Nella società dello spettacolo non è tutto Argento quello che luccica

Nella società dello spettacolo non è tutto Argento quello che luccica

di Paolo Ercolani  –

La nostra è una società malata e la sua malattia si chiama “spettacolo”. Nell’epoca in cui viviamo questa malattia si manifesta con un sintomo tanto evidente quanto inquietante: la finzione ha invaso la realtà fino a trasfigurarne i contorni. Producendo, in questo modo, un magma indistinto all’interno del quale diventa impossibile distinguere ciò che è vero da ciò che è falso, poiché verità e falsità si sono mescolate fino a produrre una grande rappresentazione dal cui palcoscenico risulta assente proprio la realtà.

Lo vediamo quando accadono dei fatti di cronaca sconvolgenti, che generano un dibattito schizofrenico e per nulla in grado di pervenire a un giudizio sensato.

Lo spettacolo, un po’ come avviene in televisione, richiede infatti la divisione netta in squadre di fanatici tifosi del bianco o del nero, della dannazione oppure della salvazione di questo o quell’altro personaggio. Santi, eroi ed onesti da una parte; diavoli, traditori della patria e fuorilegge dall’altra. Bisogna soltanto scegliere da che parte schierarsi e tale scelta è lasciata perfettamente libera.

Purché non si commetta l’unico peccato non ammesso dal sistema spettacolare: quello di usare la ragione, di applicare la categoria hegeliana della “distinzione” e rifiutare l’aut-aut del Bene e del Male, inceppando così il meccanismo della grande giostra.

Un meccanismo che ci vuole relegare al ruolo di fanatici tifosi di squadre contrapposte, perché in questo modo, mentre noi ci danniamo a parteggiare per i bianchi o per i neri, ci precluderemo da soli la possibilità di comprendere. Mentre saranno sempre e comunque altri a giocare effettivamente la partita. I grigi, che non a caso abitano quella zona grigia tenuta nascosta ai più, e dove invece risiedono gli elementi per comprendere effettivamente le questioni.

È un meccanismo che abbiamo visto anche in questi giorni, dopo che un influente produttore di Hollywood è stato accusato di aver costretto a rapporti sessuali svariate attrici, fra cui l’italiana Asia Argento, che ha ricordato gli episodi accaduti vent’anni fa.

Da qui è partito subito il coro dei tifosi fanatici: da una parte i “rabbiosi”, coloro che hanno vergognosamente apostrofato l’attrice italiana (fra essi molte donne), definendola una “troia” che ha fatto ciò che voleva pur di garantirsi parti importanti in diversi film (peraltro a fronte di una capacità attoriale su cui è lecito avanzare qualche perplessità).

Dall’altra i sacerdoti della facile morale, che hanno preso a pretesto questo episodio per denunciare la condizione di strumentalizzazione, subordinazione e violenza a cui sono costrette molte donne dagli uomini.

Ora, non v’è dubbio sul fatto che l’abitudine inveterata che molti uomini di potere hanno sempre avuto di farsi forza della loro posizione per richiedere alle donne (ma anche agli uomini) favori sessuali in cambio di un tornaconto, rappresenta una piaga umana e sociale che va combattuta in ogni sede e con tutte le forze a disposizione, compresa ovviamente quella giudiziaria.

Ma che si provi a far assurgere un’attrice, in questo caso Asia Argento, al ruolo di paladina delle donne che subiscono molestie dagli uomini, di potere o meno che siano, rappresenta una distorsione inaccettabile.

Innanzitutto perché l’attrice ha comunque ottenuto quello che, volente o nolente, rappresenta un imperativo categorico del mondo dello spettacolo: salire agli onori della cronaca e ottenere visibilità. Del resto, il teorico della società dello spettacolo (Guy Debord) aveva chiaramente spiegato come in essa “tutto ciò che è, appare, e tutto ciò che non è non appare”, insegnandoci come nello star system se smetti di apparire, quindi anche salendo alle luci della ribalta, ti trasformi in una stella spenta, già morta prima ancora di oscurarti del tutto.

L’impressione, piuttosto, è quella che Asia Argento (e con lei molte attrici che hanno denunciato l’evento con colpevole e ipocrita ritardo) abbia finito col prostituirsi una seconda volta, stavolta da “adulta” e in maniera più grave. Piegandosi sempre allo stesso sistema, quello in cui è risaputo che chi vuole beneficiare delle ricchezze prodotte dal mondo dello spettacolo deve scendere a compromessi spesso di natura anche fisica.

Ma la cosa più grave è che lo stesso sistema mediatico, che è un grande meccanismo finalizzato alla produzione di icone e, in ultima analisi, di profitti economici, stia provando a far passare coloro che ottengono la celebrità scendendo a compromessi come delle vittime ignare che assurgono al ruolo di emblema delle donne discriminate e sfruttate.

Ciò risulta altamente ingiusto e diseducativo nei confronti di quelle donne che, senza le luci della ribalta (e senza le ricchezze che ne derivano), subiscono nella quotidianità più oscurata e rimossa soprusi, violenze e discriminazioni senza avere a disposizione alcuna scelta, e senza poter disporre di un tornaconto che gonfia oltremodo la loro celebrità e il loro conto in banca.

Sono loro le vere vittime, come lo sono quelle attrici (e quegli attori) che non si sono piegati a compromessi e, perciò, hanno visto bloccata la propria carriera vedendosi scavalcati da persone magari meno talentuose e di sicuro più spregiudicate.

La lezione che se dovrebbe trarre è una soltanto: non è dal regno della finzione, da questa grande giostra che sempre più sta colonizzando ogni aspetto della nostra vita, che possiamo trarre lezioni che fungano da insegnamento o salvezza per la realtà.

La società dello spettacolo, malgrado le sue luci abbaglianti e suggestive, è il riassunto di tutto quello schifo da cui un’umanità sana ed equilibrata dovrebbe fare di tutto per liberarsi. Possibilmente senza alimentare nuove giostre e nuove finzioni.

Ma ormai ci siamo talmente assuefatti alle fiction che non sappiamo più distinguere il mondo reale da quello della finzione. Si tratta di un fenomeno generalizzato, ma che sorprende ancora di più quando colpisce la Sinistra radicale e alcuni movimenti più culturalmente strutturati, come quelli che gravitano attorno alla realtà complessa e multiforme del femminismo. Realtà che hanno o dovrebbero aver ben studiato il pensiero critico e, con esso, le finzioni insidiose che ci propina la grande giostra mediatica.

E proprio il caso del clamore, o piuttosto rumore, che sta montando attorno alla vicenda del produttore hollywoodiano e delle attrici molestate, lascia emergere tutta la pochezza, l’inettitudine e la distanza dal sentire popolare propri di una Sinistra radicale e di quella parte del femminismo che, non per nulla, si sono da molti anni ridotti alla marginalità e all’irrilevanza.

Non si tratta di difendere un uomo che ha abusato e plagiato (non stuprato, se vogliamo tutelare la somma gravità e l’orrore di un tale reato), e per questo andrà condannato. Non si tratta neppure di accusare Asia Argento (esercizio inutile, prima ancora che vergognoso), che fino a prova contraria è la vittima insieme a molte altre attrici.

Si tratta, piuttosto, di comprendere che non è dal mondo dello spettacolo che si possono attingere gli esempi morali su cui basare battaglie sacrosante come quella contro la violenza sulle donne.

Nessun popolo responsabile, ma dirò di più: nessuna donna equilibrata potrà mai riconoscere il proprio consenso a chi trasforma in un’icona un’attrice che si è sottomessa a compromessi pur di recitare una parte a Hollywood (salvo denunciare venti anni dopo, quando il produttore è già caduto in disgrazia, conquistando nuova visibilità, che è linfa vitale per chi fa l’attore).

Perché nella vita reale troppe donne sono costrette a subire ricatti (diversi dai compromessi) senza che vi sia alcuna parte da recitare o “premio” in cambio.

Quando la realtà non trova niente di meglio da fare che trarre ispirazione ed eroine dal mondo della finzione, significa che si è di fronte a un tempo sciagurato e corrotto.

E quando una certa Sinistra non trova niente di meglio da fare che ispirarsi a icone ricche, privilegiate, famose e promiscue, per condurre le proprie battaglie pur sacrosante, quella stessa certa Sinistra si condanna a perdere la connessione con il popolo. Spianando la strada alla Destra più becera e misogina.

Sbagliare la scelta dell’arma, ti può far perdere anche la battaglia più nobile e giusta. Senza contare che, volendo assumere un’ottica pedagogica e formativa (che non guasterebbe in una buona politica), per educare le nostre figlie a un’identità forte, coerente ed esemplare, io preferirei portare ad esempio la blogger recentemente uccisa dalla mafia (Daphne Caruana Galizia), che non la signora Asia Argento.

Indovinate un po’ quale delle due è sotto le luci della ribalta, e quale è piombata nella notte della dimenticanza?

Il filosofo Paolo Ercolani

7 Responses to "Nella società dello spettacolo non è tutto Argento quello che luccica"

  1. Anonimo   20 ottobre 2017 at 11:55

    eh già…

  2. Anonimo   20 ottobre 2017 at 16:00

    Il puttanizio……………………………

  3. ALBATROS   20 ottobre 2017 at 22:27

    M è quello che vuole il «popolo»…il pettegolezzo, le dicerie, il vouyerismo…….come si spiegherebbe, altrimenti, il “successo” (ma poi sarà vero?) di certe trasmissioni, tipo il “Grande Fratello”!!!! Siamo hai livelli infimi di cultura!…..Poi ci lamentiamo se votano la sinistra!….Che da tale «brodo» trae profitto!……e, anche, il populismo!!!! Purtoppo non ne usciamo. La tecnologia, per la prima volta nella storia, sta invonveldo, in modo disastroso, la cultura (salvo pochi – troppo pochi – casi)…..tutti tesi a farsi selfies, foto audaci, eventi sciapi……ma fanno, appunto, “SPETTACOLO” !!!!!!!!

  4. ALBATROS   20 ottobre 2017 at 22:28

    Anche io…non sono un granchè i cultura……mi è “scappato” un hai al posto di ai……chiedo scusa!!!!

  5. Alessandro   20 ottobre 2017 at 23:46

    “realtà complesse e multiformi del femminismo che hanno o dovrebbero aver ben studiato il pensiero critico e, con esso, le finzioni insidiose che ci propina la grande giostra mediatica”… non le stai sopravvaltando un po’?

  6. Ernesto Albanello   22 ottobre 2017 at 12:48

    Daphne Caruana Galizia come la Politoskaya e come altre intrepide giornaliste d’inchiesta, ma potremmo citare Milena Gabanelli ad altre donne che non percorrono il “doppio binario”, nel senso che individuano la propria dimensione di interpreti della rettitudine ed operano per sempre meglio tracciare quella linea di demarcazione che aiuta a discernere il giusto dall’ingiusto.
    Le donne, quando non vanno alla rincorsa affannosa della visibilità, ma antepongono l’obiettivo di spendersi per concorrere alla costruzione di una società in cui a rifulgere sono i meriti conquistati ed i talenti posseduti, riescono a scrivere pagine memorabili!

  7. Giusva   23 ottobre 2017 at 11:14

    Con una verbosità tanto inutile quanto vuota sta dicendo la stessa cosa di Feltri… minimizza: “Che sarà mai una leccatina in fondo… la signora se l’è cercata e adesso non rompesse i coglioni”. Un maschilista travestito da filosofo che infila una serie impressionante di luoghi comuni. Come stiamo messi male, come state messi male…

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