Totò Riina: la Mafia siamo noi!

Totò Riina: la Mafia siamo noi!

di PAOLO ERCOLANI  –

Riina - La storia siamo noi
L’Italia è una Repubblica fondata sulla Mafia

Spesso e (purtroppo) volentieri ci dimentichiamo che l’Italia è nata grazie al “patto fra i gentiluomini”. I cui contraenti furono la ricca borghesia del nord e i grandi latifondisti del sud (ossia la Mafia).

Possiamo chiamarlo il “peccato originale” del nostro Paese, il marchio indelebile che non si è limitato a caratterizzarne tutta la fase monarchica e poi della cosiddetta “prima Repubblica”, ma che sta provocando effetti seri e preoccupanti anche sulla seconda o terza che dir si voglia.

Pur di sconfiggere lo Stato Pontificio, che non si faceva scrupolo alcuno ad invocare la protezione delle potenze straniere per mantenere la sua esistenza (leggi: impero austro-ungarico), e pur di costituire uno stato nazionale in un luogo geografico strategico, il paese dominante nell’Ottocento (l’Inghilterra) non esitò minimamente a “forzare” tempi e modi dell’unificazione italiana, fornendo appoggio alla ricca e illuminata borghesia del nord e coinvolgendo le forze più reazionarie e criminali del meridione.

Queste ultime, in buona sostanza, avrebbero beneficiato di una sorta di potere occulto e parallelo (rispetto a quello ufficiale dello Stato) che avrebbe permesso loro di controllare fattivamente tutto il meridione dell’Italia.

Ma non solo, perché quel patto fra gentiluomini prevedeva anche, per ovvia conseguenza, che i deputati e senatori eletti nelle regioni meridionali fossero di fatto espressione della Mafia stessa, che in tal modo poteva esercitare una notevole influenza anche sulla politica nazionale. Riservando per sé fondi economici, leggi ad hoc, e più in generale la possibilità di interloquire “virtuosamente” con il potere nazionale che ha sede a Roma.

Questo “peccato originario” da cui è sorto il nostro Paese, dapprima è stato contratto sulle spalle dello stesso Meridione, che come notava Gramsci finì con l’essere ipocritamente bollato a guisa di palla di piombo “che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia” (“Alcuni temi della questione meridionale”, in A. Gramsci, “La costruzione del partito comunista 1923-1926, Einaudi, Torino 1978, p. 140).

Quindi ha gravato sull’intero Paese, per lungo tempo governato da una classe politica largamente collusa con la Mafia, anche per questo a sua volta corrotta e incapace (essa, non il Meridione) di porre le basi di un’Italia che progredisse economicamente, socialmente e culturalmente.

È bene guardare in faccia la realtà: fino a che l’Italia faceva comodo all’Impero inglese per arginare gli austro-ungarici, e poi agli Stati Uniti per contenere il pericolo sovietico e comunista in una zona geograficamente strategica, il patto scellerato ha potuto reggere senza grossi contraccolpi (anche se abbiamo storicamente accumulato uno dei debiti pubblici più alti al mondo). Ci siamo potuti permettere una classe politica largamente corrotta e incapace (non tutta ma largamente), insomma, perché da più parti l’Italia veniva largamente foraggiata con soldi stranieri (“troppo strategica per fallire”, potremmo dire parafrasando un adagio odierno).

Poi è arrivato il 1989, il crollo del comunismo e la fine della politica dei due blocchi. Tangentopoli ha smascherato tutta la corruzione del nostro sistema-Paese. In quel mentre la Mafia uccideva i giudici Falcone e Borsellino, che per la prima volta e più di tutti si erano spinti a indagare sulla collusione Stato-Mafia, ossia su quel “peccato originale” che teneva in piedi il nostro Paese dal 1861.

Ne abbiamo ricordato il venticinquennale della morte soltanto pochi giorni fa, mentre oggi il sistema mediatico vorrebbe farci credere che la questione da dibattere è se Totò Riina, capo storico della Mafia e mandante degli omicidi Falcone e Borsellino, debba essere scarcerato in quanto vecchio e malato, sostanzialmente per consentirgli una “morte dignitosa”.

Comunque la si pensi, e precisiamo che non si tratta di questione facile da risolvere attraverso lo scontro fra posizioni rigidamente contrapposte, la questione di Totò Riina ci dovrebbe porre di fronte a un ben altro dilemma, che ovviamente ci si guarda bene dal rimarcare: invece della scarcerazione di Riina, infatti, dovremmo chiederci piuttosto come mai non siamo mai riusciti a incarcerare coloro i quali quali hanno reso possibile il dominio della Mafia in quelle terre, ma anche l’uccisione di quelle poche persone coraggiose che hanno provato a opporsi a quel sistema. Come mai non siamo mai riusciti a estirpare, e neppure fermare, il cancro che ha martoriato il nostro Paese fin dalle origini. Forse perché quel cancro e l’Italia erano una cosa soltanto.

Per il resto, davvero, non so sciogliere il dilemma umano del vecchio capomafia malato. Da una parte il celebre giurista italiano Cesare Beccaria scriveva che “vi deve essere una proporzione fra i delitti e le pene”(Dei delitti e delle pene, VI), e questo difficilmente può farci parteggiare per la scarcerazione di Riina. Dall’altra sosteneva che “non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l’uomo cessi di essere persona e diventi cosa” (Ibid., XX), e questo spingerebbe a una “pietas” che non si accanisca sul reo senza alcuna utilità per il bene pubblico.

Credo che la soluzione sia separare proporzione della pena e questione morale: quindi che Riina rimanga in carcere, ma usufruendo di attenzioni e cure mediche che garantiscano al meglio la morte dignitosa di un uomo vecchio e malato.

Ma lo ripeto: la questione decisiva non è spostare la nostra attenzione su come muore il capomafia. Quanto piuttosto fare i conti col fatto che la Mafia, per troppo tempo e forse ancora oggi, siamo stati e siamo noi!

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Il filosofo Paolo Ercolani

6 Responses to "Totò Riina: la Mafia siamo noi!"

  1. Antonio   7 giugno 2017 at 14:22

    Chiunque, in questi giorni, tira in ballo Borsellino e Falcone e tutte le vittime della mafia, invocando a gran voce che non ci sia nessuna pietà per un killer spietato come Riina commette un errore gravissimo.
    I media, i social network, la televisione, danno vita soltanto a patetici teatrini pieni di niente, con le persone che fanno a gara a chi ha il pisello più grosso.
    E’ patetico.
    Sembra di vedere la folla inferocita, armata di forconi e torce, dei Simpson.
    Patetico.
    Patetico perchè la domanda che tutti dovrebbero porsi non è quale tipo di tortura deve spettare a Riina per ciò di cui si è reso responsabile, perchè non sarebbe giustizia ma vendetta.
    La domanda invece è: dopo il sacrificio di tanti, troppi funzionari dello Stato, che hanno cercato di combattere il sistema, siamo diventati una democrazia forte, talmente tanto da poterci permettere di scarcerare pure il “Capo dei Capi”, e farlo morire in un ospedale?
    La risposta ovviamente è NO.
    Lasciate stare chi è morto per difendere un ideale di onestà e di schiena dritta.
    Non sarebbero affatto felici di vedere cosa è successo nonostante il loro sacrificio.
    Lasciateli riposare in pace.

  2. Leda Santosuosso   7 giugno 2017 at 15:44

    Rinfresco la memoria sul personaggio…..
    “Io ho detto al bambino di mettersi in un angolo, cioè vicino al letto, quasi ai piedi del letto, con le braccia alzate e con la faccia al muro. Allora il bambino, per come io ho detto, si è messo faccia al muro. Io ci sono andato da dietro e ci ho messo la corda al collo. Tirandolo con uno sbalzo forte, me lo sono tirato indietro e l’ho appoggiato a terra. Enzo Brusca si è messo sopra le braccia inchiodandolo in questa maniera (incrocia le braccia) e Monticciolo si è messo sulle gambe del bambino per evitare che si muoveva. Nel momento della aggressione che io ho butttato il bambino e Monticciolo si stava già avviando per tenere le gambe, gli dice ‘mi dispiace’ rivolto al bambino ‘tuo papà ha fatto il cornuto’ (…) il bambino non ha capito niente, perché non se l’aspettava, non si aspettava niente e poi il bambino ormai non era… come voglio dire, non aveva la reazione di un bambino, sembrava molle… anche se non ci mancava mangiare, non ci mancava niente, ma sicuramente la mancanza di libertà, il bambino diciamo era molto molle, era tenero, sembrava fatto di burro… cioè questo, il bambino penso non ha capito niente. Sto morendo, penso non l’abbia neanche capito. Il bambino ha fatto solo uno sbalzo di reazione, uno solo e lento, ha fatto solo questo e non si è mosso più, solo gli occhi, cioè girava gli occhi. (…) io ho spogliato il bambino e il bambino era urinato e si era fatto anche addosso dalla paura di quello ce abbia potuto capire o è un fatto naturale perché è gonfiato il bambino. Dopo averlo spogliato, ci abbiamo tolto, aveva un orologio da polso e tutto, abbiamo versato l’acido nel fusto e abbiamo preso il bambino. Io ho preso il bambino. Io l’ho preso per i piedi e Monticciolo e Brusca l’hanno preso per un braccio l’uno così l’abbiamo messo nell’acido e ce ne siamo andati sopra. (…) io ci sono andato giù, sono andato a vedere lì e del bambino c’era solo un pezzo di gamba e una parte della schiena, perché io ho cercato di mescolare e ho visto che c’era solo un pezzo di gamba… e una parte… però era un attimo perché sono andato… uscito perché lì dentro la puzza dell’acido era… cioè si soffocava lì dentro. Poi siamo andati tutti a dormire.”
    (Una confessione di Riina tratta da Atti del processo del libro “Al posto sbagliato, Storie di bambini vittime di mafia).

  3. Leda Santosuosso   7 giugno 2017 at 15:47

    il mio commento precedente sia da monito per tutti.
    Riina è sola il braccio armato.
    Marcello Dell’Utri è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.
    Marcello Dell’Utri è il cofondatore di Forza Italia.
    Brucchi & Co si dovrebbero vergognare ogni mattina davanti allo specchio.
    E anche tutti coloro che hanno votato queste merde.
    Non fate poi gli ipocriti alle manifestazioni in onore di Falcone e Borsellino.

  4. Amen   8 giugno 2017 at 8:01

    Con tutti i problemi che abbiamo in Italia, guarda un po’ se dobbiamo scervellarci su questa questione… Come suggerisce la sorella di Falcone, si garantisca una morte dignitosa in carcere, offrendo le cure adeguate. Ma poi: questa belva umana ha perso la dignità compiendo delitti atroci. Cercare di ridargliela è pura utopia.

  5. L'Antitaliano   12 giugno 2017 at 11:33

    Certo che la mafia siamo stati e siamo noi: il popolo italiano!
    Porto all’attenzione del Dr. Ortolani e della Signora Santosuosso un paragrafo della lettera di commiato che il Sindaco Brucchi ha espresso alla cittadinanza nel comunicare le sue dimissioni (farsa) poi ritirate:
    “Ringrazio prima di tutto la mia famiglia, i miei concittadini, la coalizione che mi ha sostenuto, il movimento di Forza Italia ed in particolare il Presidente Silvio Berlusconi i cui valori hanno ispirato la mia azione politica.”
    Vi rendete conto!
    Quest’uomo, puramente e semplicemente, dichiara di aver svolto e di svolgere la sua azione politica traendo ispirazione dai VALORI che, in PARTICOLARE, provengono dal capo di Forza Italia. Un uomo la cui storia penale è a disposizione di tutti. Ma, evidentemente, non tutti sono disposti a prenderne atto.
    Anche questo è mafia.

  6. alessandrobarbolini   19 novembre 2017 at 23:59

    Garibaldi era un massone mafioso

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