Grande Pescara: Luciano D’Alfonso stupratore della volontà popolare (mille giorni e 45 milioni di euro gettati alle ortiche)

Grande Pescara: Luciano D’Alfonso stupratore della volontà popolare (mille giorni e 45 milioni di euro gettati alle ortiche)

di Christian Francia  –

Luciano DAlfonso - Persiflage elettorato
Luciano D’Alfonso: un vulnus per la democrazia

Quando sento ripetere che la politica è il terreno del compromesso, della mediazione e del possibile, mi rendo conto che questo è vero nella misura in cui la classe politica sia di qualità, abbia doti rilevanti, una certa onestà di fondo, un minimo di coerenza, un po’ di pudore e di vergogna.

Ma parliamo del vecchio millennio, perché la caratura media dei politicanti degli anni 2000 è pari a quella della più becera tifoseria calcistica. Pertanto non può esistere alcuna speranza di invertire il declino italiano (e soprattutto abruzzese) fino a quando i cittadini non rimetteranno al centro della loro attenzione la cura per gli interessi pubblici.

La più grande palla al piede degli abruzzesi oggi si chiama Luciano D’Alfonso, un figuro che mena vanto di stuprare sovente la legalità e che da troppo tempo è finanche uno stupratore della volontà popolare, per essere ferocemente avverso alla fusione dei Comuni di Pescara, Montesilvano e Spoltore, sancita con il referendum del 25 maggio 2014.

Seguo le gesta e le parole di Luciano D’Alfonso come uno juventino segue la Champions League, e mi sono fatto convinto che il governatore dell’Abruzzo sia vittima di una forma di narcisismo compulsivo che si sviluppa secondo uno schema ripetitivo.

Il narcisista solitamente non ascolta nessuno e quando sono gli altri a parlare lui smania per dire la propria, nella convinzione di stregare gli ascoltatori. Purtroppo credo che il narcisista non sia affatto vanitoso, quanto piuttosto una persona profondamente sola e infelice perché cancella il prossimo e alla fine anche se stesso.

D’Alfonso si parla addosso, è incontinente, verboso, prolisso, logorroico e inconcludente. Una iattura senza precedenti per questa nostra povera regione. Eppure sembra che gli abruzzesi non se ne rendano conto, che siano anestetizzati dal suo eloquio e dalla naturale repulsione che la politica oggi genera a tutti i livelli.

È così preso da se stesso e dalla foia di farsi eleggere in parlamento, il governatore, che non riesce ad accorgersi quanto gli avrebbe giovato approvare subito la legge regionale di fusione dei tre Comuni nella Grande Pescara (cioè a dire sessanta giorni dopo il referendum popolare del 25 maggio 2014).

Da quella data sono trascorsi ormai mille giorni e sono andati persi 45 milioni di euro (importo calcolato in base allo studio di fattibilità elaborato dal comitato referendario, cui vanno aggiunti ulteriori finanziamenti appena previsti nell’ultimo decreto approvato dal governo Gentiloni che aumenta ancora le risorse per le fusioni di Comuni).

Il contatore corre inesorabile (pescaramontesilvanospoltore.it) e la politica dei rinvii ha fatto trascorrere invano tre anni dal referendum che ha sancito la volontà popolare di fondere i tre Comuni in un unico Ente. Non solo il 64% dei cittadini si è espresso a favore della fusione (fra i residenti pescaresi si è raggiunto un plebiscitario 70%), ma la quasi totalità delle associazioni di categoria e delle forze politiche si è dichiarata favorevole.

L’istituzione di una città di 200.000 abitanti è un evento unico nella storia d’Italia che avrebbe risonanza nazionale e fungerebbe da volano di marketing territoriale, facendo risalire l’immagine e la reputazione di una regione che appare arretrata agli occhi del mondo.

I residenti che vivono da decenni i problemi dovuti al frazionamento amministrativo di un’area complessa e da lungo tempo integrata hanno espresso a larga maggioranza la loro volontà, ma la Regione persevera nel non procedere alla doverosa attuazione dell’indicazione democratica.

La frattura, la distonia, lo iato fra la sovranità popolare e le stanze dei bottoni (dove il governatore cucina le sue alchimie) sono divenuti talmente grandi che oramai si può parlare a buon diritto di stupro della volontà popolare perpetrato scientificamente in dispregio della Costituzione, delle leggi nazionali e delle leggi regionali.

Un delitto politico che sembra non indignare nessuno, perché D’Alfonso è nel pieno dei suoi poteri e disturbarlo proprio ora che è al comando potrebbe suscitare vendette e rappresaglie che il gregge abruzzese non sopporterebbe. Per questo il pecorame belante tace sotto il tallone antidemocratico del governatore sedicente democratico.

Possibile che non ci sia qualcuno che gliene canti quattro al nemico della legalità? Possibile che un’intera comunità debba tacere e subire l’imposizione di un governatore che pensa solo ai suoi interessi di bottega politica, calpestando così platealmente gli interessi generali?

Non solo la fusione della Grande Pescara avrebbe già dovuto essere legge concretamente attuata, ma sarebbe persino opportuno lanciare un referendum ancor più ambizioso per la costituzione di una Città metropolitana Pescara-Chieti che comprenda almeno anche i Comuni di Francavilla, San Giovanni Teatino e la stessa Chieti.

Un’ipotesi lungimirante che creerebbe un’area metropolitana in grado di competere con le grandi realtà italiane ed europee in termini di attrazione di investimenti, turismo, semplificazione e risparmio, senza contare che rappresenterebbe la seconda realtà demografica dell’intero Adriatico (seconda solo a Bari).

E invece niente. Siamo completamente fermi, piantati. Lungi dal voler dare una declinazione istituzionale a quella domanda di maggiore qualità dei servizi, di efficienza e di efficacia che i cittadini vorrebbero, Luciano D’Alfonso aborre sia la legge regionale di fusione dei tre Comuni sia l’avvio di un sistema di cooperazione nei settori dei servizi pubblici locali, dell’urbanistica, dei trasporti, della tutela ambientale, della promozione turistica, ecc.

I minori costi delle funzioni amministrative e delle strutture tecniche, uniti alle maggiori entrate dovute alle premialità previste dalle leggi in favore delle fusioni, avrebbero fruttato ad oggi 45 milioni di euro che sarebbero stati un turbo per gli investimenti locali, senza contare la deroga di tre anni al patto di stabilità pure prevista per i Comuni che si fondono.

Si sarebbe dovuto assolvere ad un obbligo non solo legislativamente sancito, ma ad un obbligo democratico ineludibile certificato dal referendum popolare, per questo è squallida e vergognosa la logica dilatoria attuata da tre anni da quel “vulnus umano alla democrazia” che porta il nome di Luciano D’Alfonso.

Pescara quest’anno festeggia i 90 anni dalla sua nascita, eppure la lungimiranza di Gabriele D’Annunzio – che nel 1927 riuscì a far costituire il comune di Pescara con l’unione dei due centri ivi esistenti e riuscì inoltre a far istituire il nuovo Comune quale capoluogo dell’omonima provincia – è lontana anni luce dalla miopia dello stupratore della volontà popolare.

3 Responses to "Grande Pescara: Luciano D’Alfonso stupratore della volontà popolare (mille giorni e 45 milioni di euro gettati alle ortiche)"

  1. ernesto albanello   13 giugno 2017 at 0:10

    resto della opinione che questa regione ha un cancro devastante che si chiama campanilismo: così come Pescara, Chieti, Francavilla, Montesilvano, Spoltore dovrebbero fondersi, alla stessa stregua un’altra fusione urgerebbe che si facesse tra Teramo e L’Aquila ed altri comuni del circondario, in quanto è chiaro ed evidente che un traforo costosissimo e vessatorio per le tasche di chi ha la ventura di circolarvi, avrebbe una giustificazione qualora servisse da bretella per due città che sono raggiungibili nell’ordine dei trenta minuti. Qualcuno dirà: ma lì ci sono le montagne! Allora non si obietti alla constatazione che vengono fatti due pesi e due misure a seconda se il ragionamento riguarda un territorio prossimo alla costa o se invece fa riferimento all’area interna e montana.

  2. ernesto albanello   13 giugno 2017 at 0:34

    ho da aggiungere ancora che quanto ho detto nel commento precedente non si attuerà mai per la stessa ragione per cui al livello salottiero si è argomentato sulle macro regioni, ipotesi che non ha trovato alcuna rapida attuazione per un dettaglio piccolo piccolo: fondere vuol dire tagliare poltrone e questo non garba a coloro che dovrebbero accompagnare tale processo perché potrebbero essere i primi a rimetterci o ad essere giustiziati dall’amico del partito che non ti perdonerà mai di avergli “tagliato le gambe”: altrimenti Marche Abruzzo Molise Umbria hanno una popolazione che si equivale a quella del Lazio: si costituisca questa regione “macro” con capoluogo Perugia e riduciamo le pletore di finti consiglieri e di falsi assessori. Troppo intelligente per essere applicato!

  3. oberdan   14 giugno 2017 at 10:30

    la grande pescara ha avuto la maggioranza assoluta in tutti e 3 i comuni nonostante fossero contrari i partiti di destra sinistra e centro. Unicum nell’italia dei campanili dove addirittura ci si fa’ la guerra tra contrade e frazioni dello stesso comune.

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