Dal Vangelo secondo Matteo: il regno della finzione

Dal Vangelo secondo Matteo: il regno della finzione

di PAOLO ERCOLANI  –

Renzie e Fonzie - chi fra i due è un coglione
Fonzie e Renzie

La televisione è il regno della finzione. Quello dove l’informazione e la conoscenza vengono ridotte a comunicazione, cioè veicolazione di messaggi strutturati con tempi e modalità atti a produrre consenso, audience, profitto economico.

Il tutto, all’interno di una logica promiscua in cui necessariamente “il vero diventa un momento del falso e il falso diventa un momento del vero” (G. Debord), ad esclusivo discapito della verità e dell’utente davanti allo schermo.

La politica, invece, dovrebbe essere quella dimensione in cui ci si fa carico dei problemi concreti ed effettivi delle persone, dove interpretazioni difformi di quei problemi si contendono il favore popolare in vista di un obiettivo comune: tentare di risolverli in nome dell’accrescimento del benessere collettivo.

Da ciò risulta evidente come mondo dello spettacolo e mondo della politica (ma anche della conoscenza e dell’informazione) dovrebbero procedere quanto più possibile separati, incrociandosi soltanto nella misura in cui interagendo possano risultare funzionali al benessere e al progresso sociale.

Il problema è che le cose non sono andate così. Di certo non da oggi. Ma anzi, come rivelò David Lyon in un illuminante libro alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso (“The Information Society”, Cambridge-Oxford 1988), in maniera lenta ma inesorabile il mondo dello spettacolo ha colonizzato quello della politica. Il linguaggio di quest’ultima, la sua organizzazione, le modalità di ricerca del consenso e perfino il rendiconto al popolo di quanto effettivamente realizzato, tutto questo ha assunto la modalità dominante della finzione mediatica.

Certo, già Machiavelli nel 1500 aveva svelato che la politica è “ars dissimulandi” (arte di fingere, appunto), ma non v’è dubbio che ai nostri tempi, grazie alle nuove tecnologie, abbiamo assistito a un determinante salto qualitativo: non è più la politica a utilizzare l’arte di fingere, ma è quest’ultima a dominare in ogni settore e a decidere, quando le fa comodo, di declinarsi anche ed eventualmente in termini politici.

Come fece il re italiano delle televisioni (Berlusconi) costruendo una straordinaria macchina del consenso strutturata attraverso criteri esclusivamente spettacolari (rivoluzione italiana, un milione di posti di lavoro, distruzione del fantomatico pericolo comunista). Come oggi fa Grillo, giocando su vuoti slogan della comunicazione e del marketing (onestà, lotta contro la casta, utopia della democrazia diretta e del governo dei cittadini).

Da questo punto di vista Renzi avrebbe potuto, ma non ha voluto, rappresentare un’eccezione. Rivelandosi, anzi, come il distruttore spettacolare dell’ultima identità politica rimasta (socialismo, o socialdemocrazia che dir si voglia), allo scopo di generare un partito di cui oggi si coglie molta dell’inconsistenza, soprattutto di identità, di spessore teorico e culturale, e quindi di credibilità rispetto a un progetto credibile e a una visione di Paese degni di questo nome.

Senza contare che, fatto storicamente accertato, inseguire la Destra sul suo terreno, e oggi anche la demagogia del nulla spettacolare (impropriamente chiamata “populismo”), significa soltanto portare acqua al mulino di tutti gli altri che non sono la Sinistra stessa. In questo senso, a poco vale la finzione tutta spettacolare con cui Renzi proclama di aver vinto e di stare procedendo verso le magnifiche sorti della riconquista di Palazzo Chigi e, soprattutto, della ricostruzione di un Paese allo sbando.

E qui arriviamo al vero problema, che non è evidentemente Matteo Renzi (lui ne è un effetto, come gli altri personaggi suddetti). Il problema di un Paese irrilevante sul piano internazionale, che subisce supinamente le regole imposte da Bruxelles vedendo, in questo modo, le proprie banche fallire, i propri cittadini perdere il lavoro e i diritti, le proprie imprese fallire strozzate da una burocrazia mastodontica, da tasse eccessive (e mal utilizzate), e in generale da un clima di disagio e sfiducia che non alimenta la salute dell’economia.

La politica, di fronte a tutto questo che è il risultato del dominio incontrastato della finanza internazionale e delle sue istituzioni non democratiche (Fmi, Banca mondiale, Ocse, Banca europea), si nasconde dietro allo schermo della finzione, degli slogan, delle misure di corto respiro e, in generale, di un tentativo di conquista del consenso ma non di rappresentanza delle istanze dei cittadini.

A Matteo Renzi e al suo vangelo di riforme promesse, politiche demagogiche e controproducenti (80 euro, abolizione indifferenziata dell’Imu), leggi dichiarate incostituzionali o che hanno prodotto risultati pessimi (riforma costituzionale ed elettorale, job’s act, etc.), ad oggi non c’è alternativa sostanziale e credibile. A meno di non voler considerare tale la Destra di un Berlusconi bollito e incalzato dagli estremismi di Salvini e Meloni. O il Movimento 5 stelle che malgoverna un po’ ovunque ed è incapace perfino di acquisire un’identità definita e un programma di governo chiaro e percorribile. Per non parlare dei satelliti a sinistra di Renzi, su cui stendo un velo pietoso per umana compassione.

Tutto questo la dice lunga sullo stato della politica e del nostro infausto Paese. Quello in cui la finzione e lo spettacolo, in nome del dio Mercato, si sono impossessati di ogni ganglo vitale del tessuto sociale. Così che l’unico vangelo a risultare determinante e vincente è quello della teologia tecno-finanziaria. 

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Il filosofo Paolo Ercolani

10 Responses to "Dal Vangelo secondo Matteo: il regno della finzione"

  1. Antonio M.   30 giugno 2017 at 16:09

    La sua disonestà intellettuale è disarmante oltre che vomitevole! Si documenti e studi prima di dire cretinate senza nessun fondamento sul m5s. Questo Paese non potrà mai riprendersi finchè c’è gente che nega l’evidenza dei fatti come fa lei in modo così vergognosamente miope.

  2. Carlo   30 giugno 2017 at 16:12

    Per il Sig. Maitino: ma non sarà lei ad avere i prosciutti davanti agli occhi? Sembra di tornare ai tempi di Berlusconi, lei sembra un fanatico sostenitore. Ha fatto un viaggetto a Roma nell’ultimo anno? Sembra tornata indietro di cinquant’anni…Non basta l’onestà: occorre l’efficenza!

  3. Carletto di qua' Carletto di la'   30 giugno 2017 at 20:46

    Per il sig. Carlo di cui non faccio il cognome, per prudenza. Si scrive efficienza e non “efficenza”, ma d’altronde le “i” di troppo della Fedeli l’avranno turbata per cui avrà risparmiato.
    Immagino che anche la sua esternazione sia suffragata da solide basi, avendo preso spunto probabilmente dall’efficienza( con la “i”) della ineguagliabile amministrazione teramana di cui sono certo ne è sostenitore. Non faccia giri a Roma bendato. Faccia un giro a Teramo, con gli occhi aperti.

  4. Giuseppe   1 luglio 2017 at 10:27

    Per Carletto di qua’ Carletto di la’.
    1) qua: non si scrive apostrofato ma senza alcuna grafia aggiuntiva
    2) là: non si scrive apostrofato ma con accento grave, come ho fatto io
    3)Lei scrive “della ineguagliabile amministrazione teramana di cui sono certo ne è sostenitore” , la particella ne è francamente di troppo

    Saluti!

  5. Giuseppe di qua Carletto di là   1 luglio 2017 at 11:22

    Per il sig Giuseppe, gli accenti sono importanti!!!! Se avesse la stessa attenzione agli “accenti” della devastazione in atto di questa città oltre che del paese farebbe un servigio alla sua altezza.
    Saluti!

  6. incredulo   1 luglio 2017 at 12:51

    se l’ortografia e la grammatica fossero sinonimi di conoscienza ed efficienza Teramo sarebbe priva di assessori. Vedi assessore alla cultura

  7. Giuseppe   1 luglio 2017 at 13:15

    Non sarebbe male affatto ripartire da zero e ciò implicherebbe appunto una buona conoscenza della lingua italiana, prima ancora che un dignitoso bagaglio culturale, una specchiata moralità ed un’assoluta dedizione al proprio lavoro.
    Questo, nel mio piccolo, il contributo che posso offrire, il suggerimento di tornare sui libri, studio studio studio e solo in seguito dedicarsi alla gestione del bene comune, attività talmente seria che a mio parere presupporrebbe anche la conoscenza degli accenti.

  8. Giuseppe di qua Carletto di là   1 luglio 2017 at 17:16

    Un mero errore di battitura non poteva che far emergere un così attento e meticoloso accademico della crusca ( non quella che si da ai maiali), forse più ( o piu’?) consona al livello dell’articolo!
    Che tristezza e penosa argomentazione. Tipica di chi fa solo sterili chiacchiere. Lo studio ha portato i suoi frutti. Ha dato comunque prova della sua ineguagliabile cultura (o coltura?) rispondendo sull’argomento che era imperniato sull’accento, questo sconosciuto, ed è (o e’) rimasto in tema, l’unico che ha.

  9. Giuseppe   1 luglio 2017 at 18:17

    Non vedo cosa ci sia di triste e penoso nell’auspicare una classe dirigente colta, precisa, motivata ed onesta. Tutto qui in sintesi.
    Il la (senza accento, nota musicale) alla digressione grammaticale me l’ha offerto lei stesso quando ha punzecchiato il Sig. Carlo in merito ad efficienza/efficenza…perché tanta acribìa? non poteva considerarsi anch’esso “mero errore di battitura” ?
    Rispetto il suo pensiero ma dissento sulla presunta sterilità delle chiacchiere.
    Poco proficuo continuare, si entrerebbe in un diallelo vano.
    Cordialità!

  10. Blade Runner   2 luglio 2017 at 1:43

    Acciderbolina!!!

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