L’Abbazia di Monteveglio: Alla scoperta di una pieve medioevale

L’Abbazia di Monteveglio: Alla scoperta di una pieve medioevale

di Sergio Scacchia  – 

“Io sono la luce del mondo:

chi mi segue…avrà la luce della vita” (Gv 8,12)

La zingara ha parecchi anni sulle spalle. La faccia sembra di cartapesta. Sulle labbra porta un’assurda ceralacca, i capelli sono incorniciati a forma di tubo. È davvero bruttina la donna, con la sua pelle raggrinzita. Fa anche pena con i suoi colpi di tosse catarrosa. Se ne sta seduta sulla panchina proprio fuori il borgo antico a chiedere soldi a chiunque le arrivi a tiro.

Siamo incredibilmente soli io e i miei amici di Bologna.

Da anni la storica Abbazia di Monteveglio è meta di molti visitatori, spinti dall’amore per l’arte o mossi dal desiderio di ritrovare, in questi luoghi secolari e “periferici”, un pizzico di serenità fisica e spirituale. Molto spesso questo si perde nel ritmo frenetico del vivere odierno.

Siamo nel Parco Regionale di Monteveglio, area naturale protetta dal 1995, in Emilia Romagna. Qui esistono bellissimi sentieri natura per passeggiate corroboranti.

Questo complesso abbaziale è ricco di storia. Si tratta di un monastero- fortezza, un luogo spirituale, ma al tempo stesso predisposto alla difesa contro attacchi. Pare che questo luogo sia stato assediato a lungo, dal giugno all’ottobre dell’anno 1092. Si fronteggiavano il Papato di Gregorio VII con Matilde di Canossa e l’Impero con Enrico IV e il suo personale antipapa romano.

Ma qui è accaduto di tutto. Il posto ha visto le malefatte dei Lanzichenecchi del duca Carlo di Borbone, quando scesero in Italia all’inizio del 1500, le orde delle milizie mercenarie e papaline dei capitani di ventura come Braccio da Montone, una terribile peste nel 1630 che sterminò un quarto della popolazione del tempo. Insomma la Storia con la S maiuscola.

La porta e la torre d’ingresso sono i primi monumenti che si presentano al visitatore. Parlo di un’imponente struttura militare trecentesca con la merlatura superiore. Un’elegante lapide rievoca le passate glorie del castello.

Non c’è nessuno sulle pendici di questo colle. Guardo dal parapetto la valle sotto e godo della felice posizione panoramica che mi permette di spaziare sugli ultimi colli appenninici, la dolce vallata del Samoggia e l’immensità della pianura padana, su fino ai lontani contrafforti alpini.

Ma principalmente sono qui per visitare la storia. Il mio amico bolognese, Mauro Trentini, mi ha detto che questo luogo sacro, all’interno del borgo, è custodito dai fratelli di San Francesco. I Minori vivono e operano qui dove è possibile elevare lo sguardo, la mente e il cuore verso il divino e il senso del sacro. I seguaci del Poverello, da veri discepoli del padre e fratello Francesco, che vedeva nella bellezza del creato la comunione d’amore col Cristo, lavorano con gioia per le comunità vicine.

La zingara, intanto mi guarda fissa. Mi sento osservato e questo mi infastidisce non poco. Sul viso poco idilliaco compare un sorriso sghembo. Dalla tasca estrae un amuleto e me lo stende, non prima di avermi chiesto un’offerta e assicurato che da quel momento la fortuna diventa mia compagna. Metto nelle sue mani parecchie monete che ho in tasca e rifiuto con cortesia ciò che ritengo sia un porta sfiga.

Da piccolo sognavo sempre di incontrare una strega. Forse la vita mi sta accontentando. Ricordo che da bambino i miei mi portavano spesso a Tossicia, nel teramano, dove andavamo a trovare il compare a fiori di mio padre. Mentre i grandi si divertivano a giocare a carte, io passavo molto tempo al crocicchio del paese dove c’era una quercia secolare. Immaginavo una notte buia dove, nel mezzo della strada, si consumava la danza delle streghe, volteggianti tra lingue di fuoco e fiamme del demonio.

Una sera, al tramonto, mi convinsi di averne vista una. Immaginai una scena che, incredibilmente, ho ritrovato, molti anni dopo, nel bellissimo Libro del Siracide, uno dei sapienziali della Bibbia. Nel capitolo 48 si legge: “Tu sei stato assunto in un turbine di fuoco su un carro di cavalli di fiamma”. Proprio così immagino l’arrivo di questo essere infernale.

Con gli amici camminiamo sulla strada centrale del borgo di Monteveglio, un selciato restaurato finemente che sale verso il complesso religioso, tra due ali di piccoli e antichi fabbricati in pietra, contornati da minuscoli orti.

La vetusta “Casa del Sacrestano” delimita le pertinenze di quello che un tempo era un monastero potente e grandioso. Sul lato sinistro chiude il piazzale sacro una torre comunale del settecento, detta dell’“Arengo”.

Il convento francescano si pone silente nella natura, proprio alla fine del piccolo borgo medievale che si anima in estate, come artefatto non invadente, non prepotente.

La chiesa è povera ma linda. Nascosta sulla sommità del colle che sovrasta la piana la quale si allarga fino a Bologna. È lontana dai clamori della città felsinea. Qui l’architettura interagisce ancora col panorama e dimostra di perdurare nel tempo, senza risentire dell’obsolescenza cui è soggetto quel che nasce seguendo mode passeggere.

Per me questo edificio sacro è un gioiello di equilibrata semplicità, un simbolo di qualcosa che supera le mode, le passioni, le tendenze, per attingere ai valori dello stare insieme, del pregare, della fede.

Ovunque all’interno si scoprono resti marmorei romani incastonati nel muro. Nel piccolo tempio si respira l’aria dei secoli che corrono senza posa. Proprio vero, è importante quello che ha valore e non quello che fa clamore.

Pensate un po’: rischiavo di perdere questo pezzo di paradiso, poco pubblicizzato, se il mio amico, felsineo di nascita e di crescita, non mi ci avesse portato per mano a scoprirlo.

Entrando nell’unica navata, gli occhi si riempiono di un magnifico Crocifisso ligneo policromo appeso al soffitto, quasi incombente sul presbiterio che è rialzato rispetto all’aula da una serie di gradini in pietra. È un manufatto prezioso del secolo XV, pare della scuola di Leonardo da Vinci.

Poi scopro bellissime acquasantiere in pietra, un pregevole coro ligneo rinascimentale, archi ogivali armoniosi, una pietra tombale seicentesca, sotto la quale leggendo a fatica il latino, si scopre esserci resti umani di importanti Canonici.

Si osservano due eleganti reliquiari, l’uno di fronte all’altro tra le pareti. Da un libro che acquisto nella piccola biblioteca interna, scopro che ci sarebbe un frammento di legno della Santissima Croce e una spina della corona inflitta al Nostro Signore Gesù. Peccato che i reliquiari siano chiusi. Pare ci siano anche ostensori preziosi.

Le due statue che riempiono le nicchie del presbiterio raffigurano due importanti vescovi francescani. Tengono in mano un libro sacro. Non manca anche un gioiellino nel gioiello: la cripta, parte più antica della chiesa, uno stile tardo barbarico con influssi preromanici: quattro navate  e piccole absidi con altrettanti altari minimi.

Uscendo, sul muro di fronte all’ingresso è rimasto appena un lembo di un antico affresco absidale: riporta il volto della Madonna, appena tratteggiato su di uno sfondo grigio.

I contenuti della fede in tanti cristiani sono scoloriti proprio come questo resto d’opera. Si è perso il contatto con le Scritture. Ma quel dipinto è una speranza, è una tenue traccia nell’anima. Il volto di Maria, questo per ricominciare a vivere profondamente con Dio.

Da una minuscola finestrella, poco più che una feritoia, entra un raggio di luce che illumina il volto del Cristo in patimento sopra il presbiterio, alto circa tre metri sopra la sala. In questo punto c’era la sala riservata ai Canonici, in quella che era anche una clausura, nel medioevo.

Ripenso alla prima parola di Dio, quella che illuminò tutta la creazione: “Luce!”. Con essa le tenebre furono dissipate, la tristezza si allontanò, il cosmo si illuminò e tutto si rivestì di un aspetto gradevole e giocondo. Quella finestrella che propaga il piccolo fascio di luce sul volto del Crocifisso, mi appare come la metafora della Gerusalemme Celeste nell’Apocalisse: “Non ha più bisogno né di sole, né di luna perché la gloria di Dio la illumina” (21,23).

È l’intera Scrittura percorsa da una luminosità che si contrappone alle tenebre della morte. Giro ancora l’interno di questa meraviglia di semplicità. Peccato che sia interdetta la visita al convento, alle cantine e al chiostro quattrocentesco.

La visita è comunque sufficiente per cogliere in ogni anfratto quella sapienza di Dio che si scopre nelle parole del libro dei Proverbi: “Ero con lui come architetto ed ero la sua delizia ogni giorno; giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo” (8,30-31).

Così deve essere stato chi ha progettato e realizzato questo luogo sacro: un architetto che ha plasmato le forme, le ha accarezzate, le ha esaltate nella semplicità agreste del posto, rendendole piacevoli alla vista e comprensibili alla mente.

Come arrivare

In auto

Da Bologna la principale via di avvicinamento è la strada provinciale 569 Bazzanese, dalla quale, poco oltre Crespellano in località Muffa, si devia per Monteveglio (uscita autostrada Bologna Casalecchio).

Da Modena il Parco è raggiungibile imboccando la strada provinciale Vignolese fino a Spilamberto, poi deviando per Bazzano oppure passando per Vignola, Savignano, Bazzano (uscita autostrada Modena Sud).

Per dormire e mangiare nel Parco, ci sono circa trenta strutture agriturismo, dove si mangia bene e si riposa davvero! Si trovano tra Monteveglio e Monte San Pietro, in un’area di pochi chilometri.

I prodotti agricoli del Parco e della valle del Samoggia sono rappresentativi del territorio collinare bolognese. Essi sono il risultato di una filiera attenta e scrupolosa, caratterizzata dal rispetto per l’ambiente in ogni passaggio produttivo. La menzione d’onore va senza dubbio alla vite, le cui origini vanno cercate lontano nella storia del territorio: i numerosi vini DOC dei Colli bolognesi (Pignoletto, Chardonnay, Pinot bianco, Sauvignon, Cabernet sauvignon, Barbera, Merlot) riscontrano oggi un apprezzamento che va ben oltre il livello locale. Ottimo miele, buonissima frutta tra cui mele fantastiche, indimenticabili formaggi e salumi locali. 

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