Amatrice un anno dopo: Senza fissa dimora

Amatrice un anno dopo: Senza fissa dimora

di Sergio Scacchia  – 

Devo provare a rimettere in ordine le emozioni. È come se sfiatasse, improvviso, un geyser, dirompente e bruciante. Terribile guardare la casa completamente piegata verso sinistra, quasi come se un gigante cattivo l’abbia presa e rivoltata a guisa di calzino. Sta di fianco al parcheggio delle auto e non puoi evitare di guardarla.

È il primo biglietto da visita per chi arriva ad Amatrice. Per la verità c’è anche l’antico complesso scolastico, alle porte del borgo, con i tetti scoperchiati a fare da preludio all’apocalisse.

Vedo una sola manciata di piccole case di legno. Soprattutto vedo l’enorme cumulo di macerie. Non avevano promesso tempi celeri?

Ripenso alla Parola di Dio, l’unica forza in grado di diradare per un attimo le nebbie: “Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Luca 9,58).

Gesù è in mezzo al popolo di Amatrice, anche Lui è senza dimora. Non ha case per mangiare e ha bisogno di inviti questa povera gente. Soprattutto avrebbe bisogno di certezze e coerenza.

È sempre così per chi entra nel vortice della sofferenza. Anche il Cristo da morto ha dovuto accontentarsi del sepolcro di qualcun altro. Poco consola che se non hai più casa quaggiù, ce n’avrai cento, resistenti ai sisma di ogni magnitudo, lassù in cielo.

Si fa festa, nonostante tutto. È un anno dal terremoto, diamine! La banda suona ed è come una speranza che si fa largo nella disperazione. Passa in mezzo al nugolo dei “turisti del disastro”, quelli che trascorrono la domenica a far foto eclatanti da postare sui social e dire “io c’ero”.

Dietro i musicanti c’è la flotta di bambini festosi. Ricordano quelli del famoso brano di Mina del 1967, il bellissimo testo di Antonio Amurri che celebra la banda di paese come antidoto alla tristezza: “Una ragazza triste sorrise all’amor ed una rosa che era chiusa sbocciò, quando la banda passò… un uomo serio il suo cappello in aria lanciò… e in ogni cuore la speranza spuntò”.

E come accade nella canzone, la povera gente marcia felice dietro rullanti, tromboni, oboe. Molti si riversano nei giardinetti adiacenti alla zona rossa che oggi è resa ancora più rossa dalla vergogna. Il piccolo ma inedito monumento bronzeo alla cagnetta che morì cercando di salvare vite umane da sotto le pietre, testimonia, seppur ce ne fosse bisogno, che gli animali sono uomini e gli uomini viceversa.

Un immenso plastico rappresenta il parco nazionale Gran Sasso e monti della Laga e tutti si fermano a rimirare, in miniatura, monumenti mitici come Rocca Calascio, il castello dell’Aquila e gli animali simbolo come l’orso, il lupo, il camoscio. I bambini giocano e ridono.

Le inferriate che dividono la zona praticabile dall’inizio della catastrofe sono come un assurdo balcone sul dramma, dove tutti si riversano per i loro scatti improbi. I militari sorvegliano che nessuno entri nella zona off limits. E pensare che l’amministrazione comunale ha messo opportunamente e ovunque cartelli con scritto: “No selfie”! E chi li vede? Si, è proprio necessario provare a rimettere in ordine le emozioni.

Difficile però parlare di speranza qui ad Amatrice. La gigantesca distesa di macerie che è l’ormai distrutto centro antico, dà l’idea precisa dell’immane tragedia.

Quando più di un anno fa il famoso sindaco Pirozzi, il brav’uomo che abbiamo imparato ad apprezzare, disse, con voce rotta dalla tristezza al telefono di Rai News: “Amatrice non c’è più”, forse non pensava che, a distanza di più di un anno non ci sarebbe stata neanche oggi e forse non ci sarà più neanche quando sarà ricostruita.

L’Amatrice che tutti conoscevamo, che frequentavamo la domenica per passeggiate in montagna e gustose spaghettate, non sarà mai più come prima.

Forse i tempi biblici della “falsa politica del fare”, prima o poi partorirà una piazza, case vere, rinascerà una nuova situazione urbanistica e architettonica, ma nessuno restituirà a questa povera gente la loro storia spazzata via, le pietre secolari che qui erano di casa, i tanti morti che non torneranno, ovvio.

Esistono progetti, studi, plastici, dicono che presto ci sarà una nuova piazza lì dove è rimasto il mozzicone di torre campanaria, ultimo baluardo di resistenza alle scosse, ma nulla sarà più come prima.

Lo sanno tutti, lo sanno i tenaci abitanti, fanno finta di non saperlo quelli della politica. Intanto l’ottanta per cento dei ruderi sono ancora lì in cattiva mostra a testimoniare la fiacchezza burocratica del dopo. Ogni tanto arriva qualche casetta e molti sperano di aver fortuna nel bingo delle assegnazioni.

È lo scandalo tutto italiano che balza agli occhi e che accomuna questo sfortunato abitato montano ad altri centri più piccoli come Arquata e Pescara del Tronto, Accumuli, Castelluccio di Norcia, Preci, Visso, Ussita, i tanti, troppi paesi feriti a morte da un sisma spaventoso che ha cambiato, tragicamente, la geografia del centro Italia.

Non è una celebrazione si affrettano a dire i politici. A un anno di distanza vogliamo ribadire che Amatrice non verrà abbandonata. E Amatrice prova a crederci. Ha tanta fiducia nelle istituzioni. Si rifiuta quasi di chiedersi che fine hanno fatto i nostri due euro donati al cellulare.

D’altronde, non è forse vero che sono tornati i turisti e gli operatori commerciali hanno adesso la nuova Area Food dove scegliere tra diversi ristoranti e mangiare la famosa pasta col guanciale e pecorino, simbolo montanaro della fierezza di questa gente?

Io e i miei amici abbiamo prenotato posto al mitico Hotel Roma, d’altronde non sono loro i custodi della originaria ricetta della amatriciana? Ma altri possono scegliere tra varie cucine.

Il famoso Stefano Boeri ci ha messo l’anima e il cuore. Ha creato per questo popolo abbacchiato un sorta di piazza lignea, levigata, piena di vetrate che si aprono su scorci di inenarrabile bellezza, nel verde tranquillizzante dei monti della Laga: supermercati, ben otto ristoranti, due caffè, una pasticceria. Non lontano, c’è anche il Teatro Tenda, dove si proiettano cartoni animati e film e, sulla strada, bancarelle vendono di tutto. Una realtà dinamica, che dà l’idea della rinascita.

Ma è davvero tutt’oro quel che luccica?

Il patron del Roma mi riconosce. Quante volte con il Club Alpino Italiano abbiamo portato gruppi a mangiare e far festa dopo una bella escursione! E lui non mancava mai di raccontare barzellette al momento del caffè. Mi abbraccia. Gli dico: “Come va?”. Un sorriso amaro che vale più di mille parole. Poi mi dice che sì, siamo ancora qui, ancora colmi di sorpresa per un destino che ha distrutto e lasciato per terra la sua crudele firma. Mi guardo intorno, la gente vociante e festante che mangia spaghetti, agnello, prosciutto e gli dico che è bello che tanti aiutino a ripartire. Lui sembra masticare ma è un masticare amaro, e poi dice: “non serve a niente, c’è bisogno solo di pace”.

La bellezza di questi posti gioca a dadi con un destino crudele. Puoi perdere la mente dietro quelle case sventrate, quei tetti crollati.

L’estate è finita, ora aspettano l’inverno rigido e poi un’altra estate per capire se qualcosa accadrà. Resta una lacerante rassegnazione, un dolore insopprimibile, gli sguardi scossi, i volti muti di persone che sanno ormai bene cosa significhi essere in balia delle forze irrazionali della natura e delle bugie di chi comanda.

Mi viene in mente il Libro dell’Apocalisse: “L’Agnello aprì il sesto sigillo e vi fu un violento terremoto” (6,12). Qui di sigilli ne sono stati aperti a iosa.

Ho la voglia pazza di abbracciarli tutti questi superstiti di Amatrice, sostenerli con preghiere e incoraggiamenti per far sì che la vita riprenda normale, come se fosse possibile agganciarla a un chiodo perché non precipiti più.

E provare a dire: “Laudato sì mì Signore per sora Madre Terra la quale ne sustenta e governa”. Ho paura che la chiamerebbero matrigna!

ARRIVARE AD AMTARICE:

Da Ascoli Piceno o A14 Adriatica, uscita casello di S. Benedetto del Tronto. Seguire le indicazioni per Ascoli Piceno. Da Ascoli Piceno seguire la via Salaria in direzione Roma-Rieti fino al Km 136,400, bivio per Amatrice.

Da L’Aquila (prossimità casello L’Aquila Ovest della A24) si arriva ad Amatrice percorrendo la SS260 “Picente”. Lungo il tragitto si hanno chiare indicazioni per Amatrice.

Da Perugia o Terni, seguire le indicazioni per raggiungere Norcia, quindi proseguire in direzione Ascoli Piceno (si transita per il traforo Forca Canapine) e si ridiscende fino alla SS4 Salaria, in direzione Rieti-Roma fino al bivio per Amatrice al Km 136,400.

Da Roma o Rieti, Amatrice è raggiungibile percorrendo la SS4 Salaria. Al Km 132 si trova il bivio per Amatrice.

INFO: uff.turismo@comune.amatrice.rieti.it

2 Responses to "Amatrice un anno dopo: Senza fissa dimora"

  1. Amen   23 ottobre 2017 at 7:11

    “Ahi serva Italia di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province ma bordello…”.

  2. Anonimo   23 ottobre 2017 at 12:37

    Politici maledetti

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