Quando il mondo va in vacca: Fenomenologia di Gianluca Vacchi

di Christian Francia  –

Gianluca Vacchi - Manakara 11agosto2017

Il re dei personaggi ospite a Tortoreto

L’argomento più caldo di questa estate non sono gli incendi, non sono le scuole insicure, non sono i mille problemi quotidiani che affliggono una società declinante e incupita. No, l’argomento più gettonato sotto gli ombrelloni è Gianluca Vacchi.

Chi non dovesse conoscerlo è scusato, perché la notorietà del personaggio – benché immensa – è figlia del fancazzismo più puro, del godimento più elementare, della bella vita più convenzionale: un milionario che gioca a divertirsi, che si autocelebra come icona del jet-set, che si fa paradigma di un corpo palestrato, che si costruisce una reputazione da tombeur des femmes, che invita il mondo a godere l’attimo, che interpreta un’esistenza modaiola rincorrendo il benessere ed elogiando la ricchezza e il dolce far niente.

Il sovrano della movida sarà ospite domani sera – venerdì 11 agosto 2017 – del Manakara, meritorio locale di Tortoreto il quale è in guerra da anni con il Comune per via dei limiti orari imposti per regolamento alla diffusione della musica. Leggo dai giornali che a Tortoreto sarebbe possibile trasmettere suoni fino all’una di notte durante la settimana e fino alle due il venerdì e il sabato.

Non vorrei polemizzare con il gerontocomio che governa il Comune rivierasco teramano, ma mi piacerebbe sapere se il modello al quale tendere sia Rimini e Riccione oppure le Terme di Chianciano.

Dico questo perché il neo sindaco di Tortoreto pare abbia emesso un’ordinanza di chiusura temporanea del Manakara la quale taglierebbe le gambe alla serata di domani con l’ospite più desiderato di mezza Europa.

Comprendo il cupio dissolvi al quale ormai si sono votati gli enti pubblici teramani, ma mi sembra davvero masochistico non srotolare tappeti rossi a coloro che portano soldi, gente, divertimento, a coloro che fanno economia e risollevano la reputazione di una fascia costiera depressa e pure abbastanza sfigata. Considerato inoltre che non avremmo niente da invidiare a Rimini e a Riccione se solo volessimo, se solo non ci fossimo atrofizzati con una politica locale di cafoni e ignoranti che mettono paura persino ai pastori dell’Aspromonte. Ma tant’è.

Il Fatto Teramano, per quel poco che conta, è a favore della musica ad alto volume fino all’alba, fino a mezzogiorno, 24 ore su 24, è per la movida, per il divertimento di qualunque genere, per la riminizzazione di tutta la costa teramana, per la vita pulsante e contro quel mortorio al quale ci hanno condannato quei luridi pezzi di merda dei politicanti di centrodestra e di centrosinistra.

Per questo invito il Manakara a fregarsene dell’ordinanza di chiusura e invito tutti i cittadini e tutti i turisti a recarsi nello stabilimento balneare domani sera in segno di protesta contro la politica miope e in segno di vicinanza a chi lavora per rendere attrattive, eccitanti e seducenti le nostre fantastiche spiagge.

Chiarito questo, torniamo al Vacchi che è oggetto della nostra attenzione.

Gianluca è un personaggio di furbizia eccezionale, capace di attirare 12 milioni di followers sui suoi profili social benché nella vita non faccia nulla, o meglio, in quanto il suo unico lavoro a tempo pieno è divertirsi e godersi la pacchia di un’esistenza dorata.

Vacchi si è autocelebrato in un libro intitolato “Enjoy”, indossa gonne, tacchi alti, vestaglie di velluto, pigiami da sera e ciabattine arabeggianti all’ultima moda, pubblica video in cui balla, si dimena, canta, mette in mostra il suo campionario di muscoli e di tatuaggi, scatenando il delirio dei suoi fan.

Ma attenzione, non basta mixare tali banalità a spiegare il fenomeno, non basta imitare tali ingredienti per ripetere un simile successo. Né basta vestirsi o tatuarsi come lui per farsi pagare 20 o 30mila euro per una serata da deejay. E nemmeno è sufficiente avere il gusto per la bella vita, la passione per le belle donne, una grande villa in Costa Smeralda, uno yacht extralusso e l’aereo privato.

Ma allora, quale sarebbe il segreto del re dei social? Come si fa a diventare famosi senza avere né arte né parte? Come si fa ad essere più invidiato degli attori, dei presentatori, degli showmen?

Essere ricco di famiglia è già una buona base di partenza, ma totalmente insufficiente a scolpire i contorni di una fama smisurata. Vacchi intanto è erede di una fetta dell’IMA, la multinazionale leader mondiale nel packaging, fondata negli anni ’60 dal padre e della quale possiede il 30% delle azioni.

Per anni, dopo essersi laureato come ogni bravo rampollo, Gianluca ha lavorato come imprenditore in svariati settori, con alterne fortune, fino a quando non è scattato qualcosa nella sua testa che lo ha spinto a concentrarsi su se stesso, sulla costruzione di un personaggio all’americana che non si vergogna di ostentare ricchezza e lussi, in tal modo incarnando – secondo i benpensanti – un modello sbagliato per i giovani.

Il marchese Fulvio Abbate lo definisce riduttivamente “un cazzaro immenso”, simbolo dell’assurdità dell’esistenza, seguace di un “lussuoso modo di dissipare narcisisticamente i propri giorni”. Il suo corpo tatuato andrebbe visto “come un modulo CID relativo a uno scontro frontale con i piaceri palpitanti della vita”, da testimone della “più acefala contemporaneità”.

Abbate sottolinea che, “in un mondo di cazzari invidiosi residenti in una società altamente spettacolarizzata, dove vivere è un continuo casting di se stessi, Vacchi è funzionale alla costruzione del consenso ed è consustanziale all’impoverimento dialettico che segna ormai le società affluenti dell’occidente rimbecillito dalle playstation, passate dai drammi misogini di Strindberg a una contemplazione ludica dove perfino lo slippino macchiato di tal Kim Kardashian si fa valore d’uso intellettuale”.

Considerazioni certamente condivisibili, al pari delle crude conclusioni: “ogni volta che Gianluca balla frantuma il muro del suono del ridicolo, eppure lui c’ha i sordi, ed eccolo coperto di applausi, di complimenti”. Insomma, il mondo va in vacca e l’unico valore universale è quello del denaro che fa apparire figo anche l’anellino sulla barbetta appuntita, anche le stravaganze più bizzarre.

Ma il guru dei media Roberto D’Agostino è di contrario avviso: “Se, come diceva George Bernard Shaw, lo scopo della vita non è cercare se stessi, ma creare se stessi, Vacchi ha già vinto. Anzi ha stravinto”.

Parole sulle quali occorre riflettere.

D’Agostino sintetizza lo spirito della contemporaneità incarnato proprio da Vacchi: “Uno così negli anni Settanta lo avrebbero picchiato. Oggi, in piena era digitale, è una storia di successo. Giudicarlo attraverso categorie novecentesche non avrebbe senso. Il fenomeno Vacchi è slegato da ogni ideologia. E non nasce per caso. Vacchi è figlio di Instagram. E Instagram è il trionfo della narrazione per immagine. Foto e video al posto delle parole: per diventare il regista o il coreografo della propria vita offerta in pasto agli altri. Altro che privacy. Andy Warhol diceva che ognuno ha diritto al suo quarto d’ora di celebrità. Sorpassato anche lui alla velocità delle rete. Ora ognuno può provare a essere chi vuole, quando vuole. Una dimensione esibizionistica che in alcuni casi diventa ‘pornicizzazione’. Perché non conta chi sei, ma cosa vuoi diventare.

Dago legge il fenomeno al microscopio: “Vacchi ha lavorato molto alla costruzione del suo personaggio. Il personal trainer per l’addominale a tartaruga, il coreografo per i balletti, il vorticoso giro di donne a rinforzo della fama, le suggestioni giovanili – tipo che quando da ragazzo sciava batteva anche Tomba. Vero o falso, non importa: tutto studiato, tutto ben calibrato. Un’operazione di personal branding senza eguali in Italia. Chi segue Vacchi si appassiona alle sue trasgressioni proprio perché sono incastonate in una narrazione complessiva. I guai con le banche emersi proprio in questi giorni, a dispetto delle ricchezze familiari, rinforzano il racconto”.

Come dargli torto. E come non ammirare “La costruzione, pensata e ricercata, di un personaggio da jet-set internazionale – che si sposta ogni sera dalla Sardegna alla Costa Azzurra, dalla Grecia al Tirreno – eppure così italiano. Anzi, arci-italiano. Nelle sue spacconate si nascondono D’Annunzio, Sordi, De Sica. Vacchi è il gagà di oggi.

Gianluca Vacchi

Gianluca Vacchi in sella

3 Responses to Quando il mondo va in vacca: Fenomenologia di Gianluca Vacchi

  1. Amen

    11 agosto 2017 at 7:56

    Quando i locali di divertimento sono lontani dai centri abitati, d’accordo che si possa fare baccano 24 ore su 24. Altrimenti, mi associo al gerontocomio e dico: forse a qualcuno sfugge che esiste anche gente che lavora e che qualche ora di sonno deve potersela permettere. Per non parlare dei gravi traumi che il rumore continuo provoca nei bambini. Avrei altri validi argomenti, ma credo che non serva parlare a chi non vuol sentire…

  2. francesco

    12 agosto 2017 at 17:42

    Siamo proprio ridotti al lumicuno . Se qualcuno paga per andare a vedere ed asoltare quello che dice Gianluca Vacchi dovrebbero riaprire i manicomi e noi ne abbiamo uno vecchio che è pronto per la ristrurrurazione.

  3. Mauro

    13 agosto 2017 at 10:16

    Chi troppo in alto sale, cade, sovente, precipitevolissimevolmente…

    http://www.quotidiano.net/cronaca/gianluca-vacchi-1.3321965

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