Il Piccolo Francesco: Il Cantico della vita

Il Piccolo Francesco: Il Cantico della vita

di Sergio Scacchia  –

Altissimu, onnipotente, bon Signore,

tue so le laude, la gloria, l’honore et onne benedictione,

ad te solo, Altissimo, se konfano

et nullu homo ene dignu Te mentovare…

Lo so, carissimi, è sconfortante pensare che ogni giorno un pezzo di memoria ci abbandona.

Io, poi, passo gran parte delle mie giornate a cercare gli occhiali, passo ore della notte a ricostruire quel malefico meccanismo mentale che, qualche giorno prima, mi ha fatto mettere da parte qualcosa di importante in un posto creduto familiare per ritrovarlo a colpo sicuro e che poi familiare non lo è al punto di non ricordarlo più.

Quando si perde la memoria è come nascere ogni mattina e ricominciare da capo.

Ti barcameni chiamando “caro amico” il collega di cui non ricordi il nome o esclami un “come va in famiglia?” alla cugina di cui non ricordi né il numero dei figli, tantomeno i nomi dei pargoli.

Purtroppo la memoria non è come la vista. Non ci sono occhiali per le amnesie, tantomeno metodi di allenamento per rigenerare ricordi, così come è possibile fare con un pneumatico senza battistrada.

Io me ne sono fatto una ragione. Rinuncio a pescare il ricordo giusto al momento giusto e lascio che quei ricordi stessi vadano e vengano a loro piacimento. Io poi li metto su carta!

Proprio pochi giorni fa, alla vigilia della festa di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia, ho ritrovato, cercando di mettere ordine tra le cose, il “piccolo Francesco”. Mancava all’appello da tanti anni.

Ah, è vero! Voi non sapete la storia del “piccolo Francesco”. È una statuina dipinta di vivaci colori, incollata grossolanamente su di una piccola base di gesso grigio che ritrae il Poverello d’Assisi. C’è anche il lupo ammansito dietro le spalle e davanti c’è un minuscolo lume.

Mi sono fatto una grassa risata. Ma come, Signore, mi sono detto, di certo fatico a ricordare le date, dove metto la roba, le barzellette che mi raccontano, le trame dei film, ma decisamente non posso dimenticare che il 4 di ottobre festeggiamo il mio protettore e santo: il serafico padre Francesco.

La statuina, dopo molti anni, ricompare proprio perché il Signore forse vuole ricordarmi che da buon francescano debbo impegnarmi di più per il servizio alla mia fraternità, alla mia famiglia e a tutti.

Quella statuina mi fu regalata dalla povera nonna Maddalena, forse la prima a inocularmi nel sangue la passione per San Francesco. Ricordo che nonno Salvatore faceva sempre della facile ironia sulla inutilità della devozione ai santi, alla Madonna, perfino a Gesù. Lui diceva che non esisteva nulla di ciò che non si vede e che, quando si chiudono gli occhi, è “l’ammen”, come la pronunciava, cioè tutto finisce.

La nonnina per evitare che le statuine volassero dal balcone, le nascondeva in mezzo alla biancheria, lì dove Salvatore non arrivava. Un pomeriggio che ricordo bene, Maddalena estrasse il piccolo Francesco tra i mutandoni del nonno e mi disse di tenere la statuina sempre con me per tutta la vita. Mi disse: “Nei momenti di tristezza accendi la piccola luce e vedrai che tutto passa”.

Poverina! Non immaginava che la vera luce da portare sempre con sé è quella di Gesù. Comunque, per anni quel regalo fu sul comodino della mia cameretta. San Francesco divenne il mio interlocutore, il mio confidente. Quella lucina, accesa per qualche minuto prima di addormentarmi, mi rallegrava.

A suo modo la nonnina mi ha trasmesso la fede, con amore, aiutandomi a capire quale grande dono essa sia. E io le sono immensamente grato! La gratitudine, fratelli miei, è preziosa proprio come la vita stessa.

Oggi, convinto francescano e ministro del Terz’Ordine di Teramo, se dovessi scegliere un qualcosa da tramandare per altre migliaia di secoli, che possa raccontare Francesco d’Assisi, sicuramente opterei per il “Cantico di Frate Sole”.

L’uomo che intona questo stupendo canto alle creature non è affatto, come molti credono, un ammiratore entusiasta ed estasiato della natura. Non è certamente un individuo che si mette a contemplare serenamente e felicemente la creazione.

Il serafico Padre è un semi cieco prostrato dal dolore, canta le lodi delle creature ma è come stesse ardendo in una fornace. Il suo canto, però, sgorga spontaneo quasi come terapia di un dramma personale del santo assisiate che, attraverso la bellezza della creazione, pare riuscire ad assopire la sua tremenda angoscia, il suo dolore fisico e spirituale.

Quella che subisce è una terribile prostrazione che, nonostante la rassicurazione ricevuta dal Signore, gli attaglia corpo e anima. Quell’universo che Francesco mirabilmente descrive a cielo aperto, è armonia, ordine, luce, colore, gioia. Esso è fecondo e pacificato. Le tenebre appaiono dissolte, vinte, le paure sembrano superate, anche quelle terribili della sofferenza e della morte.

La storia la conosciamo un pochino tutti: Era il 1224, Francesco giaceva ammalato su di un lettuccio del suo posto preferito, San Damiano, in quella chiesina un tempo diroccata dove circa vent’anni prima aveva ricevuto forte quel messaggio che gli aveva sconvolto la vita. Di lì a poco avrebbe travolto anche l’esistenza di Chiara, la pianticella del Poverello e delle sue sorelle di Povertà.

Francesco è immerso nel dolore lancinante, prostrato, ridotto ai minimi termini, eppure ha la forza di creare, attraverso il sicuro intervento dello Spirito Santo, la più bella composizione poetica del mondo. Un capolavoro così forte da penetrare tutto il creato e arrivare quasi a lambire l’ineffabilità di Dio.

Neanche il grande Salomone, quello del Cantico dei Cantici, nemmeno il poeta dei poeti, Dante Alighieri con la bellissima: “Vergine Madre figlia del tuo Figlio”, o San Bernardo con le sue preghiere a Maria, sono arrivati tanto in alto e così nel profondo.

Francesco è un piccolo uomo, smagrito da giorni e notti di dolore e di pena interiore. Il rumore dei topi, si narra nelle Fonti, animali anch’essi facenti parte di quel creato perfetto che lui canta, sotto quel pavimento di povere assi non lo fa riposare un attimo.

Dobbiamo pensare che anche quello splendido sole, prima creatura che porta il divino messaggio di luce, sia in grado di ferire i suoi occhi malati di tracoma, regalo non gradito del suo viaggio in Oriente. Pensate: Era andato lontano, senza ripensamenti, con sofferenza, per portare pace a uomini resi folli dalla guerra delle Crociate.

Lui ora non vede che ombre, ma ombre di luce accecante, abbagliante che lo feriscono nel profondo. Magari il frate ricorda con nostalgia i mattini di primavera quando attendeva che messer lo frate Sole irradiasse la santa valle tra Perugia e Assisi per ricevere la carezza di un dolce raggio. E adesso gli occhi soffrono a quella luce di Dio.

Eppure d’improvviso, accade l’incredibile! Ad un esterrefatto frate, Francesco detta un canto d’amore alla vita, a quel Dio Creatore che dona l’immenso, fino ad arrivare alla splendida quartina su sorella Morte…dalla quale nullo homo vivente po’ skappare…

Proprio vero! Non è possibile ingabbiare il vento dello Spirito. Lui soffia dove vuole e quella mattina ha soffiato fortissimo su quel misero omuncolo vestito di un saio logoro. Soffia forte su quegli occhi, persi nel buio, rossi che però, quasi chiusi stanno incredibilmente penetrando il mistero dell’universo.

La gioia francescana supera l’amarezza, il dolore, la certezza che la morte è vicina. Non si tratta di leggerezza incosciente, ma dell’inimitabile timbro francescano della serenità.

Quel vento racconta di come un incommensurabile Dio si accosta alla piccolezza, alla inutilità dell’uomo, attraverso il suo regalo più bello: la vita delle creature tutte. Una vita che diventa immortale quando si riesce a perdonare per amore Suo.

Il Cantico di Francesco è un inno in lode al Creatore di tutto, certo, ma lo è anche per l’uomo, la creatura delle creature, quella fatta a “immagine e somiglianza” ma pur sempre creatura sorella di tutte le altre.

L’uomo certamente non è il padrone dell’universo. Uno solo è il Padrone di tutto! Ma dell’universo egli è il guardiano, il custode amorevole che alla fine dei tempi dovrà restituire tutto al Creatore.

E Francesco pare dire all’uomo di ogni tempo: godi della bellezza, della luce, dei sapori del mondo. Non trattarlo come il tuo balocco o come merce da vendere per profitto. La terra è di tutti, anche degli ultimi.

Il grande artista, il Signore ha fatto tutto nei laboratori dell’infinito: ha preso materia cosmica, si è seduto sullo sgabello dell’universo e con la polvere degli abissi ha creato il dono per noi.

Ecco l’ultimo desiderio di Francesco, mentre da poco abbiamo finito di festeggiarlo: che gli uomini imparino a leggere il libro del cielo.

Si raccomanda sempre di non stare con la testa fra le nuvole. Beati coloro che leggono nelle nubi come in un romanzo.

2 Responses to "Il Piccolo Francesco: Il Cantico della vita"

  1. Anonimo   8 ottobre 2017 at 14:32

    Grazie Sergio per le bellissime riflessioni sul nostro Serafico Padre Francesco! Giovanni, diacono

  2. Amen   9 ottobre 2017 at 8:03

    Da come scrive, dottor Scacchia, non mi sembra che stia perdendo la memoria. Quest’incubo della memoria che svanisce è molto comune tra le persone particolarmente intelligenti. L’ho notato osservando per anni mio padre e i suoi fratelli, ormai purtroppo tutti morti.

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