Storia di tutti i giorni sulle due ruote

Storia di tutti i giorni sulle due ruote

di Antonio Gambacorta  –

Ciclisti in mezzo ai coglioni - nuova serie Dmax
La nuova serie televisiva del Canale DMAX

Il nostro è un paese strano. Noi italiani siamo estremamente colorati, poliedrici e spesso contraddittori, siamo difficili da capire ed interpretare.

La definizione che spesso usano per descriverci negli altri paesi, quella becera e bigotta, che recita “mafia, pizza, spaghetti e mandolino”, riassume solo alcuni dei nostri talenti.

Il mandolino, perchè nella sua forma rimanda alla mente le curve delle donne mediterranee, ed il colore della cassa armonica, spesso in mogano o palissandro, ricorda la carnagione scurita dal sole, che ci invidia mezzo mondo.

La pizza, che rappresenta il nostro ingegno e la nostra fantasia, in quanto nata come alimento povero e per i poveri, e divenuta un must a livello mondiale.

Gli spaghetti e tutte le paste, che francamente siamo i soli al mondo a saper cucinare (e non mi spiego come sia possibile, vista la facilità), ci danno un ulteriore tocco di esoticità e simboleggiano una vita fresca, semplice ed assolata, mediterranea appunto.

Ed infine la mafia, che è certamente quella de Il Padrino e di Carlito Brigante, ma anche di tutti gli altri personaggi ahimé reali, con cui abbiamo riempito e riempiamo pagine di giornali in tutto il globo; la parola mafia, incarna anche un modo di fare e di essere che è tutto nostro, tutto italiano.

Ecco, in tutto questo, noi riusciamo a viverci e spesso a sopravviverci.

Siamo italiani, ci lamentiamo in continuazione del meteo, della politica, del traffico e di ogni problema che il vivere quotidiano ci pone d’innanzi; siamo pronti ad imbestialirci per un non nulla ed a fare pace e finirla a “tarallucci e vino” ancora più in fretta.

Siamo italiani, siamo simpatici ed affabili; se ti incontriamo per la prima volta, ti stringiamo la mano per conoscerti, ma se dobbiamo salutarti subito dopo, ci scappa l’abbraccio e due baci sulle guance.

Siamo italiani, e parcheggiare in doppia ed in tripla fila è un’arte, come del resto cercare parcheggio il più vicino possibile alla vetrina del negozio prescelto. Perché guai a fare 50 metri a piedi con la busta della spesa! Salvo poi mettersi in tenuta da running e fare i salutisti che corrono e fanno a gara a chi fa più km a piedi.

Siamo italiani, ci indignamo e bestemmiamo a più non posso ogni volta che un imprenditore, un politico o una qualsiasi persona di potere viene arrestata per tangenti, peculato o qualsiasi altro reato… ma solo e solamente se il politico, l’imprenditore o la persona del caso appartiene allo schieramento avverso al nostro, altrimenti spallucce.

Siamo italiani, ed ormai siamo talmente abituati a guardare dita, che la luna è diventata uno sfondo insignificante.

Siamo italiani, utilizziamo il clacson come fosse un intercalare, ed appena saliamo in macchina diventiamo schizofrenici, spaventati che la strada possa scappare via e perdersi nel nulla, se non acceleriamo il più possibile, se non ci sbrighiamo.

Siamo italiani, ed i semafori sono ostacoli colorati che danno solo fastidio, tanto che tra il verde ed il giallo non c’è alcuna differenza, e spesso anche il rosso viene ignorato; sì perchè a noi italiani il rosso fa lo stesso effetto che fa ai tori, e dobbiamo caricare a testa bassa.

Siamo italiani, e guidare una vettura comprende parlare al telefono, inviare messaggi,  chattare su wahtsapp, vedere i post su facebook oppure truccarsi, leggere libri o riviste, o più semplicemente approfittare del tempo in auto per fare qualsiasi cosa ci passi per la testa, con buona pace per la segnaletica stradale e gli altri utenti della strada stessa.

Ho il piacere di scrivere su questo blog, e raccontare dei viaggi che faccio in moto. La Svizzera ad esempio, con la sua efficienza e la sua perfezione che trasuda ovunque per strada, nei servizi e nei b&b, e con la sua vena di sottile insofferenza per gli italiani.

L’Austria, modello di organizzazione e pulizia, con le strade perfette in ogni condizione meteo. La Germania, che è come l’Austria, ma un po’ più gentile nei modi e nella considerazione altrui. L’Inghilterra, dove nonostante la guida a sinistra non ho avuto mai, e sottolineo mai, la sensazione che potessi schiantarmi contro qualche altro veicolo o che qualcuno mi facesse fuori da un momento all’altro. La Francia del nord e del sud, con il suo savoir-faire, che però non nasconde anche lei una vena di insofferenza verso noi italiani, soprattutto la Francia del sud.

Una caratteristica che accomuna tutti i Paesi che ho elencato, ai quali aggiungo tanti altri paesi europei, è il senso civico e l’educazione, più specificamente l’educazione stradale.

La prima volta che lasciai l’Italia in moto ero da solo, ed entrai in Austria. Al primo semaforo che incontrai dopo aver lasciato l’autostrada, c’era la fila di macchine incolonnate. Ovviamente, piano piano, le sorpassai per ripartire per primo al verde.

Mentre effettuavo la manovra avevo il tempo di guardare dentro le auto e curiosare un po’, e quello che vidi furono sguardi sorpresi ed a volte severi. Pensai che fossero persone un pò tristi e francamente me ne fregai. Al semaforo successivo, stessa dinamica. Fila ancor più lunga, ed io che lentamente sorpassavo per portarmi in pole position.

Mentre mi lasciavo sulla destra le auto ferme notai un motociclista in fila e feci per salutarlo; al mio cenno di saluto con la mano rispose con un no secco della testa e mi invitò a fermarmi di fianco a lui.

Si presentò, se non ricordo male si chiamava Mark, ed in un inglese perfetto mi disse che stavo commettendo un’infrazione e che non era giusto, naturalmente dopo avermi chiesto se fossi italiano… dal mio comportamento riconobbe immediatamente un abitudine non autoctona.

Chi mi conoosce sa che non sono assolutamente un bacchettone o uno che fa le pulci a chiunque non rispetti alla lettera ogni regola scritta e non, anzi solitamente sono contrario ad ogni tipo di restrizione o obbligo e sono sempre allergico ad ogni forma di imposizione.

Ma quando si tratta di vivere la strada su due ruote divento un animale. Perché in moto sei vulnerabile, nonostante l’abbigliamento e l’attrezzatura protettiva, sei comunque esposto a tutto.

È la paura che muove la mia coscienza quando sono in sella, e cerco di fare tesoro di tutti gli insegnamenti che la strada mi ha dato e mi dà. Ho avuto incidenti ovviamente, non sono uno che non ha mai assaggiato l’asfalto, a causa, tutte le volte, di automobilisti che non hanno rispettato semafori o segnaletiche.

Quello di Mark fu solo il primo di tanti, tantissimi esempi di civiltà stradale che ho avuto in Europa. Ciò che più mi fa rabbia, quando portro questi insegnamenti nella vita di tutti i giorni in Italia, è la nostra completa mancanza di educazione e rispetto.

Scusate il francesismo, ma dove cazzo dovete andare? Ma che cazzo di fretta avete? Che cazzo vi succede appena entrate in macchina o salite in moto, o a bordo di qualsiasi cosa abbia un motore ed una targa?

Siamo talmente imbrutiti che non ci rendiamo conto del delirio in cui viviamo. Onestamente, pensate sia normale attaccarvi al clacson se in una strada con limite di 70 orari, c’è qualcuno che va a 70 orari? Pensate sia normale sclerare come pazzi se qualcuno passa prima di voi ad una rotonda? Pensate sia normale inveire come dei barbari contro qualcuno che ha commesso il “crimine” di fermarsi al semaforo giallo?

Ed agli amici “motociclisti”, che la domenica e solo la domenica escono a ”timbrare il cartellino” sulle strade di montagna nostrane, vorrei dire che ci si può divertire anche senza andare a 150 km/h tra una curva e l’altra, rispettando i paesini montani che si incontrano sulla strada; altrimenti, a fare gli stronzi, oltre a rischiare la vostra pelle e l’altrui, screditate un’intera categoria.

Infine, vi pare normale prendere letteralmente a parolacce ed insulti, impazzire di rabbia e diventare seriamente pericolosi, se qualche ciclista occupa la carreggiata?

E non mi venite a dire che devono stare in fila indiana, a lato strada, tutti ordinati e coperti, perché devono lasciare spazio alle auto. Non è questo il punto, bisogna analizzare la cosa da una prospettiva più alta.

Altrimenti il ciclista, diventa come la volpe, uccisa perché ha commesso il crimine di trovarsi su una strada. Altrimenti il ciclista, diventa come il riccio, ucciso perché ha commesso il crimine di trovarsi su una strada. Altrimenti il ciclista, diventa come il gatto, ucciso perché ha commesso il crimine di trovarsi su una strada. Altrimenti il ciclista, diventa come il cane, ucciso perché ha commesso il crimine di trovarsi su una strada.

Non esagero se dico che a 70 orari le probabilità che tu non veda uno degli animali elencati si abbassano notevolmente. Su una strada con limite di 50 orari, se vai entro i limiti, è quasi impossibile uccidere un animale che attraversa. Esattamente come è, o almeno dovrebbe essere, improbabile investire una persona che attraversa sulle strisce pedonali. Ed invece succede! È storia di tutti i giorni.

Vado in bici da una decina di anni, ho scoperto questo bellissimo sport grazie ad un mio amico e lo pratico per allenamento, oltre che per gusto. In bici sei nudo, con in testa uno striminzito caschetto e due straccetti aderenti come riparo…dal vento! Dalle moschette! Nient’altro.

Ovviamente, da motociclista, mi guardo bene dalle macchine e da ogni altro veicolo che circoli per strada quando sono in bici, terrorizzato dalla possibilità di essere investito. Perché in bici la percepisci proprio l’insofferenza di alcuni automobilisti, da come scalano le marce, da come frenano quando ti raggiungono e da come ti guardano. E per me è assurdo.

Anni fa una signora mi fece cadere colpendomi di lato metre passavo sulla strada principale, lei si immetteva. Alla mia domanda sul perché non avesse aspettato mi rispose “Dovevo uscire!”. Un’altra volta, sono caduto perché un tizio su una macchina che veniva dalla direzione opposta alla mia, svoltò alla sua sinistra e mi tolse letteralmente la bici da sotto al culo. Alla mia domanda sul perchè non avesse rispettato lo stop mi rispose “Dovevo girare!”.

Cioè, a scuola guida ci insegnano che è un dovere imprescindibile quello di fare manovre e fottercene degli altri? Oppure ce ne fottiamo soltanto se sono più piccoli, meno minacciosi o soltanto perché pensiamo “tanto se non si ferma ci rimette lui…”. È ridicolo. È inaccettabile. È oltremodo stupido.

Julia Viellehner, 31 anni, triatleta tedesca.

Il volto scavato come i suoi muscoli, tipico di chi si mette letteralmente alla prova con il triathlon, sport che ha da sempre tutto il mio rispetto. Corsa, nuoto e ciclismo su strada. Pazzesco. Ci vuole veramente carattere di ferro e tempra inossidabile per passare da una prova all’altra in un’unica gara, senza soluzione di continuità. Ci vogliono palle e fegato.

Agganciata da un camion e trascinata sull’asfalto mentre si stava allenando in bicicletta con il compagno e un amico al passo delle Forche, nel Forlivese. Uccisa.

Michele Scarponi, 37 anni, ciclista.

Il volto di un ciclismo di altri tempi. Quando lo vedevo in tv, mi veniva in mente Bartali, perché il suo viso perennemente illuminato da un sorriso, esprimeva quella forza mista ad un sentimento di malinconia tipico di chi ha sofferto, di chi ha lottato per ogni centimetro di strada che la vita ci pone davanti.

Investito da un furgone mentre in sella alla sua bicicletta percorreva via dell’Industria a Filottrano, in provincia di Ancona. Ucciso.

Niky Haiden, 36 anni, motociclista.

La spontaneità ed il pragmatismo tipici dei piloti americani. Personalmente ho sempre seguito in maniera marginale il Motomondiale, da quando è divenuto una sorta di format televisivo di quart’ordine, chiamato MotoGp, dove un emerito imbecille, oltre che incompetente, faceva il commentatore e inseriva nel mondo dei motori una parola, una categoria che non gli appartiene, la tifoseria.

I piloti del Mondiale sono tutti fantastici, sono tutti dei super uomini con la tuta di pelle, dal primo all’ultimo. Ci può essere quello che ti piace di più, ma non può esistere il tifo. Il tifo è per i giochi e gli sport dove se si perde, si è rattristati. Nel motociclismo se perdi a volte ti sei fatto pure male, hai comunque rischiato la pelle, quindi se dovessi mai tifare in uno sport di moto, tiferei per chi arranca, per chi cade e si rialza comunque, così come per chi arriva tra i primi posti.

Niky Haiden, insieme a piloti come Casey Stoner e Shin’ya Nakano ad esempio, hanno fatto sì che io mantenessi un lembo di interesse, anche verso il Motomondiale (MotoGp fa veramente schifo come aprola). Piloti che mi facevano pensare alla fatica in pista, a puzzo di pelle bruciata sull’asfalto e di scarichi aperti; a mani unte e birre fresche. E non a locali notturni, cocktail e serate di gala…

Anche Haiden Travolto da un’auto lungo sulla provinciale Riccione-Tavoleto, nella zona di Misano Adriatico. Ucciso.

Siamo un Paese sottosviluppato.

Siamo un paese in cui milioni di persone in questi giorni postano sui social e dovunque possono, immagini di Niky, di Michele e di Julia, con frasi ad effetto e fotomontaggi di dubbio gusto che li raffigurano in un ipotetico “paradiso” a pedalare, accelerare o correre insieme a chi non c’è più.

Salvo poi tra qualche giorno ritornare a bestemmiare addosso a chi vuole attraversare la strada; considerare un fastidio chi in sella ad una moto occupa la corsia di sorpasso in autostrada e viaggia a 130 km/h, ma tu c’hai il macchinone e in spregio alle leggi vai tranquillo a 180. Oppure urlare tutto il proprio odio contro i ciclisti che commettono l’unico errore di pedalare per strada. Non ci sono scuse, non ci sono giustificazioni che tengano. L’Italia è un paese ammazzaciclisti.

I morti ed i feriti sono all’ordine del giorno tra chi pedala sulle nostre strade: nel 2015 l’Istat ha stimato che almeno 45 al giorno siano coinvolti in incidenti e i morti in sella a una bici sono stati 252, uno ogni 35 ore.

Siamo talmente sottosviluppati che da noi ci vuole una legge per imporre una semplice regola di convivenza civile; come la legge n. 2658 “salvaiciclisti” con “modifiche all’articolo 148 del Codice della Strada in materia di tutela della sicurezza dei ciclisti” per introdurre l’obbligo di sorpasso ad almeno 1,5 metri di distanza laterale dal ciclista. Perchè da soli non ci arriviamo!

La settimana scorsa sono stato in Irlanda. Io e mia moglie abbiamo affittato una macchina ed abbiamo percorso circa 1700 km sull’Isola Smeraldo. Le strade statali lì sono strette, le carreggiate non sono più larghe di una nostra strada comunale. Spesso, ci è capitato di stare in fila, preceduti da una decina di auto, furgoni e camion.

Quando pian piano le macchine sorpassavano, occupando la corsia opposta per effettuare il sorpasso, pensavo tra me e me che il motivo della fila e del rallentamento, protratto per qualche km, fosse un trattore o magari un calesse.

Quando infine è venuto il nostro momento di sorpassare “l’ostacolo”, abbiamo scoperto che era un ciclista che si allenava, altre volte delle signore che si spostavano in bici. Nessun clacson ha emesso suoni. Nessuna bestemmia dai finestrini. Nessuna manovra pericolosa. Solo la strada, gli utenti della stessa, e tanta, tanta civiltà.

Ma si sa: “Quella è l’Irlanda, noi siamo l’Italia!!! Duva cazz se present’?!?”.

4 Responses to "Storia di tutti i giorni sulle due ruote"

  1. Fabrizio Carletta   25 maggio 2017 at 13:20

    Meditate automobilisti assassini. Anche io ho rischiato la vita in una sala operatoria dopo un incidente in cui l’automobilista si era arrogato il diritto di adottare un proprio codice stradale che non teneva conto del diritto di precedenza di un “diversamente mobile”.

  2. Amen   26 maggio 2017 at 7:34

    C’è dell’astio, in questo articolo… Certo, la maleducazione salta all’occhio più del comportamento corretto di tanti… Non si può generalizzare così. Non dobbiamo essere i primi a darci addosso. Lasciamo che lo facciano gli stranieri.
    Esistono poi in Italia città belle, ordinate e pulite. Città che hanno conservato con religioso rispetto le vestigia del passato. Teramo cade a pezzi, e ne siamo giustamente indignati, ma ciò non implica che dalle Alpi all’Etna la situazione sia la stessa.
    Quanto alla bici, anni fa pubblicai in questa sede un piccolo articolo scherzoso sulla invisibilità del ciclista a Teramo e sulle difficoltà che incontra ( dimenticai, è vero, di citare le buche della pavimentazione stradale), e stranamente un lettore commentò con un’acredine che non riuscii a spiegarmi. Ma ora è tutto chiaro: era un italiano…

  3. Siamo seri   27 maggio 2017 at 15:58

    E il ciclista che va sui marciapiedi? E quello che imbocca tutti i sensi vietati? E quello che sfreccia sulle strisce pedonali a mo’ di pedone? E quello che parcheggia la bici nello stallo dei portatori di handicap? E quello che occupa con le sue collezioni di bici gli spazi condominiali? Ah dimenticavo quello è un ciclista ITALIANO ….

  4. Antonio   27 maggio 2017 at 18:14

    Io sono serissimo. Penso che nelle mie righe si legga chiaramente che il disappunto è per l’educazione stradale nostrana.
    Quindi comprende chiunque occupi, utilizzi o si sposti sulle strade.
    Nessuno escluso.
    Ed ovviamente chi ha un comportamento sbagliato e pericoloso a bordo di una bicicletta, diventa un potenziale assassino se guida una scatola di ferro da una tonnellata e mezza.
    Saluti

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