A bordo della Transiberiana d’Abruzzo

A bordo della Transiberiana d’Abruzzo

di Sergio Scacchia  –

L’atmosfera è di quelle allegre e distese, carica di entusiasmo e attese. La stazione ferroviaria di Sulmona, in questa calda domenica di agosto, è zeppa di gente in attesa dei vagoni d’altri tempi, del treno che hanno pomposamente battezzato come la “Transiberiana d’Abruzzo”.

Nome appropriato, mi dice un inserviente della stazione, se vedesse come si arrampica d’inverno tra cumuli di neve alti due metri! D’estate dev’essere tutto più semplice sicuramente!

Con i loro zainetti, adulti, ragazzi, vecchi e bambini, si apprestano a vivere una giornata in mezzo alla splendida natura del parco nazionale della Majella.

Il trenino d’epoca, dalla sgargiante livrea, porterà tutti nel paese di San Pietro Avellana, sospeso tra Abruzzo e Molise, per gustare le specialità gastronomiche della fiera del Tartufo.

Si viaggerà nel tempo in quella che era la linea ferroviaria che collegava l’Abruzzo con la Campania, tra paesaggi mozzafiato, dentro carrozze in stile liberty che s’inerpicano prodigiosamente su montagne e ponti sospesi.

Sono circa settanta chilometri di capolavoro dell’ingegneria ferroviaria quelli che portano fino ai 1268 metri di Quarto Santa Chiara, poco lontano da Roccaraso e la piana delle Cinque Miglia, nella seconda stazione ferroviaria più alta d’Italia, dopo quella imbattibile del Brennero (1370).

Confesso di essere un tantino emozionato. Frequento da tempo le montagne d’Abruzzo ma il percorso che compie il treno mi darà la possibilità di fotografare scorci inediti del Gran Sasso, del Morrone, la Majella, la vetta del Genzano, gustare la bellezza degli altopiani d’Abruzzo e dei caratteristici borghi appollaiati a nido d’aquila sulle pendici dei monti.

D’improvviso si alza un “oh oh” di soddisfazione. In lontananza si vede sbuffare la colorata locomotiva diesel con i vecchi vagoni. Nella prenotazione c’è stato assegnato posto nello scompartimento numero cinque.

Il capotreno mi accoglie con un “benvenuto a bordo” e un sorriso d’altri tempi, a trentadue denti con tanto di ponte. Deve aver notato la mia faccia stupita da tanta cortesia e mi dice: “Guardi, signore, che la gentilezza non ha età”. Magnifico! Occupo posto non prima di aver regalato la battuta cretina: “Mi scusi capo, ma lei non dovrebbe indossare il costume d’epoca dei vecchi capotreni?”. Sorriso di circostanza!

Il treno parte in perfetto orario, ore 8,30, fra un applauso generale. Le antiche carrozze trasudano anni. C’è anche una terza classe in uso fino alla metà degli anni ’50. La passerella intercomunicante per il passaggio dei viaggiatori e del personale da una carrozza all’altra, è di quella con mantici a soffietto. Oggi si usano i tubolari.

All’interno gli occhi si aprono su immagini di “preziosa decadenza”. Il nostro è uno scompartimento a minuscole cabine, dove il confort è un optional e i piedi faticano a stare distesi. Con un pizzico di fantasia puoi credere di stare davanti all’onorevole Trombetta, nel film indimenticabile di Totò.

Tutto maledettamente scomodo e deliziosamente accattivante. Qui tutti cercano lentezza. In un anno oltre sedicimila persone sono salite su queste vecchie carrozze con soddisfazione. Forse è per questo che l’Unesco sta provando a inserire i treni centenari nel Patrimonio dell’Umanità, come accaduto al famoso Bernina Express che collega Tirana in Lombardia con l’elvetica Saint Moritz.

Siamo comunque stretti come sardine in scatola. Potrebbe essere fastidioso intrecciare le gambe con gli altri, ma siamo in sei e, per fortuna, riempiamo lo spazio. Nessuno però si sogna di lamentarsi. Era quello che tutti cercavano.

Il vagone numero quattro, il precedente, non ha scompartimenti, è interamente in radica di noce e con dei fantastici lampadari in stile liberty. Sembra di essere dentro un omnibus o un tram anni quaranta: bimbi che urlano, mamme che chiacchierano, padri con gli immancabili smartphone a mandar foto agli amici per farli schiattare d’invidia.

I ragazzi dell’associazione “Le Rotaie” girano come forsennati tra i vagoni per assicurarsi che tutto proceda bene e che gli ospiti abbiano posto e confort. D’improvviso dal nulla si materializzano un “ddu botte”, tamburelli, chitarra e un piccolo bongo. La festa può iniziare tra un “vola, vola, vola”, “tutte le funtanelle se so seccate”, “o bella ciao”. Il canto di tutti squarcia il silenzio dei boschi. La prima delle molte gallerie arriva quasi come una liberazione dalle stonature.

Siamo in una nuova dimensione, catapultati in un tempo in cui la concezione del viaggio era totalmente diversa. Abbiamo la fantastica opportunità di scoprire luoghi nascosti nonostante tutto e carpirne l’essenza, con un altro ritmo che esclude la frenesia dell’oggi.

Il doppio colpo sui giunti del binario prende per fortuna il posto dei canti sguaiati e tutto diventa musica celestiale. Il treno sferraglia distribuendo piaceri antichi. L’alta velocità è lontana mille anni luce. È una vera contemplazione dell’ambiente! Boschi di faggi, altopiani erbosi, montagne, balle di fieno ovunque, vecchie casine abbandonate e paesi silenziosi. È un percorso della memoria.

Spesso mi affaccio dal finestrino a scattare foto. Il mondo appare più pulito, più bello, perfino più accogliente e questo nonostante gli odori di fieno e stallatico che impregnano l’aria. Come essere sospesi in un altrove che è antico.

Trovo emozionante guardare le gallerie. Le costruivano davvero con ingegno prodigioso. Oggi quei lavori non siamo capaci di realizzarli. Qui non ci sono terremoti o nevicate giganti che tengano! I viadotti in ferro e mattoni sono immortali!

A ogni chilometro passiamo le piccole abitazioni che un tempo erano occupate dai casellanti e le loro famiglie. Come i cantonieri nel territorio, questi uomini si preoccupavano di tenere ben puliti i binari, di abbassare manualmente le piccole sbarre, di fare quella preziosa seppur piccola manutenzione sia in inverno sia in estate del tratto di ferrovia loro assegnato.

Dopo panorami bellissimi, tra vedute di Introdacqua, Pacentro, Campo di Giove, ecco che arriviamo sul punto più alto, Palena. Il treno ferma quarantacinque minuti. Si può passeggiare sulla piana, mangiare le specialità vendute dalle donne del posto, frittelle, calzoni, panini con prosciutto, dolci fatti in casa o acquistare formaggi e tartufi.

Da qui in breve arriviamo poi a Roccaraso, lambendo Pescocostanzo e il bosco di S. Antonio. Ultima tappa a San Pietro Avellana in Molise.

Evitiamo come la peste il caos del paese in festa per la sagra del tartufo e andiamo a fare picnic nella bella Riserva della Biosfera, Montedimezzo, tutelata dall’Unesco e gestita egregiamente dal Corpo Forestale dello Stato.

Una giornata da incorniciare. Ci ripromettiamo di salire a bordo in dicembre per andare a visitare i fantastici presepi viventi a Rivisondoli e Carovilli, fotografando un mondo bianco!

Che bella idea non far morire quest’antica strada ferrata. In Italia esistono circa cinquemila percorsi ferroviari dimenticati, un patrimonio perfetto per rilanciare la tanto decantata “mobilità dolce”, dopo anni di delirio gommato, di strade piene di polveri sottili oltre i limiti consentiti. La ferrovia è un ostacolo alla crescita dissero, fuori di testa. Di colpo, percorsi belli e spettacolari divennero obsoleti.

Il Genio ferrovieri si mise in movimento, volarono bei soldoni dei contribuenti e nacquero nuove linee in collina. Montagne e mare con i loro percorsi ferrati meravigliosi rimasero orfani di vagoni. Oggi alcuni di essi rinascono a nuova vita! Un grazie all’associazione di giovani che cura l’organizzazione!

RAGGIUNGERE SULMONA

La stazione di Sulmona è situata fuori dal centro cittadino, in un piazzale posto ad una traversa di Viale della Stazione Centrale. Per raggiungerla in auto: uscita del casello A25 Pratola Peligna-Sulmona e entrare in città all’inizio del centro storico, dove sorgono la cattedrale di San Panfilo e la villa comunale. Da lì imboccare una piccola rotonda che conduce su un lungo rettilineo in leggera discesa, Viale della Stazione Centrale, da percorrere per circa 1,5 km.

Sulla sinistra troverete il piazzale della stazione, riconoscibile da una locomotiva museata al centro. Vi sono due parcheggi entrambi gratuiti, sia nel piazzale della stazione (lato sinistro), sia lungo Viale della Stazione Centrale, a circa 50 metri dalla stazione. L’altra metà del piazzale della stazione (lato destro) è riservato alla sosta temporanea, consigliamo quindi di parcheggiare la propria auto nei due parcheggi segnalati sopra e non in quest’ultimo!

CONSEGNA DEI BIGLIETTI

Ritrovo in stazione entro e non oltre le 08:00. Comunicare presso l’ufficio LeRotaie (ingresso atrio stazione, sulla sinistra) il proprio nominativo di riferimento della prenotazione per ricevere la busta con all’interno i biglietti che riportano ciascuno il numero del posto e della carrozza assegnati e i talloncini per il ritiro dei cestini picnic (qualora prenotati).

La numerazione delle carrozze è riconoscibile all’esterno del treno dai cartoncini bianchi e rossi affissi alle estremità di ciascuna carrozza, con numeri progressivi da 1 a 5. Il numero in colorazione gialla sulle carrozze corrisponde invece alla vecchia classificazione tra 2^ e 3^ classe.

All’interno delle carrozze ogni posto è numerato con apposite targhette corrispondenti al numero indicato sul biglietto, per cui ogni posto è personale.

Al centro di ogni carrozza sono disponibili i servizi igienici.

Le Rotaie è una associazione culturale ferroamatoriale senza scopo di lucro, convenzionata con la Fondazione FS Italiane. Tutti i volontari partecipanti alle giornate del treno storico prestano la propria opera a titolo gratuito.

ASSOCIAZIONE LE ROTAIE

www.lerotaie.com

Twitter / Facebook: LeRotaie

prenotazioni@lerotaie.com

3400906221 – (dal lunedì al venerdì – ore 10/13 e 16/19)

One Response to "A bordo della Transiberiana d’Abruzzo"

  1. Gennaro Castiglione   27 agosto 2017 at 12:29

    Patrimonio dell’Umanità!

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