale.

Peraltro, non appena verrà formalizzato il rinvio a giudizio, sarà divertente assistere al silenzio dei giornalisti, dei professori e dei politici, tutti muti e inerti, e nemmeno uno si alzerà in piedi ad invocare le dimissioni di D’Amico dalla carica di rettore dell’Università di Teramo per manifesta indegnità morale.

E per chiarire in maniera elementare le motivazioni dell’indegnità morale del Rettore, è opportuno risottolineare i termini giuridici della questione.

L’illegittimità del doppio incarico è delineata dal D.P.R. n. 382/1980 (ancora pienamente in vigore), il quale disciplina la docenza universitaria.

L’Art. 13, significativamente rubricato “Aspettativa obbligatoria per situazioni di incompatibilità”, al numero 10 del comma 1 prescrive che il professore ordinario è collocato d’ufficio in aspettativa per la durata della carica, del mandato o dell’ufficio nei seguenti casi: nomina alle cariche di presidente, di amministratore delegato di enti pubblici a carattere nazionale, interregionale o regionale, di enti pubblici economici, di società a partecipazione pubblica, anche a fini di lucro”.

Il successivo comma 3 dell’art. 13 prevede inoltre che “Il professore che venga a trovarsi in una delle situazioni di incompatibilità di cui ai precedenti commi deve darne comunicazione, all’atto della nomina, al rettore, che adotta il provvedimento di collocamento in aspettativa per la durata della carica, del mandato o dell’ufficio”.

Quindi il professore ordinario D’Amico avrebbe dovuto comunicare al rettore D’Amico la propria situazione di incompatibilità ed avrebbe dovuto di conseguenza autocollocarsi in aspettativa per tutta la durata della presidenza dell’ARPA (oggi TUA).

È successo invece che Luciano D’Amico, o per ignoranza o per furbizia (non so quale delle due sia più umiliante e degradante per il “magnifico”), sia rimasto tranquillamente al suo posto.

L’art. 15 del D.P.R. n. 382/1980, rubricato“Inosservanza del regime delle incompatibilità”, ai commi 3 e seguenti prescrive determinate conseguenze derivanti dalla violazione delle sopra citate disposizioni:Il professore ordinario che violi le norme sulle incompatibilità è diffidato dal rettore a cessare dalla situazione di incompatibilità. La circostanza che il professore abbia ottemperato alla diffida non preclude l’eventuale azione disciplinare. Decorsi quindici giorni dalla diffida senza che l’incompatibilità sia cessata, il professore decade dall’ufficio. Alla dichiarazione di decadenza si provvede con decreto del Ministro della pubblica istruzione su proposta del rettore, sentito il Consiglio universitario nazionale”.

Evidentemente la commistione dei ruoli di controllore e controllato che D’Amico esercita all’interno dell’Università lo ha tenuto indenne dalle conseguenze che la legge avrebbe richiesto a carico del professor D’Amico titolare della presidenza di una importantissima società regionale di diritto privato in mano pubblica.

Né va sottaciuto come l’art. 6 della Legge n. 240/2010 (disciplinante l’organizzazione delle università e del personale accademico) al comma 9 rincari la dose: La posizione di professore e ricercatore è incompatibile con l’esercizio del commercio e dell’industria fatta salva la possibilità di costituire società con caratteristiche di spin off o di start up universitari” (quali ovviamente non sono né ARPA né la nuova TUA).

La legge è chiarissima e ha un significato letterale incontrovertibile, non suscettibile di interpretazione alcuna poiché in claris non fit interpretatio: il professore ordinario è collocato d’ufficio in aspettativa per la durata della carica, nei seguenti casi: nomina alle cariche di presidente di società a partecipazione pubblica.

È dunque obbligatorio il collocamento in aspettativa, contestualmente alla nomina ricevuta da qualunque professore universitario alla carica di presidente di società a partecipazione pubblica quale è ovviamente l’ARPA (oggi TUA).

Conseguenza inevitabile, oltre ai profili disciplinari, è l’illegittimità degli stipendi da professore (e quindi da Rettore) percepiti in costanza del doppio ruolo di professore e di presidente di società pubblica. Per cui D’Amico deve restituire pure i compensi professionali incassati dall’Università di Teramo in costanza del suo ruolo presidenziale di società pubblica.

Già nel maggio 2015 evidenziavo tutti i profili di questa cloaca amministrativa: “Oltre alla caduta di stile e al definitivo crollo di credibilità e di autorevolezza dei due Luciani, la sopravvenienza e il permanere in essere di tale situazione di illegittimità comporta profili disciplinari, profili amministrativi relativi ai poteri del responsabile della trasparenza e del responsabile della prevenzione della corruzione dell’ateneo teramano, oltre che profili concernenti il consiglio di amministrazione dell’università, il senato accademico e il Ministro dell’Università, nonché profili erariali di competenza della Corte dei Conti e eventuali profili penali sussumibili quantomeno nella fattispecie dell’Abuso d’ufficio. Senza contare il danno di immagine dell’ateneo teramano, esposto al pubblico ludibrio proprio perché colui che lo rappresenta, cioè il rettore, si trova in una palese circostanza di violazione di legge che getta ombre sul prestigio dell’istituzione”.

Inoltre l’Università ha fatto una figura di merda rilasciando a suo tempo un’autorizzazione al Rettore che non poteva essere rilasciata, dato che persino l’ANAC  – nella citata delibera n. 1349 sopra pubblicata – sottolineò come in simili situazioni “non può essere rilasciata alcuna autorizzazione; pertanto, anche qualora siffatti incarichi fossero stati autorizzati, tale autorizzazione sarebbe da ritenersi inutiliter data”, cioè a dire che D’Amico con l’autorizzazione concessagli dall’Università di Teramo (da lui stesso guidata) ci si poteva pulire il culo.

E la stessa Autorità AntiCorruzione scrisse espressamente che l’illegalità del caso specifico aveva compromesso la qualità del lavoro dovuto dal professor Luciano D’Amico, il quale deve restituire all’Università gli stipendi da professore/rettore percepiti nell’intero periodo di incompatibilità, il quale risale alla prima nomina alla presidenza dell’ARPA effettuata in data 13 agosto 2014.

Dagli obblighi legislativi appena richiamati discende l’inchiesta penale che ha obbligatoriamente indotto il Pubblico Ministero del Tribunale di Teramo Davide Rosati a contestare a D’Amico l’odioso reato di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato, reato consistito nel percepire indebitamente oltre 57.000 euro di stipendi tra l’agosto 2014 e febbraio 2017.

Per tutto quanto esposto è sommamente riprovevole che Luciano D’Amico si protesti innocente, poiché egli è indubitabilmente colpevole, a maggior ragione perché è da anni di dominio pubblico – avendolo io detto e scritto in ogni pubblica sede, oltre che avendolo inviato ad ogni Autorità competente – che egli abbia compiuto gravissimi e infamanti illeciti.

Così come è riprovevole l’intervento sgrammaticato del sindacato CGIL, accorso in difesa del Rettore per manifestare quanto egli sia bravo e dotato di etica.

Dopo aver opportunamente vomitato, mi permetto di rammentare alla CGIL – parafrasando un vecchio detto che circolava quando eravamo studenti – che “se Luciano D’Amico ha un’etica, allora Cicciolina è vergine” (e non come segno zodiacale).

8 Responses to "Pe(in)culato: Luciano D’Amico fra indebite percezioni e indebite elargizioni di soldi nostri"

  1. Anonimo   28 novembre 2017 at 18:25

    Sulla povera città di Teramo, e non solo, incombe una piovra di stampo mafioso i cui tentacoli cercano di avviluppare,spesso riuscendoci,anche l’amministazione della Giustizia sia civile che penale. ONORE al PM Rosati uno dei pochi, se non il solo, che con grandissime difficoltà, creategli sistematicamente da chi cerca di insabbiare le indagini, tenta di ripristinare la legalità violata.

  2. Anonimo   28 novembre 2017 at 18:57

    Frechete

  3. Tiery la.fronde   28 novembre 2017 at 19:33

    Dott. Francia questo individuo ha da poco ricevuto il premio borsellino e nella motivazione e stato scritto che aveva lottato contro i baroni e i prezzolati della mafia eccc.
    La prego voler inviare questo suo articolo alla presidente della commissione antimafia Rosy Bindi affinche possa cancellare questo premio.
    Chi deride la magjstratura nel modo come ha fatto qiesto pessimo rettore non merita assolutamente neanche il posto di usciere .
    Quanto ai signori docenti che tacciono sono limmagiine precisa di loro stessi ovvero il nulla .

  4. Pasquino   28 novembre 2017 at 22:07

    Christian, se eliminassi le parolacce, i tuoi scritti sarebbero da docenza ad honorem.

  5. Anonimo   29 novembre 2017 at 11:11

    Quanto è vero quanto dice l’anonimo.

    Speriamo che almeno adesso il vice presidente Legnini e il procuratore capo Guerriero abbiano il buon gusto di non correre a stringere la mano al rettore D’Amico in tutte le manifestazioni dell’università.

  6. Amen   30 novembre 2017 at 6:19

    Sto con Pasquino. Ci sono tutte le caratteristiche del buon giornalismo, ma il turpiloquio rovina tutto facendo scendere di livello.

  7. Anonimo   30 novembre 2017 at 18:36

    per capire chi è il Lucianetto basta conoscere chi gli ha conferito il Premio Borsellino. E mi viene da chiedermi: ma che peccato fece Paolo Borsellino?

  8. Fdg   1 dicembre 2017 at 15:02

    Se non erro è stato il mitico presidente dell’ente porco del gran sasso a conferire il premio a sto cazzone o sbaglio?

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