Ma l’Occidente sta veramente tramontando?

di Christian Francia  –

Renzi Trump - tramonto occidente

Matteo Renzi trumpizzato

Oggi 8 Maggio è l’ottantunesimo anniversario della morte di Oswald Spengler, il filosofo e storico tedesco autore de “Il tramonto dell’Occidente” (pubblicato per la prima volta nel 1918). Da un secolo l’incubo del crepuscolo della nostra civiltà ci accompagna e sembra sempre sul punto di avverarsi.

Il libro di Spengler ha avuto un enorme successo di pubblico ed ha influenzato molto il pensiero dei successivi decenni: basti pensare all’intuizione delle civiltà viste come organismi che attraversano il loro naturale ciclo vitale fatto di nascita, sviluppo, fioritura e decadenza.

Il filosofo vedeva l’Europa nel suo stadio finale, vittima di un cieco materialismo, ed era convinto che la storia fosse un cammino di costante decadenza piuttosto che un’evoluzione progressiva. Spengler ritorna a Seneca per spiegare l’ineluttabilità del tramonto della cultura occidentale: “Ducunt fata volentem, nolentem trahunt” (“Il fato conduce colui che vuole lasciarsi guidare e trascina colui che non vuole”).

Ma il timore più grande è quello per la crisi della spiritualità e della religiosità, che era innanzitutto crisi di valori e a seguire crisi politica, economica e sociale. Spengler fu la levatrice della consapevolezza – maturata in tutto l’occidente – di vivere in un periodo di crisi: “quello che ci appare più chiaro nei suoi contorni è il tramonto dell’antichità, mentre già oggi avvertiamo chiaramente in noi e intorno a noi i primi indizi di un avvenimento ad esso del tutto analogo per corso e durata, che appartiene ai primi secoli del prossimo millennio: il tramonto dell’Occidente”.

Il destino della civiltà europea è ineluttabile e i sintomi del crepuscolo risiedono nell’ascesa della borghesia, nella tirannia dell’economia che ha fagocitato la politica, nella democrazia che è costituzionalmente incapace di produrre progresso, nel prolasso valoriale dovuto alla perdita di religiosità e alla perdita della “libertà di pensiero”.

Se il fato è deterministicamente segnato e il tramonto è altrettanto inevitabile, il processo di civilizzazione e l’evoluzione culturale indicano che l’apice della società è stato superato e ci si avvia ad una lenta ma inesorabile decadenza.

A distanza di un secolo da questa visione profetica e nel bel mezzo di una crisi economica e valoriale che ha investito l’intero occidente proprio all’abbrivio del nuovo millennio, la domanda che bisogna porsi è la seguente: ma l’occidente sta veramente tramontando?

La lungimiranza del pessimismo spengleriano è fuori discussione, tanto che circola la battuta “Spengler era un ottimista”. Ma se quel pessimismo fu accolto con entusiasmo nell’Europa che usciva dalla devastante prima guerra mondiale, non possiamo passivamente richiamarci a quel pessimismo anche oggi che attraversiamo una frattura spaventosa fra le civiltà.

Partendo dai limiti della democrazia, dalla vittoria solitaria del denaro e della tecnica, dalla debolezza della politica, tali fattori di decadenza sono divenuti formidabili grimaldelli per i populismi di destra e di sinistra che cercano di scassinare la razionalità residua della società.

La miopia impera ad ogni livello ed è facile scorgere analogie fra la nostra epoca e la decadenza dell’Impero romano. I barbari odierni sono identificati nelle potenze emergenti, nella Cina innanzitutto, ma anche nell’India e nelle forze orientali, nonché nell’Africa con tutti i suoi problemi e con la massa demografica in espansiva migrazione (migrazione che percepiamo come una minaccia).

La nostra civiltà si avvia alla fine nella misura in cui escludiamo volontariamente ogni progresso, perché è facile anche ricordare come la civiltà romana fece propria quella greca (l’oraziano Graecia capta ferum victorem cepit”, cioè la Grecia, conquistata dai Romani, conquistò a sua volta il selvaggio vincitore). In tal senso fu la cultura greca a vincere e a perpetuarsi fino ai nostri giorni perché il suo sistema di valori era solido ed efficace.

Allo stesso modo la “filosofia della crisi permanente” si bea delle intuizioni spengleriane concernenti il dominio della tecnica e l’eclissi dei valori culturali e religiosi, ben sapendo che è proprio sul terreno dei valori occidentali che si gioca la partita della sopravvivenza, perché se i cinesi nel futuro continueranno a vestire secondo i dettami occidentali, a bere, a guidare e magari anche a pensare all’occidentale, allora avremo vinto, altrimenti la debolezza del nostro spirito ci avrà condannato all’oblio.

Perché se il denaro conta più della morale (come insegnano Donald Trump, il neopresidente francese Emmanuel Macron, Matteo Renzi, fino a scendere a Luciano D’Alfonso, Paolo Gatti, Tommaso Ginoble, Sandro Mariani e Maurizio Brucchi), se gli scandali economici e la corruzione infestano come la gramigna le nostre istituzioni facendo mancare al popolo tutti i punti di riferimento, allora le dittature politiche del ventesimo secolo saranno uno sbiadito ricordo rispetto alla dittatura economica che ci schiaccerà nel ventunesimo.

E non va sottaciuto che la fine dell’occidente a guida americana è già nei fatti, sia perché la maggioranza degli americani ha perso qualsiasi fiducia nel sistema politico-economico degli USA, sia perché gli Stati Uniti e i Paesi loro alleati (fra i quali l’Italia) perdono continuamente ricchezza da molti anni (il totale del loro PIL scenderà – rispetto al totale mondiale – dal 64% del 1990 fino al 39% del 2020, e nello stesso periodo la quota degli USA crollerà dal 22% al 15%).

Certo, è pur vero che gli Stati Uniti restano il Paese più ricco della storia mondiale e che la loro disoccupazione è bassissima, ma il loro potere scema e il predominio economico è in costante declino, cosicché l’America può affidarsi solo alla sua influenza sui Paesi occidentali per poter continuare a plasmare i sistemi politico-economici globali.

Ma le alleanze statunitensi e il prestigio americano nel mondo rischiano di essere un patrimonio a forte rischio estinzione da quando Donald Trump è divenuto presidente. La Cina non può vantare né il numero, né la caratura degli alleati americani, i quali nutrono una fiducia solida negli USA proprio perché confidano nella solidità del loro sistema e condividono gli stessi valori.

Trump rischia di far crollare questo castello fondato sulla fiducia, rischia di compromettere molte alleanze, rischia di mettere a repentaglio le regole del sistema economico aperto, ragion per cui la prosperità economica della seconda metà del XX secolo (tra il 1950 e il 2010 il PIL mondiale medio pro capite si è sestuplicato) può divenire un lontano ricordo.

La crisi finanziaria mondiale, con la sua profondità e la sua persistenza, sta dimostrando che non è per niente certo che si debba continuare a riporre una fiducia illimitata nelle capacità americane, così come in Europa non è per niente certo che si debba continuare a credere al sistema democratico che perde quotidianamente credibilità quale modello per l’organizzazione della vita politica e civile.

I bastioni della democrazia tremano, i valori che essa rappresenta sbiadiscono, gli ordinamenti giuridici deperiscono (ogni riferimento alle sparatorie notturne sponsorizzate dal PD è puramente casuale), lo stesso Stato di diritto (inteso come baluardo di civiltà) vacilla.

La Francia si avvia ad una fase di incertezza dove il crollo dei vecchi partiti ha lasciato solo macerie sulle quali gli sciacalli di destra e i tecnocrati-plutocrati alla Macron imperversano.

In questo scenario catastrofico le visioni pessimistiche di spengleriana memoria riaffiorano e accompagnano la marcia funebre di una civiltà che appare morente oggi più di allora.

L’ammirazione per le tesi del filosofo tedesco incontra un solo limite: quello della impossibilità di rassegnarsi al fatto che le umane vicende siano segnate da una senescenza inesorabile, piuttosto che da un progresso permanente.

Del resto, se dal secondo dopoguerra agli inizi degli anni 2000 c’è stata una formidabile crescita del benessere e della prosperità occidentale, questo dato ci indica che non solo è possibile arrestare l’invecchiamento sociale, ma è addirittura possibile crescere e ringiovanire.

In fin dei conti ci si può sempre affidare alla teoria greca e nietzscheana dell’Eterno ritorno, in base alla quale il tempo è ciclico e l’universo muore e rinasce, oppure si può aderire al finalismo biblico ed hegeliano, ma quel che è certo è che viviamo un’epoca di tramonto dei valori che hanno sorretto l’architettura dell’occidente e siamo alla vigilia di un mondo completamente diverso dove i seguaci del dio denaro saranno destinati a fare gli schiavi di chi saprà edificare una nuova cultura, fondamento di una nuova civilizzazione.

2 Responses to Ma l’Occidente sta veramente tramontando?

  1. Antonietta

    8 maggio 2017 at 15:13

    Mala tempora……

  2. Amen

    9 maggio 2017 at 8:33

    Ma insomma, non mi pare che quella di Spengler fosse una grande intuizione…. Se Giambattista Vico parlava di cicli storici, è ovvio che il ripetersi di un ciclo si intendesse determinato dalla fine del precedente. Inoltre, non credo sia mai sfuggita agli storici la fase della decadenza dell’impero romano, seguita dal medioevo. Poi qui leggo che il filosofo tedesco parlava di fine della religiosità e della libertà di pensiero, come se i due concetti messi insieme non costituissero un madornale ossimoro…
    Certo, l’Occidente sta tramontando. Presto la sua identità sarà cancellata, se non altro per un fattore numerico. Basti guardare una carta geografica e vedere quanto è piccola l’Europa ( non parliamo dell’Italia…) se paragonata all’Africa che ha deciso di trasferirsi più a nord… Per non parlare dell’aspetto religioso, se di religione si può parlare in riferimento alla violenza brutale dell’Islam.
    Ma vado avanti a leggere l’articolo, e credo (spero) che per il resto mi troverò d’accordo con l’autore…

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