Guns N’ Roses: Il cuore, l’anima e i coglioni di una grande rock band

Guns N’ Roses: Il cuore, l’anima e i coglioni di una grande rock band

di Antonio Gambacorta  –

Guns 1
I Guns N’ Roses

Per fortuna sono nato negli anni ’70. Alla fine degli anni ’70, ma comunque ci sto dentro e posso dire con orgoglio di esser nato in quello che è stato il decennio in cui la musica ha toccato vertici altissimi. Almeno la musica Rock. È quindi con profondo rammarico che prendo atto di una degenerazione che fa schifo.

Da più di vent’anni, almeno per il sottoscritto, è in corso una vera e propria guerra contro la musica, tutta. Assistiamo inermi ad una pagliacciata colossale.

Pagliacciata che si mostra guardando ad esempio i video di “nipoti” dei grandi Blues Man (uomini che hanno rivoluzionato ed amplificato la musica popolare, dando vita a tutto ciò che ascoltiamo oggi) atteggiarsi, vestirsi e muoversi come i peggiori tamarri ricchi e cafoni, ma soprattutto bianchi, senza un minimo di dignità, senza amore per le proprie radici fatte di umiltà e battaglie per i diritti civili.

Pagliacciata che si palesa nel leggere e vedere presunte icone femminili nel campo musicale, quando invece sono solo ragazze senza alcun talento o messaggio da regalare all’arte, buone soltanto a fare a gara a chi fa il video più spinto ed ai limiti della pornografia (ad Etta James non è mai servito scoprire il culo e dimenarlo di fronte ad una telecamera per avere un minimo di attenzione).

Pagliacciata che si evidenzia nel vedere ragazzi travestiti da rocker o da metallari che dir si voglia, che scimmiottano senza fortuna chi il Rock lo ha inventato, vissuto ed arricchito, con risultati pietosi, imbarazzanti.

Potrei descrivere la quasi totalità della “musica” che le major e le tv ci propinano, con lo stesso atteggiamento. Perchè comune denominatore di tutto, è proprio il suono stesso. È tutto piatto, finto, plasticoso, noioso ed artefatto. Non serve competenza musicale o conoscenza delle tecniche e tecnologie usate negli studi di registrazione per rendersene conto. Basta ascoltare tutta la “musica” propinata, con un pizzico di attenzione, e si nota immediatamente che è perfetta, priva di vuoti e di respiro, piena, sempre piena, dall’inizio alla fine del brano.

Sono un chitarrista, chiunque suoni può confermare che lo strumento risponde al tuo tocco, e trasforma le tue emozioni in musica. Ora, per quanto un musicista voglia essere perfetto durante l’esecuzione di un pezzo, ciò che dona al brano stesso profondità e carica emotiva è proprio l’impercettibile imperfezione tra un accordo ed un altro. Il respiro di un sassofonista cambia tra la prima e la quarta strofa di un brano, ed è questo che conta, che fa la differenza.

Ed invece lo spettacolo pietoso continua, senza sosta. I pagliacci di cui ho parlato prima fanno pure i concerti! In playback ovviamente, perchè dal vivo non puoi giostrare con il pc e trasformare una campana rotta in Diane Shure. Sono costruiti a tavolino, sono progetti televisivi, non musicali. A confronto, quei quattro imbranati dei Sex Pistols sono dei geni musicali inarrivabili!

Ormai mi sono rassegnato a conviverci, cercando il più possibile situazioni, concerti ed eventi dove ciò che conta è la Musica, quella vera. Mi spiace solo per le nuove generazioni, che a causa della tecnologia, hanno tutto a disposizione, subito. E così si mischia tutto, musica buona e di merda, tutto a portata di touch, tutto da scaricare o ascoltare trenta secondi e condividere; ma perdono la scoperta, la relativa ricerca e l’emozione quando finalmente hai in mano il Sacro Graal del momento.

La mia vita è stata sconvolta in maniera irreversibile e completa a causa della musica per tre volte. Avevo sette anni, quando iniziai a chiedere a mio padre di cambiare stazione alla radio in macchina e quello fu il primo sussulto dei miei gusti musicali. Mio padre non è mai stato un gran cultore di musica, ma una cosa la sapeva e me la ripeteva in continuazione: “I più grandi sono stati i Beatles, non ci piove”.

Così, dopo mie insistenze, mio padre si procurò una “cassetta registrata”, che conteneva una decina di successi dei mitici Fab Four. Io quella cassetta l’ho letteralmente tritata, nel giro di qualche mese. Sì, perchè per chi non lo sapesse, o non l’avesse vissuto, le musicassette dopo un po’ che “giravano”, tra sterei e supporti diversi, distruggevano il nastro. La mia prima cassetta dei Beatles aveva in scaletta: Penny Lane, Help, Paperback Writer, Yesterday, Love Me do, There’s A Place e Let It Be.

La seconda cassetta dei Beatles su cui misi le mani me la regalò mio cugino Ivan di Cesare, e fu lì che rimasi sconvolto per la prima volta. Conteneva una Greatest Hits scelta e “passata su cassetta” da Ivan, che comprendeva brani come Come Toghether, Don’t Let Me Down e soprattutto Twist and Shout.

Ascoltare la voce di John Lennon, rotta e roca, sporca ed aggressiva, fu uno shock pazzesco, una rivelazione; fu capire che si può spingere sull’acceleratore, nella musica, senza aver paura di schiantarsi da qualche parte, perchè il rischio non c’è. Perchè nell’arte in generale si può e si deve osare, e spingersi più in la senza freni o inibizioni.

Ero ormai rapito, conquistato e completamente fuori di testa per la musica Rock. Successivamente, iniziai a cercare e scambiare cassette con gli amici del quartiere e di scuola, con grande fatica. Conobbi i Pink Floyd, gli Who ed i Rolling Stones solo per citarne alcuni, e sentivo che la mia vita si arricchiva sempre più, grazie alle loro canzoni ed ai poster che man mano riempivano le mura della mia camera.

Fu sempre a causa di mio cugino Ivan che fui sconvolto ancora, terribilmente. Avevo dieci anni, ed ero a casa sua, solo con lui. Già questo era terrificante per me, in quanto io ero il cugino più piccolo, quindi una sorta di marionetta nelle mani dei cugini più grandi, sempre pronti ad utilizzarmi come fantoccio per allenamenti di boxe o peggio ancora… Eravamo in camera sua ed io sbavavo per il suo stereo, aveva doppia piastra, lettore cd, piatto, amplificatore e due enormi casse ai lati.

Io avevo il walkman con le cuffie che non facevano bene contatto… e basta. Mentre ero perso a guardare tutti i tasti dello stereo, di cui non sapevo nemmeno lontanamente l’utilizzo, Ivan mise su un disco in vinile, lo fece partire, e spense la luce! Ero terrorizzato, al buio, e mi aspettavo da un momento all’altro che mi saltasse addosso o che mi facesse qualche scherzo. Invece, dallo stereo iniziarono a diffondersi per la stanza le note di “No Quarter” dei Led Zeppelin! Per tutta la durata del brano tremavo come una foglia e provavo qualcosa di simile ad uno stordimento, tanta era la meraviglia mista a paura.

Non immaginavo potesse esistere una musica così. Col senno di poi, la descriverei come arcaica, profonda e terrificante, immensa. Quando alla fine del brano riaccese la luce, io scappai via scosso, sconvolto. I Led Zeppelin, avrebbero segnato la mia vita per sempre. Lo implorai per avere una cassetta degli Zeppelin, e stranamente mi accontentò quasi subito, aggiungendone altre tre di cassette, una di Jimi Hendrix, una dei Jetro Tull ed una della mitica Premiata Forneria Marconi. Grazie Ivan, ti devo veramente tanto.

Ero quindi un dodicenne appassionato di musica Rock, fan sfegatato dei Led Zeppelin, che litigava coi suoi coetanei quando si discuteva su chi fosse la Band migliore, il cantante migliore, il chitarrista migliore o il brano più bello. Man mano che cresceva la mia piccola cultura musicale, quantomeno la cultura Rock, mi rendevo sempre più conto che le mie preferenze erano orientate verso Band che avevano le loro radici negli anni ’60 o ’70, e non contemplavo i contemporanei.

Non lo facevo perchè a 12 anni noi maschietti iniziamo a fare così, ad essere testardi e non ascoltare minimamente le opinioni dei coetanei, credendoli troppo stupidi per darci consigli, poi si cambia e si matura un po’… non tutti purtroppo. Io però sono sempre stato curioso, pronto a battermi per le mie idee, ma ascoltando prima quello che gli altri avevano da dire. E per fortuna!

È così che sono stato felicemente sconvolto per la terza volta. Vicino casa mia abitava ed abita ancora un caro amico, Mirko Di Stefano. Mirko è uno dei più grandi cultori di musica Rock che io conosca, la sua competenza alle volte è sconcertante. Davvero conosce vita, morte e miracoli di centinaia di Band sparse in tutto il globo e possiede la più imponente collezione di musicassette, CD e vinili che abbia mai visto.

Mirko ha qualche anno più di me, e quando si è adolescenti anche un solo anno fa la differenza tra uno che è “piccolo” ed uno invece “grande”, così non fu semplice chiedere di poter andare a casa sua un pomeriggio, per ascoltare un po’ di musica insieme. Tuttavia, dopo qualche settimana di insistenze, Mirko mi invitò da lui. Appena entrai nel suo “studio”, fui sopraffatto dalla quantità di cassette e Cd perfettamente stipati in un mobile alto, e dai poster e dalle foto attaccate ovunque. Sembrava di essere in un tempio, anzi, per me era proprio il Tempio del Rock!

Tra tutti i poster ce n’era uno in particolare che attrasse la mia attenzione e mi rapì completamente. Cinque ragazzi, capelli cotonati, giubotti di pelle e stivali a punta, con in mano sigarette e bottiglie di bourbon; le loro facce erano stralunate ed avevano uno sguardo vuoto.

“O Mi’, ma chi cazzo so’ sti tossici?”.

“Quelli sono i Guns ’n’ Roses, se non li conosci ti meno!”.

Così mi presi una bella scarica di mazzate (come era giusto), però poi Mirko mise su il loro primo disco “Appetite For Destruction”, e tra un assalto a furia di cazzotti e l’altro, lo ascoltammo tutto… tre volte. La potenza, la furia, i riff che si susseguivano senza soluzione di continuità picchiavano molto più duro di Mirko. Ero sopraffatto dalla potenza sonora che quei cinque “tossici” riuscivano a produrre, non potevo crederci.

Il drumming di Steven Adler, coadiuvato dal basso di Duff McKagan e dalla mostruosa chitarra ritmica di Izzi Stradlin creavano un tappeto perfetto dove la chitarra solista di Slash poteva correre e spaziare ovunque, ricordando Jimmi Page, alle volte Jimi Hendrix o Richie Blackmore, ma rimanendo sempre personale, potente ed al servizio della musica.

E poi la voce, quella voce. Non avevo mai sentito niente di simile. Sembravano tre, quattro cantanti in uno solo. Il timbro che cambiava in continuazione, pescando tra le fiamme dell’Inferno fino a salire alta, ad infastidire gli Dei dell’Olimpo, una voce disperata e roca, fatta di ruggine e sofferenza, indomabile e pericolosa. Axl Rose.

Tornai a casa sconvolto, ancora una volta. Inutile che vi parli dell’ascesa e della discesa dei Guns ’n’ Roses, è una storia talmente presente nella cultura popolare che la conoscono praticamente tutti, ed ognuno si è fatto la sua opinione in merito. Personalmente sfido chiunque a ritrovarsi, nel giro di pochi mesi, dal suonare nei pub ad essere la più osannata Band del mondo, senza subirne le conseguenze. Nel caso dei Guns, la conseguenza è stata il loro scioglimento dopo solo cinque album (anzi quattro, perchè uno è solo una raccolta di cover inutili), le relative cause legali e le promesse di guerra eterna tra i membri stessi della Band.

Insomma quella che era la Rock Band più pericolosa, furibonda ed efficace dai tempi degli Zeppelin, non c’era più, e questo non fece che accrescere in me l’adorazione per quei ragazzi, facendoli diventare una sorta di animali mitologici di cui erano cantate le gesta, e che potevi ascoltare solo su CD  e vedere VHS. Nelle loro date italiane del Tour di Use Your Illusion, avevo 15 anni ed ovviamente non mi fu permesso di andare, sicché per me in tutti questi anni sono stati più che mitologici.

Quando lo scorso anno sono tornati insieme non ci ho pensato nemmeno per un secondo ed ho comprato il biglietto, 10 giugno 2017 Autodromo Enzo e Dino Ferrari, Imola.

Ed eccomi qua, seduto su uno dei sedili della Rivazza, ad aspettare che inizi lo show dei “miei tossici”, mentre Phil Campbell prima ed i grandiosi Darkness poi, scaldano le oltre 90.000 persone che affollano l’autodromo. Ciò che provo è un mix di emozioni contrastanti. Ovviamente sono teso, perchè il solo fatto di essere presente ad un concerto dei Guns dopo 24 anni dall’ultima volta che hanno suonato insieme è emozionante, ma anche rilassato proprio perchè ci sono, non ho perso l’occasione.

Poi sono in ansia, perchè per essere i Guns ’n’ Roses, devi essere giovane, arrabbiato ed in guerra con la società ed il mondo. Tutte cose che purtroppo crescendo magari non cambiano, ma assumono altre forme e si manifestano in altri modi. Inoltre, dentro la mia testa risuona una frase che è stata usata ed abusata in maniera incontrollabile riguardo alla reunion, “Operazione Commerciale”. Non me ne sono mai preoccupato più di tanto, in quanto per me il solo fatto di rivederli insieme suonare anche solo un brano sarebbe abbastanza, qui mi aspetta un intero concerto.

La preoccupazione più grande però, rimane Axl Rose. Il front-man è un Dio del Rock, ed in quanto tale è una figura estremamente controversa. Capace di annullare concerti dopo pochi minuti dall’inizio, oppure di presentarsi dopo due ore dall’orario prestabilito, ma soprattutto…riuscirà ad essere Axl Rose? A 55 anni? Quando ci ripenso la paura mi attanaglia, non riuscirei a sopportare di vedere in frantumi quello che per me è un mito inarrivabile, ci starei male per giorni, mesi, o forse per sempre.

Ci siamo, i maxischermi non proiettano più nulla, il palco è buio ed una voce fuori campo tuona: “From Hollywood Guns – And – Roses!”.

Non descriverò la scaletta, e non mi soffermerò a fare la telecronaca del concertro brano per brano, trovate tutto su internet perfettamente raccontato da dei veri giornalisti. Quello che mi importa raccontare è la potenza, la furia ed i riff che si sono susseguiti senza soluzione di continuità, ancora, come quasi trent’anni fa.

Perchè personalmente ho assistito all’esibizione di una delle Band più cazzute, toste e cariche di una spinta indomabile, presenti sul pianeta. Niente artifici o fronzoli, niente trovate tecnologiche sul palco, niente cazzate insomma, solo musica Rock in quantità devastante. Mai mi ero trovato davanti a tanta energia in vita mia.

Ho assistito ad un livello di professionismo altissimo, la spinta era palpabile. Nessuna operazione commerciale, non si fanno concerti di quasi tre ore con quella spinta, se vuoi soltanto fare soldi; non ci si dona totalmente e senza freni, se quello che vuoi è un risultato facile. I Guns si sono donati completamente e ci hanno abbronzati a dovere.

Axl è stato grandioso, le prime due ore di concerto sembrava di essere nei primi anni ’90, poi ovviamente ha giocato di tecnica e di esperienza, ma è sempre stato al top. Oltretutto è stato sempre sereno e sorridente, lui che aveva sempre un atteggiamento da catastrofe imminente, velenoso, ha scambiato invece sorrisi ed ammiccamenti col pubblico, cosa che mi ha regalato una grande gioia.

Slash, ha fatto lo Slash per tutto il concerto! Lui è “L’Uomo Tiro”, ovvero qualsiasi nota fa, la fa con un’energia pazzesca. Inoltre, la sua sagoma col cilindro in testa e la Les Paul tra le braccia è ormai parte dell’iconografia mondiale.

Dizzy Reed e la giovanissima Melissa Reese, rispettivamente al piano/organo Hammond e tastiere hanno dato il loro contributo con grande senso della musica, senza essere mai invadenti.

Frank Ferrer alla batteria è un mostro. Cassa, rullante, un tom e due timpani gli sono bastati per farmi passare la nostalgia di Steven Adler.

Richard Fortus alla seconda chitarra è un ossimoro… musicista sensazionale e di grande esperienza, con un suono pastoso e “pulito” rispetto a quello della chitarra di Slash, connubio perfetto.

Duff McKagan, migliore in campo, immenso. Il “klan” che tira fuori ad ogni nota suonata col plettro sul basso è termine di paragone ormai in tutti gli studi di registrazione del mondo. Inossidabile e sempre presente. Se sei un bassista rock, vuoi un suono alla Duff McKagan, anche se non lo dici ad alta voce.

Infine voglio confortare tutti coloro che si stanno sperticando in dietrologie varie, del tipo: “Avete regalato soldi a chi è già ricco di suo”, “Pagate 100 euro per vedere una Band bollita ma se ci sono da tirare fuori 5 euro per un concerto di sconosciuti vi fate indietro”, “Non ne valeva la pena, lo fanno solo per affari”.

Beh, magari avete ragione. Ma rimane il fatto che è stato un concerto grandioso, suonato a livelli di professionismo altissimi e senza fronzoli. Vedere tanti adolescenti, tante signore di oltre 50 anni con la maglia smanicata, e tante famiglie con i figli al seguito è una cosa emozionante ed a suo modo educativa.

Magari, qualche coscienza si sveglia, e qualche adolescente si renderà conto di cosa vuol dire suonare, sudare ed esibirsi davvero. E questo, a mio modesto parere, fa bene a tutti noi altri che nel Rock ci crediamo ancora, e che ci barcameniamo per riuscire a promuovere la nostra musica.

I Guns hanno riportato indietro le lancette degli orologi, dandoci dentro di brutto, senza playback, senza trovate tecnologiche, senza quei cazzo di dj set. Soltanto con il cuore, l’anima, e tante, tante palle.

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I Guns N’ Roses

3 Responses to "Guns N’ Roses: Il cuore, l’anima e i coglioni di una grande rock band"

  1. Alessio   20 giugno 2017 at 11:35

    Sci Antonio ma.dici pure che io e banana a.Modena nel 92 ci eravamoooo

  2. Eleonora   20 giugno 2017 at 11:59

    Articolo grandioso!!! Io sono del 1979, e idolatro i Guns e Axl in particolare dal 1993. Ovviamente ero ad Imola e non avrei saputo spiegare meglio ogni secondo di emozione, di botte al cuore, di pelle d’oca.
    Rimangono i “miei” Guns di allora.

  3. Wolframio   20 giugno 2017 at 13:16

    Bellissima descrizione.. come tutti anche io ho sempre ascoltato i guns sapendo che mai li avrei visti dal vivo.. sciolti e separati definitivamente…!!

    Essere la in seconda fila a 5 metri da slash, axl e duff è stato incredibile… a 10 giorni di distanza non ci credo ancora..

    Di gran lunga il miglior concerto che abbia mai visto..!

    Spero esca il dvd ufficiale.. lo consumerò come fosse un’audiocassetta…!!!!

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