Nella foresta di Lama Bianca

Nella foresta di Lama Bianca

di Sergio Scacchia  – 

Ulula il vento tra le rocce e gli alberi della foresta. Le raffiche sbattono come vela di fiocco durante una strambata in mare aperto, cozzando contro le pietre della montagna Madre.

Sembra che questo luogo sia infestato dagli spiriti, ora che il cielo si è fatto cupo. Per fortuna che siamo quasi arrivati. Il tempo non promette niente di buono.

Eppure quando siamo partiti di buon’ora per camminare nel cuore della Riserva Naturale di Lama Bianca, c’era un sole sorto da poco che poteva ararti l’anima.

Una passeggiata in famiglia: moglie, figlia e Tequila, la nostra cagnetta. Un sogno. Qualcosa che da tempo non ci regalavamo.

Era, qualche ora fa, un mattino che regalava il colore senape tipico delle giornate esaltanti. Un momento autunnale bellissimo, con pietre miste a prateria verde marrone e piccoli fiori gialli che sembravano accarezzare le pedule, accesi come tenui abat-jour nella prima luce.

A guardalo ora questo cielo color cenere, incute timore. E il vento diventa sempre più robusto. Guardo il GPS e so che, con quell’attrezzo infernale, possiamo venirne sempre a capo. Siamo vicini alla meta e poi, mi dico, anche col nostro fuori pista per far prima, potremmo camminare a occhi chiusi che arriviamo ugualmente.

La nostra cagnetta sta avanti e sembra conoscere benissimo il bosco, come se ci fosse nata. Ogni tanto si ferma, diavolo di un beagle, si gira verso di noi a rassicurarci, poi riparte come razzo, dopo essersi strofinato in mezzo ai cumuli di foglie morte a terra. Si diverte da morire, è molto chiaro. Lo releghiamo in un appartamento ma la sua vita è qui, in mezzo ai boschi.

Questa foresta è splendida. L’autunno le regala colori indescrivibili. Il toponimo “Lama” significa roccia scoscesa e “bianca”, per il colore del calcare che la compone.

Solo chi è devoto come nessun altro alla pietra, ai baratri, al marrone misto a verde, può capirmi e io non mi stanco mai di dirlo: a pochi chilometri da noi c’è sempre uno scenario fiabesco popolato da bonsai naturali, piccole grotte antropomorfe scolpite nella roccia, pareti di gole che sembrano un groviera che non si riesce a capire come si tengano su.

E in mezzo a questa natura sublime, vicina e accessibile, si vive un’atmosfera surreale, si gode di un paesaggio al limite del sogno e della leggenda.

Il bosco si apre improvvisamente, regalando una vista inenarrabile: in lontananza si scorge il mitico Corno Grande del Gran Sasso. Poi sotto, lungo la valle, s’intuisce l’incavo dove giace Sant’Eufemia con la sua parrocchiale in pietra di San Bartolomeo, posto noto per la sua produzione casearia e per il famoso pane.

Ancora più vicino, si scorge il suggestivo borgo di Roccacaramanico, arroccato su di un contrafforte del monte Morrone, dietro il quale ci sono Pacentro e la Peligna Sulmona.

Il villaggio è in ristrutturazione completa. Fino a qualche anno fa l’abbandono era terribile. Oggi un signore, che conosce bene il suo mestiere, sta rimettendo in piedi tutte le case. Sono ormai lontani i tempi in cui il paese era presidiato tutto l’anno da un unico abitante che si faceva chiamare “lu sintache”, il sindaco, baluardo dello spopolamento causato dalla feroce emigrazione oltre oceano.

Di case diroccate oggi ce ne sono poche e le abitazioni rimesse su, con garbo e attenzione all’ambiente, si riaprono in estate.

La bellezza di quest’area ai piedi della Majella, immersa com’è nel folto di densissime faggete, intervallate da radure e praterie, da cui svettano ripidi pareti rocciose, è qualcosa che strugge l’anima. Ti fa sentire in pace col mondo!

La Riserva è nata nel 1987, gestita severamente dal Corpo Forestale e arriva fin sotto i 2795 metri del monte Amaro, vetta più alta del parco.

Noi siamo nella parte bassa tra i 1000 e i 1400 metri, tra pendenze poco accentuate. La Riserva si visita bene, grazie a un reticolato di sentieri comodi, alcuni dei quali attrezzati anche per accogliere i portatori di handicap. E ovunque ci sono panche e tavoli per picnic con aree attrezzate per i barbecue.

Insomma una meta ideale per tranquille giornate di famiglia. Eppure non dimentichiamoci che salendo di quota, tutti gli appassionati di wilderness trovano delle straordinarie emergenze faunistiche: orsi bruni, camosci, astori. E non mancano piante importanti e protette come genziane e pirolette.

Lontano solo poche curve, si trova l’ampia sella del Passo San Leonardo, piccola stazione per sport invernali, che degrada verso Campo di Giove, con le sue infinite praterie e le vedute della Majella a est e del Morrone a ovest.

Ricordo che quando decisi per la prima volta di cimentarmi in un’escursione, i miei compagni di cammino mi portarono proprio su questi monti della provincia pescarese. Fu una settimana di camminate indimenticabili.

Da lì nacque in me la voglia di esplorare questo pezzo di Abruzzo, con la stessa passione (e le dovute differenze) che ha impiegato Reinhold Messner a salire le vette degli ottomila.

Il profilo semplice di queste due montagne gemelle, una di fronte all’altra, mi ha affascinato da sempre. Le cime verso il cielo gareggiano in bellezza.

Certo, a quei tempi saltellavo fra le rocce, agile e veloce come gazzella che si stentava a starmi dietro, beata gioventù! Oggi sono davvero imbolsito dall’età e dalla sedentarietà.

Mia figlia mi incita a camminare e Tequila abbaia per conforto. Che bella la nostra Teki! Da quando l’abbiamo in casa è chiaro che il mondo riesce ancora ad esprimere una bellezza che si ignora, che non ha coscienza di sé e che puoi trovare anche, inaspettatamente, in un piccolo animale, come negli sguardi indifesi di un vecchietto o di un bimbo. Quella bellezza che è tipica dei puri di cuore.

Intanto, dalla piccola macchia del bosco spunta un tholos, la tipica capanna agro pastorale in pietra a secco. Mentre la mia cagnetta, dopo aver abbaiato di soddisfazione, la fa diventare cuccia da riposo, ci fermiamo per un panino. Mia moglie e mia figlia divorano il cibo, questo è il momento giusto per ripensare alla mia giovinezza.

Ho scoperto, proprio tra questi dirupi, il fascino infinito della presenza antica degli uomini, ho capito quanto sia bello cercare tra le rocce, le minime tracce di un passato a volte anche buio. E ho amato infinitamente le caverne case degli uomini primitivi, i resti dei piccoli templi paleocristiani, i romitori, le caciare, i classici rifugi di pastori e briganti, i tanti eremi che hanno ospitato asceti in fuga dal mondo.

Di questi, ricordo quello dedicato a San Giovanni che si raggiunge da Decontra, sobborgo di Caramanico, nella valle Giumentina. È tra i più gettonati per la sua spettacolarità e le storie incredibili. Il buco dove si pregava senza posa, si trova su di un’impervia parete. Un posto che oggi devi guadagnarti camminando a lungo.

Per raggiungere Lama Bianca:

Si esce da Caramanico, direzione Sant’Eufemia. Lungo la statale si incontra il bivio per Roccacaramanico. Qualche chilometro più avanti si gira a sinistra con l’indicazione per “Lama Bianca”. Una comoda strada asfaltata attraversa la Riserva fino al piccolo piazzale denominato Rava del Ferro. Qui si lascia l’auto e si cammina.

Per info e materiale illustrativo, contattare il Comando Corpo Forestale dello Stato che si trova presso il Museo “P.Barrasso” di Caramanico. Telefoni 085922084- 085920127.

Per chi vuol tornare a Sant’Eufemia per gustare i prodotti dei due caseifici Del Mastro e De Sanctis, fiordilatte, scamorze, burro, ricordo che si può far picnic. C’è il “Boschetto”, funzionale area verde nel cuore del borgo.

Per mangiar bene e spender poco molti sono i ristoranti e trattorie: per me, si potrebbe andare alla Collina del Cavaliere della famiglia Fiore, appena fuori Caramanico, sulla vecchia strada del cimitero.

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