Scandalo al sole: il quotidiano Il Centro “scudiscia” il governatore Luciano D’Alfonso

Scandalo al sole: il quotidiano Il Centro “scudiscia” il governatore Luciano D’Alfonso

di Christian Francia  –

DAlfy - Vi ho salvato da Ombrina, sono un eroe
Il bagnino Luciano D’Alfonso ha salvato l’Abruzzo dall’annegamento

Qualcuno prima o poi riuscirà a spiegarmi il fenomeno delle gratuite affettuosità giornalistiche nei confronti dei politici in carica. Capitano sovente, ma questa volta mi riferisco in particolare a quello che Andy Warhol avrebbe definito un blowjob nei confronti dell’insuperabile stupratore della legalità conosciuto con il nome di Luciano D’Alfonso (io non oserei essere così volgare, anche perché difetto di caratura artistica).

Qualcuno più smaliziato di me potrebbe insinuare che i nuovi editori de Il Centro siano imprenditori nel campo della sanità privata, settore di cui il governatore dell’Abruzzo è innamoratissimo, ma sarebbe una maldicenza cui non sono avvezzo (vedasi il punto 7).

Chiedo dunque pubblicamente al direttore del quotidiano Il Centro il motivo – apparentemente inspiegabile – in ragione del quale domenica scorsa, invece di affilare le armi giornalistiche per un’intervista succosissima dove chiedere conto delle panzane, delle promesse non mantenute, degli scempi giuridico-amministrativi commessi dalla Regione Abruzzo nei tre anni e tre mesi trascorsi della presente legislatura, quattro giornalisti de Il Centro abbiano deciso di indossare guanti felpati, lingue felpate e ugole felpate per mettere a suo agio il più grande bugiardo e incapace che la nostra Regione ricordi dal 1970 ad oggi (cioè da quando è nato l’Ente Regione).

Credo che tale accondiscendenza (e uso il sostantivo in senso largamente eufemistico) sia direttamente collegata con la recentissima messa in cassa integrazione a zero ore senza rotazione per 24 mesi di ben 9 dipendenti del quotidiano (la proprietà aveva proposto addirittura 15 esuberi su 20 addetti).

Se qualcuno ancora ritenesse che i cittadini siano gonzi ai quali propinare qualunque porcheria, è bene che si ricreda perché non scorgo un solo motivo per il quale bisognerebbe spendere 1 euro e 20 centesimi al mattino per comprare un quotidiano che da mesi non compie alcuno sforzo per analizzare la realtà regionale e per fornire chiavi di lettura e/o spiegazioni di ciò che avviene in questa terra funestata dagli avvoltoi.

Eppure non ci sarebbe nemmeno bisogno di lambiccarsi molto, basterebbe copiare quello che scovano e pubblicano testate giornalistiche on-line come Primadanoi oppure Abruzzoweb, e magari cogliere gli spunti di qualche blog tipo maperò (che rappresenta l’unico vero bollettino ufficiale dell’Abruzzo).

Invece niente. E dire che dio solo sa quanto ci sia bisogno di un quotidiano autorevole e imparziale, preparato e curioso, che guidi l’opinione pubblica e sia in grado di formarla e informarla. Spero che i nuovi editori decidano di invertire la rotta di 180 gradi, perché altrimenti il futuro del giornalismo abruzzese dovrà fare a meno della cara e vecchia carta (di sicuro di quella de Il Centro).

Ciò premesso, allontanate i minori dal vostro terminale e continuate a leggere solo se siete maggiorenni.

Come dicevo domenica scorsa, 6 agosto 2017, è avvenuto un fatto di gravità inaudita, al quale incredibilmente non ha fatto seguito lamento alcuno, nemmeno dalle fila della minoranza regionale di centrodestra, nemmeno dalle fila della minoranza regionale dei grillini. Come se fosse tutto normale.

Eppure da questo singolo episodio – se analizzato con la lente di ingrandimento – si comprende tanto sul perché l’Abruzzo sia una realtà arretrata rispetto alle altre regioni italiane.

In una lunga intervista pubblicata a doppia pagina Luciano D’Alfonso è stato lasciato libero come un fringuello di sparare le sue consuete cazzate politiche, senza nemmeno un colpo di tosse ad indicare una malcelata contrarietà. Come due fidanzatini infoiati che non perdono occasione di limonare, il governatore e il sedicente “quotidiano dell’Abruzzo” hanno tubato come colombi suscitando lo sdegno di chi come me ha grande rispetto per la pornografia, ma non per quella politica.

Più che una semplice intervista, trattavasi anzi di un forum del quale vi sarebbe il filmato integrale trasmesso da Rete8, ma purtroppo il mio cuore non ha retto alla lettura della trascrizione sintetica e il mio medico curante mi ha vietato categoricamente la visione di un simile filmato che avrebbe avuto lo stesso effetto di una damigiana di latte di mandorla per un diabetico.

1) L’inizio sembrava quasi incoraggiante, con il ricordo della promessa elettorale di D’Alfonso nel 2014 di creare 100.000 occupati in più entro la fine della legislatura (cioè nel 2019), promessa farlocca in quanto nel 2016 il Pil abruzzese ha registrato un -0,2% a fronte del PIL complessivo del Sud che ha registrato un +1%.

Luciano ha risposto con una stucchevole fuffa politichese e la “certezza” che le cose miglioreranno in questo scorcio di 2017. Embè? A due terzi del mandato – avrebbero dovuto replicare i sedicenti giornalisti – Lei sta bucando la promessa più consistente del suo programma e gli elettori devono saperlo.

Invece timidamente gli hanno chiesto: “Ribadisce quei 100 mila posti di lavoro a fine legislatura?”. Che sarebbe come avergli chiesto se l’araba fenice nidificherà sul fiume Pescara.

D’Alfonso riparte per la tangente, senza ovviamente rispondere, conscio com’è che i palloni aerostatici che si lanciano in campagna elettorale sono destinati a perdersi nel cielo delle battute da cabaret. Leggete la risposta: “Come veniva fuori quella mia previsione? Se io porto in Abruzzo 2,5 miliardi di euro (…) si scatena una grande occasione di lavoro a tempo, con un rapporto in base al quale ogni 100 mila euro investiti valgono 1,5 posti di lavoro”.

Un giornalista alle prime armi avrebbe incalzato così: di “se” e di “ma” è lastricata la strada per l’inferno, caro governatore, quindi siccome quei 2,5 miliardi non si sono visti, la conclusione è che Lei abbia fallito. Inoltre Lei non sa nemmeno far di conto, perché la proporzione da Lei indicata di 1,5 posti di lavoro ogni 100.000 euro investiti, produce un totale di 37.500 posti di lavoro se proporzionata alla somma complessiva di 2,5 miliardi. Cioè un terzo rispetto ai 100.000 posti promessi. Lei è solo un venditore di pentole molto dozzinale.

2) Altra domanda da ridere quella sulla promessa “rivoluzione amministrativa” annunciata da Luciano. A che punto è oggi codesta rivoluzione?

Al pari di un ubriaco che stenti a camminare diritto, D’Alfonso ha risposto in maniera ossimorica: “la Regione ha avuto troppi dipendenti e ha subìto anche una esternalizzazione del lavoro, per esempio, per i centri di assistenza tecnica”.

Ohibò, avrebbe obiettato un giornalista, ma come è possibile avere un esubero di risorse umane e contemporaneamente esternalizzare delle attività? Sperpero doloso? Clientele? Incapacità politica? Oppure i dipendenti regionali sono un branco di coglioni incapaci di svolgere il loro lavoro? E se pure ci fossero dipendenti da riqualificare, da formare a nuove attività, come mai non si è proceduto alla formazione e all’aggiornamento del personale? Domande mai uscite dalla bocca, alle quali in ogni caso siamo certi che Luciano non avrebbe risposto.

Del resto, se i dipendenti regionali erano 1.700 e la dotazione ideale è stata quantificata da D’Alfonso stesso in 900, se ne deduce che da decenni paghiamo il doppio dei dipendenti necessari, con uno sperpero di quasi il 100% del fabbisogno reale, pari a decine di milioni di euro buttati nel cesso ogni anno. Mecojioni, avrebbe detto il filosofo! I cervelloni de Il Centro invece non hanno nemmeno alzato il sopracciglio.

Per soprammercato, D’Alfonso ha pure aggiunto che ogni dieci nuovi pensionati regionali verrà assunto un nuovo dipendente “con sistemi selettivi che producano innovazione”. Cosa vorrebbe dire in soldoni? Che i sistemi selettivi utilizzati finora non hanno funzionato (i concorsi erano forse truccati?). Un modo bizantino per dire che i dipendenti regionali fanno cagare. E in ogni caso l’ennesima prova del fallimento amministrativo del governo in carica.

Non da ultimo, si sarebbe dovuto incalzare il governatore sulla incompatibilità esistente fra l’esubero palesato della pianta organica regionale e la rivitalizzazione della società Abruzzo Engineering (che era stata posta in liquidazione da Gianni Chiodi). Come si concilia questo ossimoro? Non sarà che esiste un popolo di dipendenti di Abruzzo Engineering raccomandatissimi che non possono essere mandati a casa anche se non servono a niente e costano un occhio della testa?

3) “Analoga rivoluzione dovrebbe riguardare anche le società partecipate hanno chiesto i giornalisti de Il Centro, dando per assodato che la rivoluzione amministrativa di cui alla domanda precedente sia bella che compiuta.

E qui D’Alfonso si è lasciato andare al futurese: “faremo”, “fonderemo”, “dovremo”, “sto cercando di capire”.

Un giornalistucolo in erba avrebbe replicato: scusi, ma di quale futuro parla, visto che fra sette mesi Lei si candiderà al Parlamento e se venisse eletto dovrà dimettersi dalla incompatibile carica di governatore? E inoltre, non Le sembra che dopo due terzi abbondanti di legislatura sia un tantino umiliante che Lei stia ancora cercando di capire? Con i suoi ritmi, un altro abruzzese come Marchionne avrebbe dovuto impiegare 300 anni per capire come stavano le cose alla FIAT, prima di decidere quale politica industriale intraprendere. La verità è che Lei e i suoi assessori siete gravemente deficitari nelle capacità di comando e decisorie.

Ma non vi è stata alcuna obiezione. Luciano fra l’altro ha annunciato che fonderà la società FIRA assieme ad Abruzzo Sviluppo, ma senza dire né quando né come. Poi, conscio di spararle davvero grosse, sebbene mai interrotto, ha mitigato le sue evidenti colpe con la favolosa frase: “esistono insomma questioni che ammontano al passato”. Che tradotta dal politichese è il vecchio scarico di responsabilità sulle spalle dei predecessori, al fine di attenuare l’inconcludenza della maggioranza in carica. Però in sobrio stile democristiano.

4) Poi timidamente, quasi di sottecchi, una domandina innocua quanto una bomba atomica, ma buttata lì come un ghiacciolo per refrigerarsi nel pomeriggio agostano: “L’azione della Regione è frenata anche da un debito di 770 milioni che la Corte dei Conti vi ha chiesto di coprire. Come pensate di farlo?”. Eh già, un debituccio da niente. E poi, questa Corte dei Conti che si piazza in mezzo ai coglioni, una vera volgarità. Ma perché i giudici contabili non si danno all’ippica invece che stare a fare le pulci al bilancio regionale? Cattivoni.

D’Alfonso si traveste da Monsieur de La Palice e ci spiega l’ovvio: “La Corte dei Conti ci dice di mettere in ordine i documenti contabili e di dare copertura al debito non coperto, perché non esiste società che non abbia contezza del debito”.

Cioè non sapete nemmeno voi quanti cavolo di debiti avete fatto in questi ultimi anni, tanto che siete fermi al consuntivo del 2013, cioè alla chiusura del bilancio di quattro anni fa (epoca della Giunta Chiodi), data alla quale deve essere attribuita la somma debitoria di 770 milioni.

Un blogger di campagna avrebbe chiesto: ma dal 2014 al 2017, quando cioè vi degnerete di approvare i consuntivi che avreste a suo tempo dovuto approvare, chi ci dice che non verranno fuori altre centinaia di milioni di euro di debiti attribuibili proprio alla gestione D’Alfonso?

Perché ad esempio la remise en forme di Abruzzo Engineering, altro carrozzone regionale che andrebbe seppellito ma che è stato al contrario riattivato (visto che era in liquidazione quando Luciano è entrato in carica), oppure i contributi a pioggia sparsi continuamente a raggiera come lo sperma di Rocco Siffredi, sono belle mazzate che pesano sul bilancio e che lasciano i maliziosi a lambiccarsi sulla plausibilità di clientele di stampo elettoralistico beneficate con il denaro pubblico.

Con riferimento ai 770 milioni di debiti certificati al 2013, Luciano sottolinea che “non siamo i responsabili di quel debito”, il che è certamente vero. Se non fosse che il rendiconto del 2013 lo ha approvato proprio la maggioranza di D’Alfonso nel febbraio del 2017 con apposito provvedimento regionale che certificava qualcosa come 580 milioni di debito a quella data, e non già 770.

Anche per questo tutti gli organi di controllo e pure la Corte Costituzionale hanno bocciato quel rendiconto, proprio in quanto non veritiero, tanto ciò vero che oggi parliamo pacificamente di 770 milioni di debito che però la Regione stessa riteneva inferiore di quasi 200 milioni.

Delle due l’una: o i consiglieri regionali sono degli acchiappagalline, oppure la Regione sapeva che i conti non tornavano, ma ha tentato di nascondere parte dei buffi sotto al tappeto. In entrambi i casi una situazione penosa che è indice della pericolosità e dell’insipienza di chi ci amministra.

Eppure i giornalisti de Il Centro non hanno avuto nemmeno il coraggio di leggere i passi nei quali la Corte dei Conti e la Corte Costituzionale pochi mesi fa hanno preso a sberle il centrosinistra regionale.

Sulla base di simili presupposti, come si fa a fidarsi del fatto che dal 2014 al 2017 non si sia creata una ulteriore voragine nei conti regionali causata dalle spese allegre di PD e alleati vari? Come si fa a non immaginare che i quattro rendiconti che devono ancora essere approvati non contengano amarissime sorprese? Del resto, non è un mistero che fra i dipendenti del settore bilancio della Regione già si parli apertamente di circa 1,5 miliardi di debiti effettivi alla data odierna, cosa tutta da verificare ma che evidenzierebbe che il debito accertato al 2013 sarebbe solo la metà di quello maturato fino ai giorni nostri. Che Dio ce la mandi buona, ma conoscendo le serie storiche di D’Alfy c’è da essere terrorizzati.

5) Adesso stringete le panciere perché c’è il rischio ernia. La domandina de Il Centro è questa: “È un fatto che molti collaboratori l’hanno abbandonata. E così?”. Certo che è così. Li avete pubblicati voi stessi gli elenchi chilometrici dei collaboratori chiamati sulla fiducia che se la sono data a gambe nel corso di questi tre anni, a cominciare dal direttore generale Gerardis, scendendo per numerosi direttori, dirigenti, uomini dell’immenso staff presidenziale che entravano e uscivano, pensionati richiamati in servizio e prepensionamenti inopinati (nonché di dubbia legittimità).

D’Alfonso, serafico come un cardinale che stia officiando la messa, non ha citato nemmeno uno dei fuggitivi, ma si è solo soffermato ad osannare l’attuale direttore generale Vincenzo Rivera, il quale è così sollecito nell’anticipare i desideri del padrone, da avere escogitato un’idea geniale che il governatore non resiste a voler rivelare a tutti.

L’idea è la seguente. Tutti sanno che fino a quando non saranno approvati i rendiconti degli ultimi 4 bilanci non è possibile per la Regione effettuare assunzioni di nessun genere. Però il governatore ha la necessità urgente di fare la propria campagna elettorale per un seggio in Parlamento nei prossimi mesi, campagna che sarebbe ovviamente agevolata se potesse annunciare imminenti assunzioni in Regione, così da ingenerare grandi speranze fra le schiere dei disoccupati abruzzesi che ambiscono legittimamente a sistemarsi nella Pubblica Amministrazione.

Rivera cosa ti inventa mandando in sollucchero il suo principale? Lo svela direttamente D’Alfonso, il cui ego ipertrofico gli fa perdere i freni inibitori: “C’è il problema di come introdurre nuovo personale nel quadro delle ristrettezze finanziarie”. (Ma non si era detto che bisogna far dimagrire la pianta organica regionale? Vabbè, tralasciamo l’incongruenza). “Ebbene, faremo partire a settembre concorsi riferiti a nuovo personale o a personale interno, ma ci fermeremo il giorno dell’immissione in servizio. Perché quel giorno dovrà coincidere con la delibera di approvazione di tutti gli atti contabili. In un’altra fase si sarebbe partiti quel giorno con i concorsi. Noi lo facciamo subito. Questa idea la devo a Rivera”.

Applausi a scena aperta. Avete ben compreso? Come faccio a farmi votare in Parlamento? Prometto posti di lavoro pubblici. E come faccio a farmi credere? Faccio bandire e faccio svolgere davvero i concorsi, ingenerando una mole smisurata di speranze nei cercatori di lavoro i quali saranno lietissimi di votarmi.

E se i conti regionali non venissero approvati o addirittura venissero bocciati come avvenuto con il rendiconto del 2013? Chissenefrega, tanto a quel punto avrò il sedere al caldo in Parlamento e se non si potessero effettuare le assunzioni tanto peggio per chi ha partecipato ai concorsi. Anzi punterò io stesso il dito contro il mio successore accusandolo di tradire le speranze dei concorsisti.

In pratica trattasi di una marchetta di smaccato stampo elettoralistico che si tramuterà nell’ennesima bomba politica da far esplodere nelle mani del prossimo governatore. Diabolico.

6) Non poteva mancare la domanda alla Barbara D’Urso, immagino pronunciata con ammiccante battito di ciglia da innamorati: Qual è il risultato che la soddisfa di più e qual è la sua bestia nera? La cosa che non è ancora riuscito a fare?”.

Casomai sarebbe stata acconcia la domanda opposta: Cosa cazzo è riuscito a fare? Perché a noi risulta non solo che non abbia fatto nulla di buono, ma che non abbia mantenuto nemmeno una delle promesse elettorali, al pari dei migliori bugiardi di stampo vetero-democristiano (e tralascio la scia infinita delle nomine illegittime e degli obblighi di legge non rispettati, primo fra i quali quello di approvare la legge di fusione della Grande Pescara imposta da un referendum popolare del 2014).

La risposta di D’Alfonso merita di essere riprodotta integralmente, a imperitura memoria di un pagliaccio che ha preso per il culo gli abruzzesi con quel sorriso beffardo che sarebbe bello poter spegnere con le nocche della mano (se non fosse vietato dalla nostra nonviolenza di stampo pannelliano): Il risultato di cui sono più soddisfatto è il masterplan: 1,5 miliardi spalmati in tutto il territorio. Ma c’è anche la battaglia di Ombrina, condotta da una postazione innaturale. Su Ombrina ho promosso io il referendum, spiegando che il referendum lo utilizzavamo per dialogare con palazzo Chigi. Terzo risultato: il salvataggio dell’aeroporto d’Abruzzo che era morto con la norma fiscale sui voli low-cost, al quale ho fatto fare un’inversione ad U”.

Avete letto bene. Non cedete al vostro desiderio di violenza, ma ricordatevi di queste parole quando entrerete nelle urne alle prossime votazioni politiche, regionali, europee e locali.

In primo luogo il masterplan non costituisce nessun buon risultato, sia perché quei soldi non sono stati trovati ex novo, ma sono solo la somma di tutti i fondi europei, governativi e regionali già a disposizione (cosicché il masterlpan si traduce in un documento solamente compilativo delle risorse finanziarie attingibili), sia soprattutto perché una parte infinitesimale dei soldi è stata già messa in campo ed è estremamente dubbio che si riesca effettivamente a raggiungere nei prossimi anni anche solo il 50% di spesa di quel miliardo e mezzo di euro.

In secondo luogo il fatto che D’Alfonso si intesti la battaglia contro Ombrina, lui che si è sdraiato sotto al tavolo di Renzi e gli ha praticato il più lungo pompino che la storia politica di questa Regione ricordi, è uno scandalo talmente incommensurabile che meriterebbe la decapitazione sul modello della ghigliottina francese, se non fosse che è persino più scandaloso il fatto che dal 6 agosto ad oggi nessuno si sia indignato pubblicamente per la sesquipedale bugia dalfonsiana. Mala tempora currunt.

In terzo luogo il salvataggio dell’aeroporto d’Abruzzo non è niente altro che l’ennesima elargizione di denaro pubblico con il quale si tiene artificialmente in vita un esercizio commerciale di indubbia valenza strategica regionale che non è però capace di tenersi in piedi da solo.

Non si vede quindi di cosa bisognerebbe essere orgogliosi: se del fatto di avere pagato con i soldi dei contribuenti il salvataggio di una società di diritto privato; oppure l’incapacità degli amministratori di quella società; oppure ancora la scarsa attrattività della nostra Regione che è talmente reietta da non essere in grado di avere un solo aeroporto economicamente autosufficiente nonostante abbia fior di parchi nazionali, aree protette, centinaia di chilometri di spiagge sabbiose, colline rigogliose, storia plurimillenaria, enogastronomia da esportazione, arte e architettura di tutto rilievo, industrie innovative e settori produttivi in espansone (vedere il comparto vinicolo).

7) Implacabili, i giornalisti de Il Centro si sono accorti che l’intervistato indulgeva solamente nell’autocelebrazione di risultati farlocchi e clamorosamente inventati (che loro vergognosamente non hanno osato contestare) e sono ritornati a bomba: “E la sua bestia nera?”.

A quel punto, prostrato dall’incalzare delle durissime domande, Luciano non ha più retto ed ha abbassato le difese: “La cosa per cui mi prenderei a scudisciate sono le liste d’attesa della sanità”.

Noooooo!!!!!! Non ci credooo!!! Il punto numero uno della campagna elettorale è stato ciccato! Non è possibile! Nessun abruzzese ha dimenticato la promessa delle “coccole” da fare ai pazienti, che sarebbero stati presi in braccio, vezzeggiati, viziati in ogni bisogno o esigenza. E invece niente. Era una balla pure quella.

Ma è la bugia più amara perché fatta sulla pelle e sulla salute della gente, cioè il bene primario che lo Stato e la Regione devono garantire (come sancito indelebilmente nella nostra amata Costituzione). Ed è la bugia più odiosa perché chiunque stia male è totalmente indifeso, per cui la presa in giro sulla salute è da persone meschine che hanno il cuore di marmo.

D’Alfonso ha confessato il disastro nel settore strategico della Regione, e dico strategico perché è importante sapere che il solo comparto Sanità occupa circa 2,3 miliardi di euro nel bilancio regionale annuale, mentre tutto il resto ammonta a circa 300 milioni di euro l’anno, cioè le briciole rispetto al core business dell’Ente.

Però da attore navigato, il governatore ha gettato il biscottino in favore dei potenti imprenditori privati della sanità (fra i quali gli editori proprio de Il Centro, giornale guarda caso estremamente indulgente nei confronti dell’intervistato). Secondo Luciano le liste di attesa andrebbero risolte grazie all’interazione fra il pubblico e il privato: “quando c’è il troppo pieno nel pubblico interviene il privato”.

Conscio dell’enormità della sua affermazione, D’Alfonso ne ha subito rilanciata un’altra ancor più grave: “Certo, potrei dire: faccio più assunzioni nel pubblico, investo in macchinari. Ma è un ragionamento che non regge, perché nel pubblico c’è un mondo interessato a organizzare i ritardi che non vuole la puntualità.

Fermi tutti. Certe parole sono scritte nel sangue. Apprendiamo dalla viva voce del capo della sanità pubblica abruzzese che esiste un sistema doloso formato da pubblici dipendenti i quali sarebbero interessati a lucrare sulle inefficienze della sanità pagata dalla fiscalità generale.

E dinanzi ad una abnormità simile, mai sentita prima, i giornalisti non dicono una parola? Non chiedono spiegazioni, particolari, prove? Non domandano se abbia sporto denunce agli organi competenti? Non incalzano per sapere dove si annidino i farabutti? Non si insospettiscono circa le mancate rimozioni dei manager ASL che non siano riusciti ad estirpare il cancro della mala gestio? Non rammentano all’interlocutore l’ennesima sua promessa mancata, ovvero quella della fusione delle ASL abruzzesi in un’unica ASL regionale? Non si percuotono il petto per i costi sociali che tale clamorosa inefficienza ha prodotto negli ultimi tre anni sulla pelle dei cittadini?

No. Al quotidiano Il Centro non frega niente se la sanità va a ramengo. Loro cambiano argomento. Metti che l’intervistato si imbarazzi. Incredibile.

8) La questione che manda in soffitta la sanità è il futuro politico di D’Alfonso che ci spaventa più di un ulteriore devastante terremoto.

Per domandargli le sue prossime mosse, gli acuti giornalisti de Il Centro asseriscono che mancherebbero “due anni e mezzo alla fine della legislatura” regionale, generosamente fissata secondo loro nel febbraio 2020. Non so cosa si siano bevuti, ma la verità è che manca un anno e nove mesi, con scadenza a maggio 2019. Forse è tanto l’amore per Luciano che spererebbero di poter prolungare il suo mandato oltre i limiti che una legge insensibile ha già crudelmente fissato.

In sintesi Luciano ci dice che andrà in parlamento, dove nutre ambizioni governative (da ministro o, in subordine, da sottosegretario), mentre vedrebbe bene come suo successore Giovanni Legnini (tanto già sa che Legnini ha da tempo declinato l’offerta di candidarsi a governatore abruzzese).

Non fatichiamo a credere che D’Alfonso verrà eletto in parlamento in qualità di capolista nel collegio pescarese-chietino, ben sapendo che il suo curriculum provocherà una matematica sconfitta del PD alle prossime elezioni regionali, dove il centrodestra si sta già spartendo incarichi e poltrone (in quanto il M5S ha già rinunciato da tempo a radicarsi sul territorio, essendo chiaro il desiderio grillino di non vincere in Abruzzo).

E chi verrà dopo si prenderà le patate bollenti. Mi complimento con il quotidiano Il Centro per l’implacabilità dei suoi uomini di punta che hanno inchiodato il governatore ai suoi pessimi risultati, proprio come fece il capitano Bellodi con Don Mariano Arena nel romanzo “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia, laddove il padrino mafioso riconobbe le qualità del carabiniere: “Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…”.

Ma Sciascia non sarebbe stato degno nemmeno di allacciare le scarpe ai giornalisti de Il Centro.

9 Responses to "Scandalo al sole: il quotidiano Il Centro “scudiscia” il governatore Luciano D’Alfonso"

  1. lingue a mezz'asta   12 agosto 2017 at 17:38

    Lingue a mezz’asta
    di Marco Travaglio
    12 agosto 2017

    Martedì, non si sa come, a Renzi è scappata di bocca una frase di senso compiuto: “Li ho visti i leccaculo professionisti, potrei tenere un corso per riconoscerli. Non lo immaginavo, ma la discesa dal carro è un momento spassoso: quelli che prima ti adulavano smettono di salutarti. Ma è un gioco e io sto al gioco”. Ci sia consentita una confessione. All’inizio, quando non contava nulla, faceva il sindaco di Firenze, perdeva le primarie contro Bersani e si preparava alla rivincita, Renzi ci stava simpatico. Una sera, dietro le quinte di Servizio Pubblico (all’epoca ancora accoglieva con gioia gl’inviti di Santoro), raccontò divertito e divertente una scena che gli capitava di frequente: “Vado a inaugurare, che so, un giardinetto pubblico e mi trovo davanti un inviato della Rai mai visto prima che, a telecamera e microfono ancora spenti, mi sussurra all’orecchio: ‘Oh, Matteo, io sono sempre stato dalla tua parte…’”. Il guaio è che poi, appena divenne segretario e premier, Renzi li imbarcò tutti, ma proprio tutti, sul suo carro. Non solo le neolingue in erba alla prima leccata (tecnicamente dette “leccaculo”, perché dedite a un solo oggetto del desiderio), ma anche le lingue-scuola, le veterane di seconda, terza e quarta mano e generazione (denominate “leccaculi” per la loro flessibilità e versatilità), insomma l’usato sicuro. Nessuna fu rimandata indietro, neppure quelle consumate dall’uso prolungato nel ventennio berlusconiano, che anzi gli si appiccicarono a ventosa eleggendolo a erede universale del Cainano.

    Ora, com’era inevitabile dopo la triplice scoppola comunali 2016-referendum-comunali 2017, qualcuna è scesa dal carro e già si applica ai nuovi venuti (anche se trovare qualcosa da leccare in Gentiloni o in Mattarella è dura: per dirla con Altan, “non si trovano più culi che valgano la pena”) e soprattutto a quelli che potrebbero venire (dalle parti di Pisapia si nota un certo rifrullo di bave, senza dimenticare Calenda e Minniti, grandi stimolatori di ghiandole salivarie). Ma il grosso della truppa linguale è lì sospesa a mezz’aria, a compulsare nervosamente i sondaggi, nel terrore di sbagliare culo e doversene pentire: basta una leccatina fuori posto e, a parte l’inutile dispendio di saliva, ti giochi la carriera fino al prossimo giro. Una vita d’inferno: come diceva Corrado Guzzanti nei panni di Emilio Fede, “nulla è più difficile che leccare culi in movimento”. Bei tempi quand’era tutto più chiaro e prevedibile: quelli di B., quando non occorreva particolare preveggenza né fantasia; e il quadriennio renziano, che ispirò al Vernacoliere un’immortale copertina.

    Questa: “Vuoi fare carriera? Partecipa al grande concorso di Stato ‘Lecca anche te il culo a Renzi’. Più lecchi più vinci posti in politica, nei giornali, alla Rai e su tante altre poltrone di successo. Possibili anche leccate di gruppo”. Anzi la sovrabbondanza di offerta rispetto alla domanda creava il problema inverso a quello odierno: “Ir vero problema è che Renzi cià un culo solo, e chi nielo vole leccà sono milioni. Mapperò la Serracchiani ha già penzato a tutto: ‘r culo dell’amato Premier potrà esse’ leccato anche ‘n fotografia”. Ora che le lingue, come i ghiacciai, si ritirano, Renzi fa il divertito. Ma siamo sicuri che se la spassi, e non preferisse prima? Ed è proprio certo di potersela cavare con battute pseudosimpatiche? Siccome il salto sul carro del vincitore presuppone che il vincitore sia d’accordo, dovrebbe spiegarci perché non ha mai respinto una lingua. Anzi le ha promosse tutte: al partito, al governo, nelle aziende statali e parastatali, ha sempre preferito alla meritocrazia la linguocrazia, che ne è l’esatto contrario, visto che avanza leccando solo chi non ha sviluppato altri organi. Non è “un gioco”: se siamo comandati da mediocri buoni a nulla capaci di tutto (soprattutto a leccare), è colpa di chi li ha messi lì. Ma non tutto è perduto: Renzi rivela di aver imparato a “riconoscere i leccaculo” e ora potrebbe “tenere un corso” ad hoc. Bene, cominci subito dal vertice del Pd, per poi passare a ministri, sottosegretari, manager e amministratori pubblici, candidati alle prossime elezioni politiche e amministrative, giù giù fino alla Rai. Lì i leccaculo/i sono ancora tutti sul carro o con le lingue a mezz’asta, non tanto per devozione o gratitudine, quanto perché non gli hanno ancora comunicato chi verrà dopo.

    Che ne dice Renzi di liberarsene subito? Non sappiamo quale tecnica usi per riconoscerli. Ma, al suo posto, adotteremmo quella di Fortebraccio che, sull’Unità, prendeva di mira il direttore del Resto del Carlino, Girolamo Modesti, ribattezzato “il maggiordomo del cavaliere Attilio Monti” (petroliere ed editore del quotidiano), “Modesti Girolamo-ai -suoi-comandi”, “Girolamo-c’è-da-portare-giù-il-cane”, “Girolamo-per-favore-il-portacenere”: “Quando Modesti la sera smette di lavorare, lucida la cancelleria col Sidol, spolvera il tavolo, abbassa le tapparelle, si toglie la giacca a righine coi bottoni d’ottone. Poi, silenzioso e discreto, lascia la sua stanza, che i redattori chiamano ‘office’, e va a bussare alla porta dello studio del principale: ‘Signore – dice inchinandosi – io avrei finito. Ha bisogno d’altro?’. ‘Andate pure, Girolamo. Se mi occorrerà qualche cosa mi servirò da solo’… Gente così, nata in casa, ormai non se ne trova più”. Ecco, la prossima volta che riceve Alfano, o Martina, od Orfini, o un direttore di tg o di giornale a caso, Renzi faccia la prova: “Un caffè macchiato con molto zucchero!”. Chi scatta sull’attenti e corre a prenderlo è fuori. O domandi a bruciapelo: “Caro, secondo te qual è il mio peggiore difetto?”. Chi risponde “Sei troppo buono, Matteo” è fottuto. Perché non c’è niente da fare: a furia di leccare – diceva Flaiano – qualcosa sulla lingua rimane sempre.

  2. francesco   12 agosto 2017 at 18:09

    la decapitazione? Meglio la garrota, fa soffrire di più!!!

  3. Antonio   12 agosto 2017 at 18:45

    Caro Christian,
    una nota di colore: hai sempre definito Luciano D’alfonso strupratore della legalità e della lingua italiana. Purtroppo pure gli amministratori del suo comune, Lettomanoppello, hanno iniziato a struprare la lingua italiana, apri il link e leggi:

    http://www.comune.lettomanoppello.pe.it/documenti/download/20170811_avviso_cittadinanza.pdf

  4. ernesto albanello   13 agosto 2017 at 9:08

    Ricordo, anni fa,di aver seguito una intervista che la BBC fece nei riguardi, credo, di un cardinale: il tema era la pedofilia. Ciò che mi coinvolse furono le argomentazioni proposte, sotto forma di domande, che il giornalista sviluppò. Il crescendo delle domande era implacabile. Il modo di incalzare il religioso non dava scampo. La possibilità di glissare e di edulcorare le risposte era davvero ridotta al minimo.
    Ho sempre serbato questo ricordo, perché ebbi chiaro in me un modo di fare giornalismo, che scoperchiava pentole senza riguardi per alcuno.
    Non mi pare di aver seguito mai interviste nel nostro Paese impostate con analoghe metodologie.

  5. Anonimo   13 agosto 2017 at 17:48

    Se codesti sono i rappresentati del famoso quarto potere non mi sbagliavo quando ho smesso di leggere quatidianamente il Centro.
    Tempo fa ho adottato lo stesso sistema con L’unità e quando chiedevo al mio gionalaio quante copie avesse venduto e mi rispondeva ” nessuna” mi rendevo conto che c’erano lettori come me che non gradiva, anzi aborriva, la linea editoriale di quel quotidiano. Ha fatto una bella fine quella che auguro ad altri quotidiani dello stesso tipo.
    Ps: anni addietro il sottoscritto mandò le famose cinquantamila lire a un certo Montanelli per evitare la chiusura del suo giornale.

  6. Lingue a mezz'asta   13 agosto 2017 at 17:58

    Marco Travaglio

    Martedì, non si sa come, a Renzi è scappata di bocca una frase di senso compiuto: “Li ho visti i leccaculo professionisti, potrei tenere un corso per riconoscerli. Non lo immaginavo, ma la discesa dal carro è un momento spassoso: quelli che prima ti adulavano smettono di salutarti. Ma è un gioco e io sto al gioco”. Ci sia consentita una confessione. All’inizio, quando non contava nulla, faceva il sindaco di Firenze, perdeva le primarie contro Bersani e si preparava alla rivincita, Renzi ci stava simpatico. Una sera, dietro le quinte di Servizio Pubblico (all’epoca ancora accoglieva con gioia gl’inviti di Santoro), raccontò divertito e divertente una scena che gli capitava di frequente: “Vado a inaugurare, che so, un giardinetto pubblico e mi trovo davanti un inviato della Rai mai visto prima che, a telecamera e microfono ancora spenti, mi sussurra all’orecchio: ‘Oh, Matteo, io sono sempre stato dalla tua parte…’”. Il guaio è che poi, appena divenne segretario e premier, Renzi li imbarcò tutti, ma proprio tutti, sul suo carro. Non solo le neolingue in erba alla prima leccata (tecnicamente dette “leccaculo”, perché dedite a un solo oggetto del desiderio), ma anche le lingue-scuola, le veterane di seconda, terza e quarta mano e generazione (denominate “leccaculi” per la loro flessibilità e versatilità), insomma l’usato sicuro.

    Nessuna fu rimandata indietro, neppure quelle consumate dall’uso prolungato nel ventennio berlusconiano, che anzi gli si appiccicarono a ventosa eleggendolo a erede universale del Cainano. Ora, com’era inevitabile dopo la triplice scoppola comunali 2016- referendum – comunali 2017, qualcuna è scesa dal carro e già si applica ai nuovi venuti (anche se trovare qualcosa da leccare in Gentiloni o in Mattarella è dura: per dirla con Altan, “non si trovano più culi che valgano la pena”) e soprattutto a quelli che potrebbero venire (dalle parti di Pisapia si nota un certo rifrullo di bave, senza dimenticare Calenda e Minniti, grandi stimolatori di ghiandole salivarie).

    Ma il grosso della truppa linguale è lì sospesa a mezz’aria, a compulsare nervosamente i sondaggi, nel terrore di sbagliare culo e doversene pentire: basta una leccatina fuori posto e, a parte l’inutile dispendio di saliva, ti giochi la carriera fino al prossimo giro. Una vita d’inferno: come diceva Corrado Guzzanti nei panni di Emilio Fede, “nulla è più difficile che leccare culi in movimento”. Bei tempi quand’era tutto più chiaro e prevedibile: quelli di B., quando non occorreva particolare preveggenza né fantasia; e il quadriennio renziano, che ispirò al Vernacoliere un’immortale copertina. Questa: “Vuoi fare carriera? Partecipa al grande concorso di Stato ‘Lecca anche te il culo a Renzi’. Più lecchi più vinci posti in politica, nei giornali, alla Rai e su tante altre poltrone di successo. Possibili anche leccate di gruppo”. Anzi la sovrabbondanza di offerta rispetto alla domanda creava il problema inverso a quello odierno: “Ir vero problema è che Renzi cià un culo solo, e chi nielo vole leccà sono milioni. Mapperò la Serracchiani ha già penzato a tutto: ‘r culo dell’amato Premier potrà esse’ leccato anche ‘n fotografia”. Ora che le lingue, come i ghiacciai, si ritirano, Renzi fa il divertito.

    Ma siamo sicuri che se la spassi, e non preferisse prima? Ed è proprio certo di potersela cavare con battute pseudosimpatiche? Siccome il salto sul carro del vincitore presuppone che il vincitore sia d’accordo, dovrebbe spiegarci perché non ha mai respinto una lingua. Anzi le ha promosse tutte: al partito, al governo, nelle aziende statali e parastatali, ha sempre preferito alla meritocrazia la linguocrazia, che ne è l’esatto contrario, visto che avanza leccando solo chi non ha sviluppato altri organi. Non è “un gioco”: se siamo comandati da mediocri buoni a nulla capaci di tutto (soprattutto a leccare), è colpa di chi li ha messi lì. Ma non tutto è perduto: Renzi rivela di aver imparato a “riconoscere i leccaculo” e ora potrebbe “tenere un corso” ad hoc. Bene, cominci subito dal vertice del Pd, per poi passare a ministri, sottosegretari, manager e amministratori pubblici, candidati alle prossime elezioni politiche e amministrative, giù giù fino alla Rai. Lì i leccaculo/i sono ancora tutti sul carro o con le lingue a mezz’asta, non tanto per devozione o gratitudine, quanto perché non gli hanno ancora comunicato chi verrà dopo. Che ne dice Renzi di liberarsene subito? Non sappiamo quale tecnica usi per riconoscerli. Ma, al suo posto, adotteremmo quella di Fortebraccio che, sull’Unità, prendeva di mira il direttore del Resto del Carlino, Girolamo Modesti, ribattezzato “il maggiordomo del cavaliere Attilio Monti”(petroliere ed editore del quotidiano), “Modesti Girolamo-ai-suoi-comandi”, “Girolamo-c’è-da-portare-giù- il-cane”, “Girolamo-per-favore-il-portacenere”: “Quando Modesti la sera smette di lavorare, lucida la cancelleria col Sidol, spolvera il tavolo, abbassa le tapparelle, si toglie la giacca a righine coi bottoni d’ottone. Poi, silenzioso e discreto, lascia la sua stanza, che i redattori chiamano ‘office’, e va a bussare alla porta dello studio del principale: ‘Signore – dice inchinandosi – io avrei finito. Ha bisogno d’altro?’. ‘Andate pure, Girolamo. Se mi occorrerà qualche cosa mi servirò da solo’…

    Gente così, nata in casa, ormai non se ne trova più”. Ecco, la prossima volta che riceve Alfano, o Martina, od Orfini, o un direttore di tg o di giornale a caso, Renzi faccia la prova: “Un caffè macchiato con molto zucchero!”. Chi scatta sull’attenti e corre a prenderlo è fuori. O domandi a bruciapelo: “Caro, secondo te qual è il mio peggiore difetto?”. Chi risponde “Sei troppo buono, Matteo” è fottuto. Perché non c’è niente da fare: a furia di leccare – diceva Flaiano – qualcosa sulla lingua rimane sempre.

  7. Vincenzo   13 agosto 2017 at 22:39

    Il nome Abruzzo Engineering fu dato dalla giunta Del Turco ma è nata col nome di Collabora Engineering nel 2001 con la stabilizzazione da palrte del centro destra Governatore Pace, di circa 100 LSU provenienti da tutti i Capoluoghi della Regione Abruzzo tutti tecnici che facevano parte del Dipartimento nazionale della protezione civile. Tutte persone iscritte regolarmente nelle liste di collocamento e non raccomandati forse come te.
    Inutile sminuire D’alfonso e allo stesso tempo sorridere all’ex presidente G Chiodi che per quanto riguarda AE non l’ha chiusa ma messa in liquidazione per anni con i dipendenti in Cassa Integrazione pagati d pantalone,Chiodi ha lasciato il cerino acceso a D’alfonso e basta I dipendenti di Ae almeno i primi 100 non si sono mai fatti raccomandare e infatti non hanno super minimi e non sono cresciuti di livello chieda un accesso agli atti e controlli .

    ORA PARLACI DI TE E DI COME SEI ENTRATO IN PROVINCIA , SI DICE IN GIRO CHE ANCHE SUO PADRE LAVORAVA IN PROVINCIA E VERO ?
    ANCHE SUO FIGLIO LAVORERA’ IN PROVINCIA ?

  8. Vincenzo   13 agosto 2017 at 22:49

    Abruzzo Engineriing esisteva già da prima con il nome si di Collabora Engineering nata nel 2001 con la stabilizzazione di circa 100 ex LSU tutti tecnici provenienti dalla Protezione civile nazionale da tutti i comuni della regione 30 da Teramo e provincia, dopo la stabilizzazione da parte della Regione Abruzzo governo Pace centro destra la societa è lievitata di numero ,faccia un accesso agli atti ,anzi prima di parlare fatelo tutti e vedrete chi è raccomandato e chi no prima di scrivere cazzate.
    Un punto fondamentale lo merita l’Ex governatore emerito che ha solo messo in liquidazione la società AE senza mai chiuderla ma mettendo in cassa integrazione i dipendenti per anni ,liquidazione pagata da tutti i cittadini Italiani passando il cerino acceso all’attuale presidente.

  9. Amen   14 agosto 2017 at 6:58

    Le fila? Perseverare diabolicum…

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