Grazie del niente! Reportage nell’inferno di Campotosto

Grazie del niente! Reportage nell’inferno di Campotosto

di Sergio Scacchia  –

Secondi interminabili. La terra trema per un tempo che pare infinito, un’eternità di smarrimento, attesa, terrore e distruzione. Emozioni che non si possono spegnere. Il senso sconfinato di una perdita che non potrà mai essere sanata. Perdita di persone, di case, di lavoro, di luoghi: perdita di identità.

E io sono qui nel mio nulla a cercare di documentare semplicemente la realtà, domandandomi: “Perché loro? Perché non io?”.

Si passa troppo velocemente dal paradiso di un luogo, il lago di Campotosto, uno dei posti più belli dell’intero Abruzzo, meta verde della regione dei parchi, all’inferno senza fine, irreale, alla desolazione di paesi persi, intorno allo specchio d’acqua, di cumuli di macerie che non sono solo fisici con le mura crollate, ma anche e soprattutto macerie dell’anima.

Se c’è una cosa che quei poveri resti, quei monconi di mura vogliono insegnare, è la precarietà dell’esistenza. A dirla tutta, quei silenzi di pietra urlano alla stupidaggine dell’uomo, alla noncuranza di chi violenta la natura, vivendo di fatalismo, continuando a maramaldeggiare contro i suoi simili.

Dare voce alla speranza, al coraggio, all’impegno. A Campotosto ci provano. Il cartello di benvenuto al paese che non esiste è sbiadito, piegato, arrugginito e deforme. È lo specchio del posto. Ho lasciato il lago che è bello da far piangere, una commovente sorpresa sempre composta di colori e sfumature su di una tavolozza verde.

Qui, il paese è drammatico. Ti strappa il cuore. È vecchio come una nonna centenaria che, piegata su se stessa continua ad affacciarsi dalla finestra per controllare i nipotini. Non ce la fa neanche a chiamarli!

Davanti al bar container, in quella che era la piazza principale, dei tizi si lamentano: “Scrivete che pensano tutti alla povera Amatrice, ma lì un grande architetto, Boeri, ha costruito un villaggio del food e ora tanti ristoranti possono cucinare e fare turismo delle macerie. Qui, noi non abbiamo che qualche container e roulotte. La gente guarda le case crollate, impallidisce e poi se ne va, scuotendo la testa”.

Il caffè lo prendo mentre dalla minuscola finestrella guardo l’insegna del mitico “Barilotto”. Quanti pranzi favolosi in quella trattoria dove tutti arrivavano per mangiare il pesce d’acqua dolce.

L’aspetto del paese un tempo ricordava vagamente una piccola Svizzera. Tutto in ordine, tutto pulito. Oggi il maledetto sisma ha sconvolto uomini e natura. Gli scialli proteggono la testa delle donne chine alla fonte fuori il paese per rifornirsi di acqua. Gli occhi paiono attenti a captare qualsiasi movimento intorno. Il contadino continua, nonostante ciò che è accaduto, a zappare il suo piccolo campo di patate.

I tuberi di questo che un tempo era il Piano di Mascioni, fatto non di acqua ma d’infiniti campi orizzontali a perdita d’occhio e di bestiame al pascolo brado, erano una delle specialità italiane con cui si producevano gnocchi da re.

Lungo la stretta via principale che sale gradatamente, un signore arranca con l’immancabile carriola. I sussulti della terra ferita hanno fatto andare perdute buona parte di preziose testimonianze di una civiltà agraria e montanara colta e di fede, con tante piccole chiese che hanno subito crolli improvvidi. Dicono che da queste parti sia installata più di una stazione d’ascolto con tanto di sismografi. Il terremoto fa paura per la diga. Evidentemente, il dispiego di mezzi ultra moderni servono a ben poco.

Stessa sorte il sisma ha decretato per i residenti di Capitignano, i trecento di Montereale, di Barete e quelli che si trovano di sotto, nel borgo di Ortolano, lungo la valle del fiume Vomano, lì dove l’Abruzzo teramano si lega a quello aquilano.

Parla con un filo di voce anche un altro grande vecchio, Mario, alle porte del paese. Parla a voce bassa, di un futuro che non c’è, sgretolato non dal tempo che per lui significa quasi novanta primavere, ma da un sisma d’inaudita intensità. Anche adesso che le scosse sono meno frequenti, la terra, unitamente al lago, ai monti, sembra soffrire e risuonare di voci dolenti.

Campotosto continua a vivere la sua vita, apparentemente senza curarsi di un invaso artificiale, il più grande d’Europa, con i suoi milioni di metri cubi di acqua messi sotto pressione da uno stillicidio di eventi tellurici che pongono in serio pericolo tutti i paesi intorno, da Poggio Cancelli a Mopolino, fin giù nell’amatriciano.

Neanche i comuni teramani che insistono lungo la vallata, fino a Montorio, porta del Parco, possono dormire sonni tranquilli con questo terremoto che ogni tanto torna a farsi sentire, eccome. Qui è da piangere! C’è un misero negozio di abbigliamento e merceria, dentro una roulotte. Un minuscolo camper ospita una salsamenteria.

C’è anche, udite, udite, una farmacia, cosa volere di più? E allora, perché quelle scritte sui muri fatiscenti? “Il paese muto!”, “Il cratere dimenticato”, “Grazie del niente”. Certo, penseranno i mestieranti della politica, cosa cerca questa manciata di montanari? Occorre tempo, occorrono soldi!

Per i tenaci abitanti di Campotosto la strada è tremendamente in salita. Quelle scritte dicono tutto dell’amarezza, del senso di impotenza di chi ha perso la vita se non fisica, di certo spirituale. Eppure sotto la valle, il lago pare idilliaco, tra verde e acque blu, con le piccole chiazze di bianco delle pecore che beatamente pascolano a riva.

A Campotosto, Poggio Cancelli, Mascioni, l’intera piana di Montereale, è unica immensa tragedia. È un martirio dell’anima. Qualcuno, ai piani alti di questa vita, ha dimenticato le promesse di interventi immediati. Qualcuno ha giurato davanti alle telecamere: “Non vi lasceremo soli”. Ora lo stanno ripetendo anche a Ischia.

Ma quei “qualcuno” non hanno capito o fanno finta di non capire la portata del dramma. Non sanno cosa significhi non avere più storia, perdere tutto, compreso i ricordi. Non percepiscono fino in fondo cosa significhi davvero muoversi in uno spazio che non è più tuo, sempre maledettamente uguale a se stesso. È un viaggio di vita che non è più fisico ma mentale, perché è proprio la mente l’unica assurda via di fuga dall’orrore delle macerie.

Domina tutto non quella meravigliosa vista sul placido lago e sui lussureggianti monti della Laga che incombono sulle acque. No, dominano invece assenza e privazione. Assenza di amici persi nei crolli o fuggiti per non più tornare, ma anche assenza di uno Stato ingrato, dalle promesse di marinaio. E, poi, privazione dei beni più scontati e primari.

Mi torna alla mente un romanzo di Egisto Corradi, un ufficiale della divisione alpini Julia e giornalista, un saggio autobiografico di guerra al fronte orientale dal titolo: “La ritirata di Russia”. Lui scrive: “Nella sacca in cui il nemico li aveva rinchiusi, il tempo non esisteva. Esistevano solo il buio e la luce”. Proprio così: il buio dei paesi muti e la luce di questa splendida natura che, in barba agli uomini e alle catastrofi, sopravvivrà sempre.

È il tramonto di una giornata importante. Eppure in me alberga tristezza. I colori delle poche case rimaste in piedi, colpite dai dardi del sole calante, fissano una fotografia che ha bisogno di ritocchi.

Questo era il paese della longevità. Anche i vecchi non ci sono più. Quei pochi rimasti, hanno una rabbia morale che avvelena i loro ultimi giorni. Facile immaginarli piegati nelle povere ossa, a grattare dentro le macerie per trovare una traccia di identità: una foto, un vecchio cappello, una pipa. Seduti sulle sedie, lungo la strada, osservano il tempo che passa e regalano un saluto stanco.

Come arrivare a Campotosto:

Per arrivare a Campotosto ho percorso la S.S.80, la famosa strada maestra del Parco da Teramo verso L’quila. Prima del bivio per il valico delle Capannelle, ho preso la provinciale per il lago. 

4 Responses to "Grazie del niente! Reportage nell’inferno di Campotosto"

  1. Assunta Perilli   17 settembre 2017 at 13:50

    ho pianto fino all ultima parola

  2. Anonimo   17 settembre 2017 at 22:09

    quello che non si comprende è che un importante centro come Campotosto, capoluogo dell’omonimo lago, ridotto in un cumulo di macerie, rappresenta un territorio che va a scomparire. Come Ortolano, la sua frazione, che da vivace borgo che costituiva un punto di ristoro per i camionisti, adesso è un gruppo di case fantasma. Che ne facciamo della bellissima Strada dei Parchi se ora si sta trasformando in un deserto?
    Tra non molto la vegetazione prenderà il sopravvento, l’uomo che per secoli ha sorvegliato e tutelato questi posti non ci sarà più ed allora zone incantevoli come la Val Chiarino saranno visitate da persone che non lasceranno un euro sul territorio! Occorre riunire le forze e smetterla ancora di parlare di parte aquilana e teramana del Gran Sasso per denunciare una inerzia verso la montagna abruzzese che è destinata a finire disabitata, per poi essere presa d.assalto dalla criminalità di ogni risma!

  3. Ernesto Albanello   17 settembre 2017 at 22:28

    quello che non si comprende è che un importante centro come Campotosto, capoluogo dell’omonimo lago, ridotto in un cumulo di macerie, rappresenta un territorio che va a scomparire. Come Ortolano, la sua frazione, che da vivace borgo che costituiva un punto di ristoro per i camionisti, adesso è un gruppo di case fantasma. Che ne facciamo della bellissima Strada dei Parchi se ora si sta trasformando in un deserto?
    Tra non molto la vegetazione prenderà il sopravvento, l’uomo che per secoli ha sorvegliato e tutelato questi posti non ci sarà più ed allora zone incantevoli come la Val Chiarino saranno visitate da persone che non lasceranno un euro sul territorio! Occorre riunire le forze e smetterla ancora di parlare di parte aquilana e teramana del Gran Sasso per denunciare una inerzia verso la montagna abruzzese che è destinata a finire disabitata, per poi essere presa d.assalto dalla criminalità di ogni risma!

  4. Goffredo Rotili   18 settembre 2017 at 15:54

    bisogna rivitalizzare e sviluppare la bellezza del LAGO

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