Ti racconterò tutte le storie che potrò

di Maria Cristina Marroni  – 

Agnese Brsellino - copertina libro Feltrinelli

La copertina del libro della moglie di Paolo Borsellino

L’amore non invecchia e questo sa chi lo ha provato. Raramente le storie d’amore toccano il cuore e commuovono. Non amo il miele profuso a grosse quantità, non amo le lacrime di coccodrillo. Amo al contrario le storie d’amore basate sulla stima e sulla condivisione.

Amo la vita quotidiana, che non mi stanca, perché ne ho sempre qualcosa da imparare. Raccontarsi ogni giorno una storia nuova, trasforma un unico amore in tanti amori diversi. Questa è la magia di una storia longeva. Questa è l’affinità elettiva, che dà senza chiedere nulla in cambio.

“Ti racconterò tutte le storie che potrò”, edizioni Feltrinelli, è il frutto dei racconti di Agnese Borsellino al giornalista Salvo Palazzolo, e rappresenta l’ultimo atto d’amore, per la sua famiglia e per il suo Paese, della straordinaria moglie del giudice Paolo Borsellino, scomparsa quattro anni fa.

Agnese, ormai molto malata, ricorda Paolo, che appare non solo come l’eroe civile, martire laico, ma come uomo, padre e marito. “Ho bisogno delle parole di Paolo, perché mi sento persa senza di lui, soprattutto adesso che mi trovo ad affrontare un male incurabile”.

Attraverso le pagine del libro riviviamo la giovinezza di Agnese, lo stretto legame con la famiglia di origine, il primo incontro con Paolo, questo giovane magistrato, che la colpisce per la propria timidezza e serietà, il matrimonio e la nascita dei tre figli, Lucia, Manfredi e Fiammetta. “Tutti i bambini del mondo dovrebbero crescere con la gioia e con la forza nel cuore”. Quella forza che a questi tre giovani fu sottratta 25 anni fa, il 19 luglio del 1992, quando loro padre fu ucciso assieme a cinque agenti di scorta nella strage di via D’Amelio.

Agnese racconta con trasporto che Paolo era un uomo singolare: “Alle feste, guardavamo gli altri ballare. Lui rideva come un matto, io protestavo. Allora mi faceva finire di parlare, poi mi chiedeva: «Agnese, ma tu perché stai con me? Io non ti do niente di tutto questo. Non sono il tipo di marito che torna a casa sempre allo stesso orario, si mette le pantofole, si siede davanti al telegiornale e poi nel pomeriggio porta la moglie in giro per una passeggiata».

Faceva una pausa e mi diceva ancora: «Lo sai perché stai con me? Perché io ti racconto la lieta novella». La prima volta che me lo disse, rimasi spiazzata. Mi misi a piangere. Erano lacrime di felicità. Mentre lui continuava: «Io ti sollecito, ti stuzzico, ti racconto la lieta novella che sta dentro tante storie di ogni giorno. Ti racconterò tutte le storie che potrò. Così il nostro sarà un romanzo che non finirà mai, sino a quando io vivrò. La lieta novella manterrà sempre fresco il nostro amore. Perché l’amore ha bisogno di mantenersi fresco»”.

Come la stessa Agnese riferisce più volte, lei si è trovata a vivere diverse vite, passando dalla gioia e dalla serenità della vita coniugale, al più nero degli incubi, l’assassinio del padre dei suoi figli.

Quel 19 luglio Agnese è morta con il suo Paolo (al quale durante la narrazione si rivolge direttamente, apostrofandolo con espressioni come “Amore mio”, “Gioia mia”) per poi resuscitare per i suoi amati figli.

Nei giorni immediatamente successivi alla strage, la vedova Borsellino era sovente invitata nei Palazzi istituzionali, dove le venivano elargiti preziosi doni e poste numerose domande. “Era una strana sensazione quella che provavo mentre continuavano a chiedermi di Paolo. Ora so.

Ora so perché mi facevano tutte quelle domande. Volevano capire se io sapevo. Volevano capire se mio marito mi aveva confidato qualcosa nei giorni che precedettero la sua morte. Evidentemente, erano preoccupati”.

Agnese ha cercato sempre la verità sulla morte del marito, consapevole tuttavia che il cammino da compiere restava ancora lungo.La verità bisognerebbe chiederla a tanti uomini delle istituzioni, che sanno, ma non parlano: a loro non voglio rivolgere un appello. Sarebbe tempo perso. Perché loro sono degli irriducibili. Questi uomini si devono mettere solo alla berlina, si devono sbeffeggiare, come avrebbe fatto oggi Paolo Borsellino”.

Si è anche esposta mediaticamente in difesa di alcuni magistrati, come Nino Di Matteo destinatario di lettere minatorie, e ha interagito con persone da tutta Italia, attraverso il gruppo Facebook a lei dedicato “Fraterno sostegno ad Agnese Borsellino”.

Recita un antico proverbio latino: “Dotata animi mulier virum regit” (“Una donna provvista di coraggio sostiene il marito”).

Agnese ha dimostrato di avere davvero un cuore forte e coraggioso, è stato un modello da emulare e da presentare alle nostre figlie.

Il libro non è solo il testamento di Agnese Piraino, ma rappresenta il cuore di Paolo e Agnese che pulsa all’unisono oltre la vita.

Agnese, tu lo sai come si mantiene fresco l’amore? L’amore si mantiene fresco con una novità ogni giorno. Che non è il fiore, o un regalo qualsiasi. Perché tutto passa. Io ogni giorno mi devo rinnamorare di te. E tu di me. Inventandoci qualcosa di diverso”.

Paolo Borsellino - Chi ha paura muore ogni giorno

2 Responses to Ti racconterò tutte le storie che potrò

  1. Giorgio

    19 luglio 2017 at 18:31

    Povero Paolo

  2. la mafia è una montagna di merda

    20 luglio 2017 at 9:14

    Il Fatto Quotidiano 20/07/2017
    di Marco Travaglio-Autobomba e autostrage

    Anche nel 25° anniversario delle stragi, come nei 24 precedenti, le commemorazioni per l’assassinio di Paolo Borsellino e della sua scorta hanno seguito un copione diverso, anzi opposto, a quelle di 57 giorni prima per Giovanni Falcone e i suoi angeli custodi.
    Per Falcone scendono e pontificano regolarmente a Palermo i vertici dello Stato, che invece per Borsellino si limitano a qualche fervorino di circostanza da Roma.
    Perché questa plateale disparità di trattamento nel ricordo di due giudici che, da quando sono morti ammazzati, viaggiano sempre in coppia come Stanlio e Ollio?
    Il motivo appartiene all’inconscio, al non-detto dello Stato. La strage di Capaci è facilmente spiegabile con la prava volontà di Cosa Nostra di liberarsi del suo nemico pubblico numero uno e di vendicarsi, tramite lui, dei politici che l’avevano tradita ingaggiandolo nel governo Andreotti e violando un patto di non aggressione pluridecennale. Che poi la strategia stragista pianificata da Riina&C. a dicembre del 1991, nel timore (poi rivelatosi fondato) che stavolta gli amici di Roma non avrebbero fatto nulla per aggiustare la sentenza del maxiprocesso in Cassazione, abbia avuto suggeritori e consulenti istituzionali (uomini dei servizi e loro amici della destra estrema e della P2), lo sanno solo pochi addetti ai lavori.
    Dunque Falcone è il testimonial ideale della rappresentazione oleografica e telegenica dell’eterno derby Stato-Antistato: da una parte i cattivi e dall’altra i buoni, senza fastidiose “zone grigie” a guastare l’edificante quadretto.
    Borsellino no: per via d’Amelio è impossibile parlare di mafia senz’aggiungerci “Stato” e “trattativa”. Due parole scolpite a caratteri cubitali nel doppiofondo della coscienza lurida delle istituzioni, che non lo ammetteranno mai, aduse come sono a reprimere le voci di dentro, negando pure l’evidenza. Ma sanno tutto. Perciò, a ogni 19 luglio, si tengono a debita distanza da via d’Amelio: alcuni per nascondere una coda di paglia lunga da Roma a Palermo, altri per proteggersi con un’inconscia rimozione collettiva della memoria che neppure un genio della psicanalisi riuscirebbe a sbloccare.
    Le sentenze di Cassazione che riempiono di ergastoli i mandanti diretti e agli esecutori materiali delle stragi parlano di via d’Amelio come di un’“improvvisa accelerazione”: Borsellino, nel piano stragista, fu un fuori programma dell’ultimo momento.
    Eliminando prima Lima, poi Falcone, di lì a poco Ignazio Salvo e terrorizzando altri bersagli politici come Andreotti e Mannino, Cosa Nostra aveva già raggiunto i suoi obiettivi.
    Punire i “traditori” (Andreotti si era giocato il Quirinale) e costringere lo Stato a trattare. La Dc escluse dal governo Amato il ministro dell’Interno Scotti e il Ros corse da Ciancimino a proporgli una trattativa con Riina. Il quale di lì a poco consegnò il papello con le richieste allo Stato. Intanto la maggioranza di governo, che sull’onda dell’emozione per Capaci aveva varato il “decreto Falcone” sul 41-bis, l’aveva poi avviato sul binario morto, “dimenticandosi” di convertirlo in legge: senza nuovi attentati, il carcere duro sarebbe definitivamente evaporato a inizio agosto.
    Perché Riina decise di svegliare il cane che dormiva con l’“accelerazione” del 19 luglio, col risultato suicida di costringere il Parlamento, sotto la pressione dell’opinione pubblica, a convertire la norma che più terrorizzava i suoi detenuti?
    Perché, se voleva eliminare Borsellino, non attese due settimane, fino allo spirare di quella che tuttoggi è la prima ossessione dei boss?
    C’è un solo fatto nuovo, fra Capaci e via d’Amelio, che può spiegare il cambio di programma: la trattativa Stato-mafia, che doveva restare segreta e invece giunse all’orecchio di Borsellino, informato dal ministro Martelli tramite la giudice Ferraro. Borsellino, grazie anche ai primi pentiti che dopo Capaci iniziavano a parlare, iniziò forsennatamente a indagare sull’immondo negoziato, incontrando anche i vertici del Ros e il neoministro Mancino. Qualcuno (non in Cosa nostra: nello Stato) seppe che era arrivato a tali livelli che non si poteva lasciarlo vivere un giorno di più.
    Infatti nel garage dove l’autobomba fu imbottita di tritolo assisteva alle operazioni un uomo ben vestito che i killer non conoscevano. Infatti, subito dopo l’esplosione in via d’Amelio, dalla borsa carbonizzata nell’auto devastata di Borsellino una mano sapiente (non mafiosa, ma statale) asportò l’agenda rossa dove il giudice annotava le sue indagini.
    Infatti la moglie del pentito Di Matteo, intercettata, dopo il rapimento del figlio (poi sciolto nell’acido), implorò il marito di non nominare mai gli “infiltrati” dello Stato.
    Infatti, pochi mesi dopo, non la mafia, ma la polizia confezionò un falso colpevole pentito, Enzo Scarantino, da dare in pasto ai pm di Caltanissetta per nascondere i veri colpevoli della strage (un depistaggio di Stato che ieri il presidente Mattarella ha incredibilmente derubricato in una serie di “troppi errori nelle indagini”).
    Tutto quel che venne dopo – la “cattura” di Riina e la mancata perquisizione del suo covo da parte del Ros, il ribaltone alla direzione delle carceri per passare dal carcere duro al carcere molle, le stragi del ‘93 per piegare lo Stato a nuovi cedimenti, la revoca del 41-bis per 334 mafiosi, le mancate catture di Bagarella e Provenzano sempre a opera del Ros, l’assassinio del boss provenzaniano Luigi Ilardo subito dopo la decisione di svelare le collusioni degli apparati deviati (notizia nota solo a uomini dello Stato, non della mafia) – fu solo la naturale conseguenza di quanto accaduto prima.
    Per questo oggi lo Stato evita di avvicinarsi a via d’Amelio: se l’avesse fatto anche 25 anni fa, Borsellino sarebbe ancora vivo.

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