Post-it verità (autobavaglio)

Post-it verità (autobavaglio)

di Marco Travaglio  –

Marco Travaglio - Autobavaglio

Editoriale del 20 maggio 2017 de “Il Fatto Quotidiano”

Il 3 ottobre 2009 in piazza del Popolo e il 1° luglio 2010 in piazza San Giovanni a Roma centinaia di migliaia di persone manifestarono contro la legge-bavaglio del ministro Alfano sulle intercettazioni (governo Berlusconi-3). Nella parte che allargava il segreto sugli atti d’indagine e aumentava le pene per chi li pubblicava, era copiata paro paro da quella del ministro Mastella (governo Prodi-2) approvata alla Camera dal centrosinistra nel maggio 2007, prima che finisse anzitempo la legislatura impedendo al Senato di completare lo scempio.

Le due manifestazioni erano promosse dalla Fnsi (il sindacato giornalisti), con l’adesione dell’Usigrai, dell’Ordine e addirittura degli editori (Fieg). Siccome erano d’accordo i padroni, si associarono giulivi anche i giornaloni (da Repubblica al Corriere giù giù fino a Famiglia Cristiana e Avvenire). Sopra e sotto il palco si fecero notare i più noti giornalisti della Rai e della carta, politici come Bersani, Fassino, Gentiloni, Veltroni, Zingaretti, Bertinotti, Di Pietro, Bindi, i vertici Fiom-Cgil, intellettuali come Saviano, Maraini, Onida e vari artisti. Anche noi del Fatto aderimmo a quella che pareva una battaglia di principio, per difendere il diritto-dovere di pubblicare tutte le notizie, segrete e non, di interesse pubblico senza finire in galera o perdere il lavoro o pagare milioni di danni a noti manigoldi.

Alla fine la battaglia fu vinta: mentre la gente sfilava in piazza Navona, il presidente Napolitano comunicò che il ddl Alfano passato al Senato presentava “punti critici” e minacciò di non promulgarlo se non fosse cambiato alla Camera: notizia annunciata in tempo reale da Tiziana Ferrario fra le standing ovation dei manifestanti. Dopodiché dal centrodestra si sfilarono i finiani e non se ne riparlò più.

Ora che il bavaglio riprova a mettercelo il centrosinistra, col ddl Orlando avviato da Renzi e confermato da Gentiloni, invece di occuparsi della cloaca massima che tracima fino al governo, è chiaro che quella battaglia con la libertà di stampa non c’entrava nulla: era uno dei tanti capitoli della guerra a Berlusconi, scaricato dagli altri poteri. Infatti tutti quelli che allora strillavano contro il bavaglio adesso strillano pro bavaglio. O tacciono e acconsentono. Avete notizie di cortei o proclami di Fnsi, Ordine e Fieg?

Avete più visto i post-it gialli che Repubblica disseminava nelle sue pagine per segnalare “quello che non potremmo più scrivere”? Al posto c’è uno strano editoriale di Mario Calabresi. Premessa: abbiamo fatto bene a pubblicare la telefonata dei due Renzi, “giornalisticamente rilevante per l’opinione pubblica”. Conclusione: urge una “nuova legge… per dare ordine e uniformità al metodo dei diversi tribunali, per mettere un freno al fiume di intercettazioni… senza distinzioni tra chi è indagato e chi finisce semplicemente intercettato”. Una legge copiata dalle “circolari di autoregolamentazione delle procure di Torino, Roma, Napoli, Bari, Firenze che … eliminano dagli atti le intercettazioni ritenute non rilevanti che contengano dati sensibili o violino la privacy”. Una legge che “non lede il principio fondamentale di un giornalista: cercare di pubblicare notizie ogni volta che hanno valore per l’opinione pubblica, anche se sono riservate o penalmente irrilevanti”.

Oh bella, caro Mario: ma se chiedi una legge per chiudere, a monte, il rubinetto di tutto ciò che è penalmente irrilevante è ovvio che, a valle, non ci arriverà più una sola notizia di interesse etico-politico-deontologico per l’opinione pubblica. E se affidi la cernita alle procure, diventi proprio ciò che non vuoi essere: “Buca delle lettere delle procure”. E rinunci in partenza a essere ciò che dovresti essere: il cane da guardia su ogni potere, anche quello dei PM, che così decideranno discrezionalmente, senz’alcuna trasparenza o controllo, ciò che potremo ancora o non potremo più sapere e far sapere. È come dire: imbavagliateci, sennò poi ci parte la mano e scriviamo la verità. Come se un chirurgo implorasse il Parlamento di proibire il bisturi.

Questa voglia matta di autobavaglio accomuna tutti i giornaloni, sempre più difficili da distinguere dai santini elettorali. Sul Corriere, Polito El Drito si tormenta perché “da anni non si riesce a correggere ciò che tutti criticano nel sistema delle intercettazioni, e cioè gli abusi, la violazione della privacy (e cosa, di grazia, nella telefonata dei Renzis attiene alla privacy?), le fughe di notizie” e teme dolente “che anche per questa legislatura non se ne faccia niente”. Chissà i salti di gioia dei suoi cronisti. Sul Mattino, tal Massimo Adinolfi parla di “nuova notte della Repubblica” (la telefonata dei Renzis come il caso Moro). Dipinge il Fatto come un covo di criminali che violano la privacy (aridàgli) di Matteo suo. Dà per scontato che le fughe di notizie e le “violazioni del riserbo” le faccia Woodcock e che il capitano Scafarto “manipoli verbali” (con i verbi all’indicativo, come se il Csm e il Tribunale avessero già condannato il pm e l’ufficiale). Poi intima al Csm di “prendere finalmente posizione” (anche se non ha alcun potere in materia).

Questi signori fingono di non sapere che è molto più difficile sputtanare una persona perbene riportando le sue parole intercettate che calunniandola senza elementi concreti. Se Woodcock fosse stato intercettato, avrebbe già dimostrato la sua correttezza e sbugiardato i giornaloni che lo linciano. Perciò, cari “colleghi”, nessuno pretende che torniate in piazza a dire del bavaglio del PD ciò che dicevate del bavaglio di Berlusconi. Chiedervi un minimo di coerenza sarebbe troppo. Vi fanno schifo le notizie? Liberissimi. Mettete su un bell’ufficio stampa, dedicatevi al giardinaggio, portate al pascolo un gregge di pecore. E lasciateci fare il nostro lavoro in pace. 

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