Una straordinaria famiglia Macbeth: Giacinto Palmarini e Melania Giglio

Una straordinaria famiglia Macbeth: Giacinto Palmarini e Melania Giglio

di Maria Cristina Marroni  –

“La vita non è che un’ombra che cammina,

un povero commediante che si pavoneggia e si agita,

sulla scena del mondo, per la sua ora, e poi non se ne parla più;

una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore,

che non significa nulla”.

William Shakespeare – Macbeth, Atto V, Scena V

Shakespeare si studia troppo poco e male. E a dirla tutta il teatro di prosa assume colpevolmente un rilievo marginale nel quadro della cultura contemporanea.

Eppure la forza dirompente della recitazione dal vivo scuote la coscienza come nessun altro edulcorato saprebbe fare (cinema, televisione, internet).

Riprova ne è il Macbeth shakespeariano messo in scena al Globe Theatre di Roma da Daniele Salvo, giovane regista e attore formato e plasmato dal mostro sacro Luca Ronconi, del quale ha ereditato molti pregi fra i quali una sontuosa visionarietà.

La protagonista della tragedia è Melania Giglio, attrice che non interpreta Lady Macbeth ma ne è fisicamente posseduta, e la sua voce sulla scena non si può descrivere altrimenti che parafrasando Bukowski: quella di un cane venuto dall’inferno.

La Giglio è letteralmente invasata e offre una prova attoriale che pugnala lo spettatore, lo avvolge, lo stravolge, lo spaventa, lo annichilisce, gli sbatte in faccia il seno, il ventre, la maschera, la bava, le unghie e il ruggito di Lady Macbeth, donna magnetica e terrifica che esce dalle pagine della tragedia per prendere vita e ghermire il pubblico con l’alito mefitico di chi dà corpo e anima alle ambizioni smodate, alla brama di potere e alla sete di ricchezze e di gloria.

La cultura occidentale è chiamata di continuo a fare i conti con Lady Macbeth, a guardarla in faccia, a leggere nei suoi occhi, a farsi risuonare le sue parole nelle orecchie, perché Lady rappresenta il peggio che è dentro di noi, il diavolo e la dannazione, la febbre insana del desiderio di arrivare e di possedere, la malia erotica del vizio, il sortilegio sensuale del piacere che viaggia congiunto alla cupidigia, alla megalomania e all’impazienza.

Macbeth è la tragedia che riscrive i contorni della notte, li cristallizza come un Balde Runner ante litteram, ne scandaglia i fondali in un viaggio dentro al nero più cupo e disperante.

C’è da avere paura dinanzi ad una messa in scena così potente. E infatti la paura è scorsa nelle vene di chi vi ha assistito serbandone un ricordo che difficilmente si lava via.

Macbeth è il maestoso Giacinto Palmarini, il teramano Giacinto Palmarini, maturo e magnifico da ergersi nell’empireo degli attori italiani e internazionali. Un artista cui spetta già un posto nella storia del teatro contemporaneo e che assieme a Melania Giglio ha rappresentato la famiglia Macbeth più demoniaca e plutonica alla quale abbia mai assistito.

Difficile essere più storditi e attoniti di fronte ad un simile spettacolo, tetro e agghiacciante, percorso da tuoni e da lampi, perennemente bagnato dalla pioggia e dal maligno, contaminato da ogni sordido vizio, contagiato dagli incubi, dall’avidità, da un’ansia lattiginosa e appiccicosa come la pece.

Quando si incontrano registi che non hanno paura di esagerare come Daniele Salvo, attrici che si lanciano senza paracadute nella vertigine del testo shakespeariano come Melania Giglio, attori che si fanno trafiggere dalla debolezza nel momento stesso in cui rappresentano il paradigma dell’eroismo in battaglia come Giacinto Palmarini, il risultato non può che essere grandioso e indimenticabile.

Che inesauribile fonte di verità il testo di Macbeth, che profonda e ineludibile tragedia umana, che stravolgimento dei sensi, che mutazione genetica dell’amore coniugale in egoismo coniugale, quale maligna ombra di felicità arma la mano assassina che si rivolge contro l’innocente per usurparne il posto.

I sogni di gloria marciscono nelle mani di Shakespeare e divengono un incubo punteggiato di streghe e di allucinazioni che emergono dal rifiuto della natura umana di piegarsi al male assoluto.

Una fiaba cupa e onirica che sembra invocare l’esorcismo per quanto Lady Macbeth si lascia trasportare nel gorgo della perdizione, latrando e dimenandosi nella sua possessione demoniaca che fa rivoltare le iridi dei bulbi oculari per occludere lo sguardo al pozzo senza fondo di una coscienza perduta.

I suoni sinistri e le musiche inquietanti accrescono l’atmosfera sanguinaria, le lotte e le spade che stridono metallicamente sul palco riproducono il gelo delle anime, in un succedersi serrato di avvenimenti sempre più angoscianti che lasciano emergere la nebbia che avvolge tutte le lotte di potere che si sono consumate in ogni tempo.

Tutte uguali a loro modo le congiure sanguinarie, tutti uguali i tradimenti, i familismi, le brame inconfessabili per il luccichio delle cariche pubbliche.

Il testo shakespeariano è incredibilmente politico e viene dipinto affinché lo spettatore possa misurare con i suoi occhi e le sue orecchie quanta miseria morale si annidi nel cuore dell’uomo, quanto nichilismo soggioghi le nostre esistenze, quanta follia si impadronisca delle nostre menti nella convinzione di perseguire più alti traguardi che non l’assoluzione dinanzi al tribunale della coscienza.

Macbeth ci parla, ci sussurra la verità e interroga la nostra società: quali effetti produce sugli uomini il richiamo del potere? Perché un guerriero nobile e coraggioso soccombe alle insidie di una moglie megera che lo acceca e lo induce a volgere la sua spada contro gli amici?

Il potere è il più potente degli afrodisiaci, capace di denudare l’uomo e di schiacciare la sua fragilità, capace di creare un giaciglio di insoddisfazione e di frustrazione sul quale è impossibile riposare.

E lentamente dal buio si alza il rimorso, pesante, pensantissimo, insostenibile. Il rimorso punge Macbeth, lo strapazza, lo sbatte come uno straccio sbattuto dal vento, e Giacinto lo fa suo con una maschera di sofferenza, con gli occhi fuori dalle orbite, con il sangue nelle mani, con una fatica fisica e mentale che sembra portarlo al venir meno dei sensi.

Che trionfo saper rappresentare plasticamente la sconfitta, saper trasmettere al pubblico che il destino è perdere, saper incarnare il male perché lo si è assimilato e lo si riconosce come proprio, come un gene che ci appartiene e che può prendere le redini della nostra vita lanciandola in un burrone come fosse un palloncino sgonfio.

Macbeth è l’iconografia del successo di un uomo che ascende al vertice della società per i suoi valori di forza, di coraggio, di coerenza, di attaccamento alla patria. Ma proprio la vertigine dell’altezza segna il destino della caduta.

Melania Giglio è una manipolatrice formidabile, luminosa e buia come un ossimoro, carne e sangue di una passione incontenibile, moderna e nevrotica, folgorata dal fascino del potere più che da quello dell’amore, crudele serpente che mina alle fondamenta la virilità e la forza fisica del suo uomo, ambigua come Eva e affascinante come un diamante nero.

Macbeth è anche la tragedia delle contraddizioni, dell’eterna lotta fra il bene e il male, dell’ambizione divorante, della foia del predominio, della volontà soverchiante e soverchiata.

L’uomo “non significa nulla”, la vita “non significa nulla”, il senso dell’esistenza semplicemente non c’è perché Dio non esiste e l’anima è una fatua invenzione.

Macbeth è the dark side of the moon, l’oscurità che si annida in ognuno di noi e che può inghiottirci in qualsiasi momento.

2 Responses to "Una straordinaria famiglia Macbeth: Giacinto Palmarini e Melania Giglio"

  1. Giglio magico   4 ottobre 2017 at 18:14

    Uno spettacolo che ti strega

  2. Claudio   4 ottobre 2017 at 20:13

    Giacinto Pamarini è un vero orgoglio per la città di Teramo.

Leave a Reply

Il Fatto Teramano è l'unico sito che ti permette di commentare senza registrazione ed in forma totalmente anonima. Sta a te decidere se includere le tue generalità o meno. Nel momento in cui pubblichi il tuo commento dichiari di aver preso visione del nostro disclaimer e di accettarne le regole. Per inviare il tuo commento aiuta il sito a verificare la tua esistenza trascinando un'icona secondo le indicazioni e clicca su Commento all'articolo.

 

Your email address will not be published.