Quel Fantozzi che vive in molti italiani e in tutti gli abruzzesi

Quel Fantozzi che vive in molti italiani e in tutti gli abruzzesi

di Christian Francia  –

Fantozzi subisce ancora e continuera sempre a subire
Paolo Villaggio nei panni di Fantozzi

È da un quarto di secolo che scrivo della società in cui ho la fortuna di essere nato e di poter continuare a vivere. Parlo di fortuna perché ho sempre considerato la necessità di dover espatriare in cerca di un futuro migliore un esilio, uno sradicamento, ma soprattutto un peggioramento delle proprie condizioni di vita.

L’Italia è messa male sotto tutti i profili, ma resta il posto al mondo più onusto di storia, di arte e di cultura. Non esiste nessun continente e nessuna nazione, per quanto vasta e antica, che possa annoverare la varietà di luoghi straordinari e di sedimentazione umanistica del Bel Paese.

Ci voleva la morte di Paolo Villaggio, padre e interprete dell’immortale personaggio del ragioniere Ugo Fantozzi, per soffermarsi a confrontare i tratti della figura letteraria e cinematografica con le caratteristiche precipue dei italiani, ma soprattutto degli abruzzesi e in particolare dei teramani.

Ieri le televisioni hanno fatto a gara a rendere omaggio all’appena scomparso Villaggio, riproponendo ovunque i suoi film interi o a spezzoni. Facendo zapping fra le scene memorabili e le battute scolpite nell’immaginario collettivo (al punto da essere divenute di uso così comune da avere persino rimosso che si tratti di citazioni dai film fantozziani), si devono enucleare i due tratti distintivi del personaggio:

– l’essere uno sfigato al quale non ne va bene una, né in famiglia né sul lavoro;

– il servilismo, l’ipocrisia e il masochismo con i quali si autocondanna ad una vita di merda.

Fantozzi è stato il vertice della sociologia degli impiegati, lavoratori che negli anni ’70 erano del tutto marginali rispetto alla retorica degli operai, ma il tempo ha dato ragione a colui che ha saputo vedere nella vita d’ufficio e nella professione dietro alla scrivania quel luogo infernale dove la società si stava diabolicamente accartocciando.

La figura di un uomo mediocre strapazzato all’eccesso, dotato di umanità ma passivamente sopraffatto dalle disgrazie alle quali soggiace senza reazione alcuna, hanno reso Fantozzi il paradigma dell’uomo contemporaneo, incapace di tirarsi su, di avere scatti di orgoglio, colpi d’ala, alzate di ingegno, per se stesso ma anche per la propria famiglia e per la società intera.

Quella macchietta sulla quale abbiamo riso tutti a poco a poco ci è entrata dentro e si è impossessata di noi. Che fine hanno fatto lo spirito sessantottino, la voglia di liberarsi dai gioghi, di migliorare il luogo in cui viviamo, il desiderio di libertà, l’ossequio alla primazia della cultura?

Sono volati via come foglie d’autunno nel tramonto di questa povera Italia che si è sciroppata tutte le mediocrità possibili senza nemmeno un lamento. Siamo passati dal decisionismo craxiano e dall’arguzia andreottiana ai venditori di pentole come Berlusconi e Bossi, fino ad arrivare alla miseria intellettuale dei concorrenti dei quiz televisivi come Matteo Renzi e Matteo Salvini.

Una discesa agli inferi che avrebbe richiesto barricate per opporsi, per manifestare, per imporre la contrarietà ad un modello di sviluppo che era in realtà di sottosviluppo o addirittura di involuzione, ma sembra che siano tutti ingessati, paralizzati, incapaci di qualsivoglia minima reazione.

Gli abruzzesi sono passati dallo scopatore Gianni Chiodi al prescritto Luciano D’Alfonso senza colpo ferire, scappellandosi e profondendosi in inchini ad ogni pubblica apparizione di quei politicamente mentecatti che compongono la giunta regionale, fatta di incapaci privi di una pur minima cultura amministrativa.

I teramani subiscono con olimpica rassegnazione sconcezze politiche che meriterebbero non la semplice galera, bensì l’ergastolo, ma sembra che nulla riesca a svegliarli, nemmeno l’impoverimento progressivo, nemmeno lo stupro urbano, nemmeno il vandalismo istituzionale.

“Teramano” e “fantozziano” sono divenuti a poco a poco sinomini, attraverso un processo di identificazione che se da un lato fa paura, dall’altro spiega la grandezza di Paolo Villaggio che già 46 anni fa, quando il benessere e la prosperità economica arridevano all’Italia, seppe leggere il futuro ed interpretarlo a partire dai difetti caratteriali che gli italiani avevano, ma a che avrebbero impiegato decenni per tornare a manifestarsi patologicamente come già avvenne nel ventennio fascista.

La rappresentazione delle volgarità compendiate nel ragioniere per antonomasia, il disprezzo per la propria famiglia, il turpiloquio onnipresente, il servilismo inscalfibile per i superiori, lo rendono una figura tragica che fa sorridere mentre ci si piange addosso.

La sottomissione congenita al personaggio, l’autoumiliazione costante, lo scusarsi permanente anche quando non ce ne sarebbe alcun bisogno, sono le caratteristiche di un fatalismo inossidabile al quale è ontologicamente impossibile opporsi.

Un archetipo, depurato delle iperboli comico-letterarie, che definisce il carattere italiano in maniera perfetta e sintetizza l’abruzzese medio come meglio non si potrebbe: quanti ne ho visti al bar di concittadini che incontrandomi mi hanno offerto un caffè per ringraziarmi dell’attività di costante opposizione al potere, ma non appena entrava casualmente nel bar l’assessore di turno – del quale dicevano peste e corna pochi minuti prima – subito correvano a salutarlo calorosamente e si offrivano di pagargli il caffè, non preoccupandosi minimamente della figuraccia che rimediavano con il sottoscritto (tanto siamo scesi in basso nella scala della coerenza e della dignità personale).

L’intera fauna dei travet fantozziani offre uno spaccato della società che era molto più comico negli anni ’70, quando la media borghesia godeva di un tenore di vita piuttosto semplice ma comunque soddisfacente e con prospettive di grande miglioramento, mentre oggi prevale il riso amaro e la tragicità di una condizione collettiva senza speranze, piena di ansie, di paure, di perdita del posto fisso. Quadro desolante a cui va aggiunto un ambiente professionale degradato, pieno dei colleghi arrivisti che punteggiano i film di Villaggio, delle colleghe doppiogiochiste, degli ipocriti che fanno carriera, dei donnaioli da quattro soldi, dei leccaculi che diventano direttori generali, dei capiufficio perversi che esercitano un potere sordo e fuori da ogni logica.

E se è vero che tutti qualche volta ci siamo sentiti perseguitati dalla nuvoletta fantozziana, simbolo perenne della sfortuna ad personam, è soprattutto vero che oggi più di allora la famiglia non rappresenta un rifugio dai soprusi, un porto sicuro dallo sfruttamento che la società impone all’individuo.

Fantozzi è solo, calpestato fisicamente e moralmente, privato della reputazione non meno che della dignità, ma non può cambiare il suo destino perché evidentemente il suo masochismo glielo impedisce, il suo carattere lo frena, la sua volontà è assente, il coraggio è una virtù ingiallita nei libri di storia e mitologia. E quindi la sua vita non può che essere abbrutita, abietta, corrotta, imbarbarita, incivile e depravata.

Cioè la stessa che vivono adesso i teramani non meno che gli italiani, i quali ridono di Fantozzi credendolo altro da sé, mentre dovrebbero piangere del Fantozzi che è in loro. 

2 Responses to "Quel Fantozzi che vive in molti italiani e in tutti gli abruzzesi"

  1. Enzo Fidanza   6 luglio 2017 at 6:47

    Analisi lucidissima ed efficace, anche nella comparazione con la realtà teramana. Certo è che se Cicerone avesse conosciuto la nostra realtà politica avrebbe sicuramente riabilitato la figura di Gaio Licinio Verre, da lui definito “il ladro dei ladri” nelle sue Verrine ma in realtà una vera educanda in confronto ai nostri “statisti”.

  2. marcello   16 luglio 2018 at 5:21

    Il post è molto interessante

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