Gli occhi dietro la nuca: la piccola Umito nei Monti della Laga

di Sergio Scacchia (Tratto dal libro Kalipè)  – 

 

 

Fotografare in montagna è difficile. Si guarda sempre davanti, raramente ci si volta. Poi, se chi scatta foto, presume di conoscere bene il luogo dove sta andando, allora il guaio è irrimediabile. Si perdono un cielo drammatico alle spalle, un fondovalle a strapiombo e anche il senso di ciò che già è avvenuto. Bisognerebbe avere altri due occhi dietro la nuca. Nella sua perfezione creativa, Dio non ce li ha dati, forse perché presumeva che la creatura più evoluta di tutto l’universo arrivasse a capire che, di tanto in tanto, ci si deve girare e guardare dietro. Se davvero riuscissimo a comprendere tutto ciò anche nella vita, i giorni e le storie vissute ci sarebbero d’insegnamento. Al contrario, l’uomo dimentica e compie sempre gli stessi nefandi sbagli.

Eravamo a inizio primavera e di lì a qualche ora capii quanto fosse importante avere quei due famosi occhi in più nella nuca! Decidemmo di fare due giorni di trekking nel cuore delle Gole del Garrafo, al confine tra il teramano e l’ascolano. Ricoperta completamente da boschi, questa valle è tra le più selvagge del gruppo della Laga.

Fermi da un paio di mesi a causa del tempo infame, scalpitavamo per indossare le pedule, accorciare maniche e braghe ed esporre lembi di pelle bianca al primo caldo sole. Inoltre mi ero munito di una nuova macchina fotografica per documentare la gioiosa esplosione delle gemme, l’apertura dei classici fiori blu d’inizio stagione e il nuovo colore verde intenso dei prati.

Ero felice! Quella valle che andavamo a visitare era bella e intatta, uguale o quasi a come poteva vederla Adamo. A volte la miseria e il decentramento sono una ricchezza. Non immaginavamo di cadere nelle grinfie di una natura capricciosa. Eravamo avvolti in un’ombrosa e silenziosa foresta, immersi in un mondo ovattato dai nomi diversi.

Infatti, il Rio Garrafo, sotto Umito prende il nome di Fosso della Montagna, e poi, in alto e sulla testata diventa il famoso Rio della Volpara con le lussureggianti cascate e i suoi lastroni di arenaria, dove prendere il sole dopo essersi bagnati in acque ghiacciate. Un posto indimenticabile.

Eravamo ad Acquasanta, in provincia di Ascoli Piceno, antica stazione termale sin dai tempi dei Romani per le proprietà curative delle acque sulfuree che puzzano di uova marce, ma dicono facciano molto bene.

Fu dura arrivare a Umito. Dovemmo affrontare in più punti salti scivolosi sul terreno reso zuppo da piccoli ruscelli, minuscole cenge rocciose comunque infide e attraversamenti e guadi su rocce bagnate, rischiando di romperci qualche arto. Le solite cassandre, che non mancano mai in un gruppo escursionistico, continuavano a ripetere che: “Sì, io l’avevo detto”. Si riferivano alla possibilità di giungere a Umito evitando il tratto di gola attraverso un paesino abbandonato chiamato Vallecchia. Calcolammo che avremmo dovuto farci strada con dei machete in mezzo ai rovi che avevano sicuramente colonizzato quel tratto poco frequentato. In questi luoghi il fascino nasce proprio dal senso d’isolamento e da paesaggi vagamente da “Signore degli Anelli”.

Ecco che di colpo, proprio come una visita sgradita e inattesa, si alzò la nebbia. Ero relativamente tranquillo, c’era con noi chi sapeva leggere comunque una cartina e una bussola. Il dintorno cambiò scena come a teatro e il rassicurante sentiero divenne come il fondotinta brillantato di una donna vanitosa con i ceppi di una foresta che sembrava estinta, in mezzo alla nuvolaglia.

Le radici contorte mi parvero come anime del purgatorio. Avevamo davanti un fondale a secco che offendeva quasi, gli occhi dilatati per cercare di vedere qualcosa in più. Credevo di essere nella pancia del diavolo, come all’interno di una casa degli spiriti. C’eravamo infilati lì come topi attratti dal formaggio. Qualcuno cominciò ad avere paura ma si sforzò di non mostrarlo troppo. Quando saremmo usciti da quella situazione spiacevole, rischiavamo di essere preda dei lazzi ironici di chi raccontava la storia della giornata.

Serpeggiava comunque il timore e sembrava che non potessimo muoverci senza il classico filo d’Arianna. Una voce disse: “Ah avevo proprio voglia di buio e umido”, strappandoci una risatina che a me parve un tantino isterica. Gli umori della montagna sovrastante scendevano giù e a noi sembrò di essere anche nella pancia poco ospitale di Madre Terra.

La coltre di nuvole forse sprigionava elettricità, tanto che la bussola sembrava impazzita in mezzo a quello che sempre più dava impressione di essere un labirinto senza fine. Le nubi erano come chiazza d’olio di motore che si propaga. L’ansia di perdersi divenne palese in gran parte di noi otto.

La nebbia fa sempre paura in montagna. Riempie l’aria come un boato silenzioso. Sfuggente, ambigua, attraversa ogni cosa senza modificarla e senza lasciare traccia. Avvolge come spirale di boa ciò che tocca, circonda tutto e tutti in una sorta di aura ascetica che non ci appartiene. Tutto scompare agli occhi!

Quello che stavo attraversando mi sembrava il regno delle pietre torturate. Ricordai di un pezzo di roccia e mozziconi di parole sulle Dolomiti del Brenta, sopra Molveno nel Trentino. Era ciò che rimaneva di un incauto escursionista che si trovò nel bel mezzo di una tempesta d’acqua e nebbia. Non fece ritorno a casa. Lo ritrovarono in mezzo a un canalone. Si è puniti quando ci si crede infallibili e rotti a ogni avversità. La montagna chiede rispetto e timore. Soprattutto quando i prati si stancano di fare i prati e s’impennano verso il cielo tramutandosi in picchi, ganasce dalle forme bizzarre che tradiscono chi non è attento.

Sono passati tanti anni ma io continuavo a non capacitarmi di come la nebbia sia capace di arrivare così all’improvviso. In montagna, diversamente dal mare, non la vedi, hai la percezione che il cielo si oscuri all’improvviso e, di colpo, tracima come onda di mare, tra nubi grasse e gravide. È come il maledetto cancro che arriva subdolo, s’impossessa di un pezzo del tuo corpo e te ne accorgi solo quando ti ha fregato la maggior parte degli organi vitali.

Anche quella volta la nebbia aveva inghiottito me e gli amici, in un silenzio assurdo. Pensai che in quel momento sarei potuto essere ovunque, magari in Afghanistan, in Erzegovina o forse in altra parte, in chissà quale continente, Patagonia, Karakorum. La nebbia rende ogni posto uguale. Non mi sarei sorpreso di incontrare un guerrigliero armato fino ai denti con un coltello in bocca.

Tutti avevano estratto la carta e cercavano di orientarsi. Io credevo di aver passato la linea d’ombra, preda di uno smarrimento appenninico. Nei monti della Laga la coltre grigia può sconvolgerti. È come se fossi in uno di quei gironi d’Inferno tanto cari al Dorè nei suoi disegni danteschi. Mi scoprii in silenzio a pregare. Non solo Gesù e la Madonna, chiedevo protezione al mio santo Francesco, poi S. Antonio che era il patrono della parrocchia e via per altre intercessioni. Mi sforzavo di restare tranquillo ma non lo ero affatto.

Poi, per grazia dell’unico Dio che esiste e davvero può tutto, il gravame di nebbia che uccideva direzione e tempo, scomparve con la stessa velocità con cui si era palesato. Il labirinto pieno di ombre tornò a essere un bel bosco e sciabolate di luce penetrarono nel fitto dei rami quasi a indicarci la strada. Squarci di sole portarono allegria e in noi tornò la baldanza. Uno disse: “Comunque eravamo sulla strada buona”, l’altro sentenziò che: “No qui proprio è impossibile perdersi, sarebbe da dilettanti”. Dio solo sa quanto sia falso l’uomo!

Non è che a Umito ci fosse la popolazione dei tempi migliori quando arrivammo. La montagna è da tempo un archivio incomparabile di abbandono e rovina. Sono sempre più i paesi disastrati. Hanno numeri da spavento questi villaggi delle terre alte, spopolati, inerpicati su montagne e arcigne colline. Si tratta di borghi avviati all’estinzione, fatti di pietre bellissime, incastonate nel nulla.

È la montagna che non conta più nulla, altro che Cervinia o Cortina d’Ampezzo! Sono pezzi di territorio che non contano nulla, non sono più appetibili neanche dal punto di vista elettorale. Parlo di paesi dimenticati anche da Dio, senza ufficio postale, senza scuole. È come se cadessero macigni dalla vetta a coprirli di detriti fino a sotterrarli!

Avevamo nelle orecchie ancora il rombo dell’acqua vorticosa che, nel punto più pittoresco della gola, pare entrarti nel cervello, lavartelo e poi riuscire a velocità supersonica. Nel cuore avevamo invece la paura, che la nebbia aveva distillato a gocce in tutti noi. Ci guardammo intorno: “Quante vite ricordano le pietre dei paesi - mi dissi – pastori, cavapietre, scalpellini, commercianti”. Certo, e poi anche taglialegna non autorizzati, carbonai a rovinare boschi e contrabbandieri, delinquenti di mezza tacca. Tutti viaggiatori poveri ma anche cattivi che vivevano spogliando a volte la selva, rubando le sue energie positive.

Erano comunque borghi fatti di gente solida come le rocce intorno. Oggi sono luoghi adatti a chi è affamato di bellezza e silenzio. Certo, l’abbandono presuppone dolore, difficoltà per chi si allontana dalle sue radici. Se esse sono solide e ben piantate si va avanti come un treno ad alta velocità. Al contrario, la tua esistenza è rabberciata, col freno a mano tirato a impedire fluidità al motore.

Il vecchio sembrava aspettarci come novello Caronte, sull’uscio di una casa infernale che poteva caderci addosso in qualsiasi momento. Era come un druido dai lunghi capelli d’argento, unti e schiacciati su di una fronte ampia. Vestito d’improbabili colori da circo Togni, fumava e pareva una figura demoniaca con due autentiche zampacce da lavoratore incallito. Era al limitare della piazzetta e noi pensammo che avesse fermato, per chissà quale potere, le lancette del tempo. Di colpo fu come tornare indietro di un secolo. Fu davvero così, poiché nessun cellulare aveva campo libero e l’orologio da polso era diventato un inutile orpello.

Ci parlò masticando il mozzicone di sigaretta. Respirava così affannoso che pensai di morire per lui. Dopo tanto stress questo ansimare a trombetta non era niente bello. Capimmo subito che non voleva passare per un panda in via di estinzione. Lui era lì perché quello era il suo posto. Punto e basta!

Non rise di certo alla battuta infelice di uno di noi: “Che ci fai qui da solo? Da soli non si va neanche al cesso”. Anzi, a me parve di vedere un ghigno infastidito sul viso. Evidentemente quando era disturbato, accendeva una nuova sigaretta dato che tirò fuori dalla tasca lisa del pantalone, la scatola rossa del tabacco, rollò la cartina e accese, aspirando voluttuosamente l’aroma odoroso del tranciato forte, ricordo di un tempo in cui il mio povero babbo si dilettava a creare cerchi poco rotondi di fumo nell’aria.

Gli chiedemmo come arrivare al rifugio che sapevamo comunque trovarsi alla fine della sterrata. Il vecchio rise sguaiato e poi, con aria soddisfatta ci disse ciò che non avremmo mai voluto sentire. Persi nella nebbia avevamo perso anche il rifugio che era stato allegramente passato! Ricordammo di aver visto piccole lastre di pietra messe a coltello forse per indicare la stradina. Il vecchio volle ospitarci per un bicchiere. Non è che da queste parti ci fossero molte occasioni di scambiar chiacchiere.

Avevamo una gran paura a entrare. Eravamo forse scampati a qualche burrone nella nebbia per morire sotto una casa crollata? Dentro l’abitazione, invece, ci rendemmo conto che le mura erano sicurissime. Il tetto era sorretto da travi di castagno molto più robuste del ferro, mirabilmente stagionate dal freddo umido e quasi come caramellate da ferro e calce.

Quello che mi colpì dell’ambiente, terribilmente disadorno, furono i cioccolatini di non so quanti anni vecchi, con il loro incarto svizzero d’immagini fiabesche, lago con tanto di azzurro impossibile, mucche non di colore lilla per fortuna ma ciondolanti su prati assurdamente verdi e, poi, in alto, un orologio a cucù improbabile per quel paesino.

Alcune cornici mostravano foto d’epoca. C’erano due donne, forse sorelle del vecchio, allora giovani e belle, con gonne lunghe e arricciate color mattone scuro e grembiuli chiari. Poi si notava un uomo di mezza età, forse il padre, col panciotto e guarnizioni di color verde muschio, bottoni d’osso come si usavano tanti anni fa, le maniche della camicia arrotolate fino ai gomiti. Dava chiara idea di essere un boscaiolo che vivesse delle fatiche di montagna.

Poi, di colpo, lo vidi! Era perso tra cianfrusaglie, statuine e ammennicoli vari. Un libro antichissimo, impolverato al punto giusto, con la copertina cartonata di quelle che si usavano un tempo e che in breve avvizziva come rose in declino, quasi come carta straccia. Chiesi il permesso di prenderlo tra le mani e l’uomo mi guardò come se avessi chiesto un qualcosa d’inutile. Un gesto assurdo. Quel libro non veniva spostato dal suo posto da tempo immemore. Era parte del terribile arredamento di quella casupola. Forse era stato, magari, utilizzato per un mobile traballante a fare da piano alla base!

Non potevo crederci! Un antico volume dei “Fioretti di S. Francesco”! Risaliva alla fine dell’ottocento. Capite? Il mio protettore mi seguiva anche quel giorno. Era in cammino con me. Il vecchio si chiamava Settimio. Mi si avvicinò e, con fare falsamente burbero, mi strappò dalle mani il volume che avevo aperto e che stavo leggendo in alcune righe, lo infilò nello zaino posato a terra e mi disse: “Ora parla con me, quello te lo leggi a casa”!

Un’emozione incredibile. Me lo stava regalando. Non aveva idea del valore che quel dono rappresentava per me, non solo per la sua antichità ma soprattutto per quello che il santo è per la mia vita. Settimio, naturalmente, era il settimo di otto figli che presumo si chiamassero Primo, Secondino e giù fino a Ottavio. Lui era davvero arrivato alle sue primavere per grazia di Dio visto che era nato da un parto difficile.

Il cordone ombelicale gli si era avvolto intorno al collo, complicando maledettamente la sua nascita. Quando riuscirono a farlo entrare nel mondo, era ormai un neonato debolissimo più pronto a morire che a vivere. Non sembrava ci fosse tempo per il prete e allora la levatrice lo battezzò in fretta e furia prima che il suo corpicino lasciasse la vita e con acqua neanche benedetta. E invece…

Era arrivato a quasi ottant’anni e pareva scoppiare di salute. Merito di Dio, disse e mi tornarono in mente le parole del povero papa Luciani quello che riuscì a stare sul soglio pontificio per pochi giorni prima di morire. Diceva il sant’uomo che “Dio certe cose ama scriverle sulla polvere che se la scrittura resta, risulti chiaro che è merito tutto e solo del Signore!”. Ero felice di quell’incontro.

Ripensai alle belle parole di don Luigi Guanella, un “prete di frontiera”, che diceva: “l’opera per eccellenza di Dio in terra è l’uomo. È il più bell’inno che si possa cantare al Creatore!”.

A chi racconti tutto questo? Oggi l’odierna cultura insegna che, per risultare intelligente bisogna non essere credenti e più ci s’istruisce più si tende a sbarazzarsi di Dio che non è dimostrabile in laboratorio. Eppure neanche Darwin era convinto che il mondo fosse il risultato del caso pur negando evidentemente che derivasse da un disegno di Dio. La scienza ha spiegato forse il come: come si è formato l’universo, la sua evoluzione, la materia. Però non è riuscita a spiegare perché esiste lo stesso universo e per quale motivo ci siamo noi dentro questo gioco dell’oca.

Con Dio ci si diverte sempre! Credere in Gesù è bello e reale: ti rivoluziona la vita, ti dà la gioia di vivere e la forza di testimoniarlo. Altrimenti, sei come Epicuro con il suo comportamento qualunquistico a dirsi convinto che fin quando lui esiste non c’è morte e quando arriva la Nera Signora non c’è più lui.

Noi non siamo mai morti e non siamo mai nati, diceva un antico proverbio arabo e gli arabi, amici miei, se ne intendono, hanno una marcia in più, abituati al concetto di mondo del passaggio. San Francesco la chiamava “Sorella Morte”, madre e amica in grado di aprire nuove e definitive prospettive. Invecchiare e morire è un’arte e Settimio pareva essere un bravo artista di strada.

Il vecchio aveva in cuor suo il desiderio di raccontarci dell’eccidio di Pozza, frazione poco distante, di cui lui fu testimone oculare nel 1944. Era un bimbo quando, nel marzo di quell’anno, i partigiani provenienti dalla valle del Garrafo, fuggiti dalle lande del fiume Castellano, ripararono nel piccolo abitato. La sera erano tutti riuniti nella stalla, riscaldata dal respiro pesante delle bestie che a quei tempi erano come fratelli e sorelle che chiamavi per nome ed esse ti gratificavano con tanto latte.

Traditi da un sottoufficiale acquasantano, passato al nemico per pochi spiccioli e qualche privilegio, dovettero scappare dalla furia tedesca. Alla fine si contarono quasi cinquanta vittime e oggi c’è un piccolo cimitero a ricordare il terribile eccidio.

Dopo una bella fetta di pane raffermo con salsiccia e l’ennesimo bicchiere di vino, salutammo Settimio e raggiungemmo finalmente il minuscolo rifugio. Era dato accogliente per dieci persone, qualcuno di noi otto rimase fuori dentro il sacco a pelo. La notte per fortuna non fu rigida e il cielo era stellato, segno che il giorno dopo sarebbe stato bel tempo.

Quella notte non dormii tanto. Nel bosco i mostriciattoli invisibili frignavano, forse erano cicale, forse altro. Immaginai si trattasse di richiami d’amore, inviti dei maschietti alle compagne. Mi aspettavo di veder comparire degli occhioni grandi, un viso rotondo e un corpo dal soffice piumino. Questi animali sono una sorta di fantasmi alati che girano anche senza la luce delle stelle o della luna, pronti a protendere le zampe e a spalancare artigli a tenaglia per ghermire incauti topolini o arvicole.

La verità è che troppe cose accadono di notte. Nel silenzio del buio i santi pregano, i mistici incontrano Dio, i cattivi uccidono, gli innocenti dormono, gli adolescenti sognano, gli sposi fanno l’amore, i malati attendono trepidanti la salute, i carcerati maledicono il mondo che li ha condannati, i giovani saltano in discoteca. Certo di silenzio si può vivere ma anche morire. E qui di silenzio ce n’era a iosa.

Forse era una civetta! Le civette si sa, fanno vita notturna e quando aprono bocca, emettono suoni lugubri, ripetiti, insistenti. Voce da iettatrici, forse! Se, però si trattava di richiami d’amore, bè, che dire? Anche le civette hanno diritto ad amarsi. E cosa c’è di più bello dell’amore?

I rapaci notturni mi affascinano. Sapevate che hanno la capacità di ruotare la testa di duecentosettanta gradi? O che hanno una visione bioculare diversa dagli uccelli che vedono un occhio alla volta? Quei rumori però non potevano essere fatti dai rapaci. Essi non emettono il minimo fruscio, almeno così leggevo su di un libro scritto da un ricercatore un po’ pazzo che ha passato molti anni della sua vita nel mezzo dei boschi. Questo tizio affermava che la vita nel bosco di notte, è paragonabile a una fiera dell’agricoltura. C’è di tutto: animali piccoli e grandi che si spostano in cerca di cibo, occhi fosforescenti che scrutano dall’alto, fruscii di voli, scricchiolii. Quel tizio, di cui non rammento il nome, a furia di guardare i comportamenti animali, ha dimenticato di essere uomo, ha mille voci nella testa e oggi è sotto cure psichiatriche!

Ma loro, gli esseri della notte, i rapaci delle ore piccole, colpiscono al buio con precisione millimetrica e senza che le vittime possano accorgersi di nulla. È una continua strage di piccoli roditori. La civetta e il gufo hanno anche uno stridio lacerante che scuote la pace notturna, provoca angoscia ed è per questo che anticamente erano considerati animali del malaugurio. Sono stati, per secoli, i compagni di streghe, indovini e veggenti. In Egitto la civetta, addirittura, rappresentava l’anima che abbandonava il corpo. Oggi, al contrario, avere con sé una statuina di gufo, significa assicurarsi una vita migliore. Il mondo cambia freneticamente!

La candela che si consumava, dava vita a ombre ballerine sul muro spoglio della casupola. Sognai di avere davanti a me una vittima della montagna, lacera, dal viso tumefatto e i pantaloni tecnici strappati in più punti. E, mentre piangeva accorato, una ridda di minuscoli spiriti del bosco, gnomi, folletti, e animali se la ridevano a più non posso. Vidi anche un pezzo di pietra scalpellato con delle parole, incise di cui a fatica scoprii il significato: quella lapide improvvisata e imperfetta che sbucava come fiore maledetto dalla radura conteneva il mio epitaffio.

C’era il mio nome. Ero morto! Non si trattava di un sogno, bensì di un incubo! Hai voglia a dire che la morte è sorella, che davanti a lei dovremmo mantenere l’atteggiamento del viaggiatore che torna a casa. Purtroppo siamo prigionieri delle paure dell’anima che ci sbarrano la strada di un ritorno indolore alla nostra natura divina. Eppure sostengo da tempo che il senso del vivere è crescere, completarsi e poi tornare all’unità! Mi guardai bene dal raccontare il sogno ai miei compagni di avventura.

La mattina si faceva largo tra le nuvole ed io aprii gli occhi al mondo, lamentandomi, come il solito, di ossa rotte e vecchiaia prossima. Per un attimo ebbi un flashback: mi ricordai della signora Merenda, la vicina di casa negli anni della mia adolescenza. In onore del suo strano cognome, preparava amorosamente biscottini a forma di omini buffi e sorridenti. Era ciò che occorreva dopo il terrificante sogno della notte passata. Ero felice perché nel petto avevo ancora respiro e battiti. Ero morto solo col subconscio, per fortuna.

Su di una piccola roccia vidi una merla. Sembrava guardarmi a sua volta in silenzio. Certo saprete che questo è un volatile sospettoso e astuto che non sente proprio il bisogno di mettersi in mostra. Parlo di merli veri non quelli indiani che io definisco “falsi”! È davvero un uccello ruvido, direi antipatico. Al minimo rumore saluta e se ne va. A me forse era capitato l’unico esemplare vanesio in natura. Era lì senza nessuna voglia di volare. Mi guardava senza sospetto. Pensai di nuovo al mio incubo. E, l’uccello volò emettendo un rauco richiamo, forse di saluto.

Un gustoso aneddoto su San Carlo Borromeo lo raccontava il monaco teologo Guidalberto Bormolini. Nel suo studio il santo aveva una tela su cui era raffigurata, a caratteri tetri la morte con in mano la falce. Al posto di questo sinistro attrezzo, l’uomo di Dio fece dipingere una chiave d’oro. La morte, diceva, era in grado di aprire una porta e spalancarla su di un mondo di luce. Davvero avremmo bisogno di un “ars moriendi” per vivere e morire degnamente.

scacchia miniaturaIl secondo e ultimo giorno del nostro mini trekking filò liscio. Tempo buono, compagnia allegra e posti lussureggianti. San Francesco era davvero con me. Nello zaino i suoi “Fioretti” mi rendevano felice! Dio, a volte, passa per le nostre latitudini, ci tocca, si posa su di noi, ci visita come fa un amico. In quel momento l’uomo, anche il più povero del mondo diventa ricco!

Feci la mia preghiera: “Santo Francesco, pellegrino di Dio, insegnami a diventare da uomo distratto, il cercatore attento del Signore in ogni cosa … e non solo in viaggio!”.

Raggiungere Acquasanta Terme e il piccolo paese di Umito:

DA NORD

Versante Adriatico, Autostrada A14 direzione Sud, 71 km dopo Ancona, uscita San Benedetto del Tronto, proseguire verso la Superstrada Ascoli-Mare e di seguito la via Salaria.

DA SUD

Versante Adriatico, Autostrada A14 direzione Nord, 65km dopo Pescara, proseguire verso la Superstrada Ascoli-Mare e di seguito la via Salaria.

DA OVEST (Roma)

Via Salaria.

DA OVEST (Perugia)

Da Norcia proseguire verso la Via Salaria.

http://www.proacquasantaterme.it

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