Gennaro Della Monica: genio innovatore e anticonvenzionale

di Christian Francia  –

Gennaro Della Monica - centenario 17-5-2017 - La Citta

L’articolo pubblicato dal quotidiano “La Città” il 17 maggio 2017 in occasione del centenario della morte dell’artista teramano Gennaro Della Monica

Una rivelazione. Tale è stata la riscoperta del pittore teramano Gennaro Della Monica negli ultimi anni. Oggi 17 maggio ricorre il centenario della morte, avvenuta a Teramo nel 1917, nella stessa città dove era nato nel 1836.

Gennaro fu teramano in quanto suo padre Pasquale, a sua volta artista e insegnante, fu cacciato da Napoli per le sue idee politiche liberali e dovette rifugiarsi proprio nel capoluogo aprutino. Ma Gennaro fu teramano anche perché qui visse gran parte della sua vita, sebbene fosse stato un viaggiatore inesausto, e fu teramano nelle amicizie e negli affetti.

Quanto orgoglio ci sia ancora da riscoprire nella nostra storia artistica e intellettuale è difficile dire, ma è certo che chiunque abbia occhio e passione per la pittura, non può non commuoversi dinanzi ai quadri di Della Monica, dinanzi all’amore per la sua terra che trasuda nelle sue vedute, dinanzi alle montagne abruzzesi maestose e incontaminate, dinanzi alle dolci colline pennellate in cento variazioni di verde.

L’esigenza e l’urgenza della verità si sono fuse nella mano del pittore con la carnalità del paesaggio, con l’occhio carezzevole che mai ha smesso di ammirare i nostri scorci, il Gran Sasso teramano, le vedute di San Gabriele, la Fiera di Ronzano, il mercato dei buoi, le greggi e i pascoli, le contadinelle nei pomeriggi assolati, i ragazzini e le mietiture, le querce e i pioppi, i ruscelli e i casolari, la vegetazione e le rocce.

Tutto parla di Teramo nella sua arte e tutto profuma di una terra tanto più benedetta, quanto più Gennaro ha scelto di tornarvi dopo aver a lungo soggiornato in Italia e all’estero.

Formatosi artisticamente a Napoli alla Scuola di Resìna, dopo gli insegnamenti paterni, imbevutosi della pittura dei macchiaioli in Toscana e dei paesaggisti in Lombardia, Gennaro diviene un intellettuale di vasta cultura, trasferendosi sia a Milano che a Firenze, e frequentando il meglio delle personalità del suo tempo, dal salotto fiorentino della conterranea Giannina Milli a Edmondo De Amicis, dai grandi pittori come Telemaco Signorini, fino ai più affermati letterati e scrittori di allora, entrando perfino in confidenza con personaggi del calibro di Bakunin, considerato il “capo dei nichilisti”.

Con una formazione tanto vasta e di tale spessore, sembra quasi strano che Gennaro abbia deciso di rientrare a Teramo nel 1867 per restarvi sempre, cioè per ancora mezzo secolo di fervida attività.

In realtà sembra che i suoi progetti prevedessero altre città e altre scoperte, ma è evidente che la campagna aprutina conquistò la sua mente oltre che il suo cuore, inducendolo a restare e ad esprimersi con sorprendente poliedricità, dalla pittura storica alla più innovatrice ed anticonvenzionale rappresentazione paesaggistica, dall’insegnamento alla vita pubblica, dall’archeologia all’architettura del castello che costruirà a ridosso delle mura cittadine, dalla conservazione alla salvaguardia di monumenti e opere d’arte, dall’ispettorato conferitogli dalla Soprintendenza alla militanza come polemista, articolista, scrittore dall’ampio spettro di interessi e dalla riconosciuta vena creativa.

La sua bulimia visiva lo ha ispirato ad una vasta produzione che spazia dal genere sacro alla scenografia, dalla pittura di genere alla caricatura (sperimentata con successo all’inaugurazione del nuovo Teatro Comunale di Teramo nel 1868).

Eccezionale talento, il suo, anche negli affreschi prodotti nelle chiese e in quelli per il suo castello, edificio plasmato – nell’allora dominante stile del Gothic Revival – quale icona di una personalità sensibile e sognatrice.

Il castello Della Monica fu edificato tra il 1889 e il 1917, collocato ai piedi del Colle San Venanzio a dominare l’abitato della città di Teramo, con attorno un intero borgo in stile medievale a caratterizzare l’autenticità dello scenario. Al suo interno Gennaro si è sbizzarrito come scultore, come inventore di passaggi segreti, come scenografo di trompe l’oeil, di finti broccati, di giochi visivi e di soluzioni architettoniche fantasiose, ricche di capitelli e di colonnine.

Infaticabile, Della Monica non si risparmiò mai, dapprima prendendo il posto del padre come professore presso il Real Istituto Tecnico cittadino, poi insignito del titolo di Professore presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli (laddove fu incaricato anche quale Commissario Provinciale per i Monumenti).

Bisognerebbe studiarla nelle scuole la biografia e l’opera di un artista che di diritto rappresenta uno dei vertici più esaltanti della cultura abruzzese, tanto che la sua valorizzazione storica sta lentamente emergendo in maniera quasi spontanea, mano a mano che gli studiosi rispolverano quel prestigio e quel successo che ebbe giustamente in vita, ma che si è appannato dopo la sua morte, a dire il vero per colpa di una incapacità di noi concittadini a tener desta la fiamma delle passate glorie.

Eppure la mostra “L’Italia intatta”, svoltasi al Palazzo Reale di Milano e a Castel dell’Ovo a Napoli nel 2014, è riuscita ad entusiasmare il gotha della critica d’arte italiana, sinceramente stupita di trovarsi dinanzi ad un gigante ingiustamente accantonato.

Claudio Strinati in quell’occasione ha sottolineato quanto fosse “denso di responsabilità civile, di retorica, di magniloquenza, di inesausto impegno politico e sociale. Ma le sue frequentazioni lo portavano a mano a mano verso il paesaggio, verso quella dimensione della ricerca della verità che tutti i grandi intellettuali del tempo insegnavano ai cittadini della nuova Italia, finalmente unita ma disgregata negli infiniti rivoli delle sue tradizioni”.

Sorprendente, per Strinati, sia la poliedricità artistica condensata nel suo castello, sia la capacità di coniugare la pittura storica con quella di paesaggio (che si contrapponevano apertamente in distinte scuole di pensiero).

Soffermandosi sull’amore per la verità, Strinati ha spiegato che Della Monica, figlio colto e sensibile della cultura meridionale, nutrita di profondi spiriti filosofici e di fervori rivoluzionari, aderiva all’idea che l’artista dovesse avere dentro di sé questa istanza assoluta di attingere il vero in ciò che viene rappresentando nel concreto delle sue opere, senza per questo pretendere di sostituirsi allo storico, allo scienziato, al filosofo. L’arte parla delle stesse cose cui aspirano lo storico, lo scienziato, il filosofo, ma lo fa attraverso strumenti incomparabili. L’arte, infatti, non ha bisogno di cercare la dimostrazione delle proprie idee. La giustificazione, la dimostrazione è l’opera stessa e il risultato consiste semplicemente nella capacità di entrare in sintonia con l’altro, convincendolo a desiderare il frutto del nostro lavoro, a stimolare dunque la parte più nobile, talvolta segreta, talvolta esplicita, dell’essere umano: il desiderio, appunto”.

Allo stesso modo, anche il critico d’arte Philippe Daverio ha riscoperto la modernità dell’opera pittorica di Della Monica, mettendo in evidenza la “presa di coscienza della realtà ormai tramontata d’una Italia che fu bellissima per quanto povera e oggi si trova ad essere ben meno bella anche se al contempo ha avuto la fortuna di diventare ben meno povera. La pittura minore dell’Ottocento è diventata così testimonianza doppia di valori che stanno tornando protagonisti, da un lato perché certifica questa pittura una qualità tecnica del dipingere che si fa oggi tanto più attraente quanto più fu ieri la pittura dichiarata morta, dall’altro perché racconta un Bel Paese che è commovente in quanto oggi si trova in via di estinzione e vorrebbe in fondo alle nostre coscienze stimolarci per tornare a vivere.

Daverio manifesta un’ammirazione che noi teramani dovremmo coltivare più intensamente: “Della Monica pone il vero percorso della sua pratica quotidiana di pittore nella dimensione d’una terra che accarezza con affetto visivo e restituisce con sottile abilità. In lui le acque sono ancora limpide, la sorgente è pura e i barconi dormono tranquilli sul fiume. I campi di grano circondano i muri degli orti sotto il masso della montagna intatta. Il Gran Sasso è protagonista e per nulla minaccioso. E gli esseri umani vivono un’esistenza sospesa nella propria tranquillità. Ed è proprio in questo senso di annullamento del tempo, di ritorno ad un’epoca d’oro dove s’è cancellata la miseria e della quale rimane solo il senso estetico, il fascino che questi piccoli dipinti del tempo che fu celebrano con fisica vitalità oggi.

Gli anniversari possono essere perfino disturbanti se il soggetto che si rievoca non riesce più a parlare al nostro cuore, per questo motivo diventa facilissimo amare Gennaro Della Monica se solo lo si cerca, lo si conosce, lo si tiene nel pantheon dei benemeriti che hanno scritto il nome di Teramo nella storia dell’Italia.

Il fascino non si compra e quando si possiede non scompare. Quel fascino resta intatto come quello dei luoghi ritratti da Gennaro, immagini di un Paese non ancora trasformato dalla rivoluzione industriale, che ha vissuto attaccato alle radici delle proprie tradizioni, ma che rischia adesso di perdere sia la memoria di cosa siamo stati, sia l’incanto seduttivo della nostra incomparabile bellezza storica e naturalistica.

Della Monica non solo fu sempre tenuto in grande considerazione nel panorama intellettuale di inizio novecento, ma ebbe anche allievi illustri quali il letterato Fedele Romani e l’archeologo Vincenzo Rosati, facendosi pure valere come pubblicista del “Corriere abruzzese”. Eppure l’età matura lo avvicinò sempre di più alla sua terra, lo fece innamorare della vita a contatto con la natura, lo rese grande nel tramandarci un mondo che inevitabilmente si sarebbe presto trasformato, ma che meritava di essere immortalato, fotografato, trasfigurato in quell’immenso mausoleo della memoria che sa essere l’arte.

2 Responses to Gennaro Della Monica: genio innovatore e anticonvenzionale

  1. Gisella

    19 maggio 2017 at 11:13

    E su tutti gli organi di informazione non c’è stata nemmeno una riga per ricordare Gennaro. Che pena questa città di morti viventi.

  2. Blade Runner

    20 maggio 2017 at 17:09

    Come no?
    E l’aperistreet?
    Ubriaconi morti viventi.
    Solo quello….

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