Primarie PD: Non festa della democrazia, bensì regolamento di conti fra i comitati elettorali dei capibastone

di Christian Francia  –

Renzi - chi mi ama mi segua

Matteo Renzi ammansisce le pecore

Da una sola lacrima sul viso Bobby Solo comprese molte cose, mentre noi dalle Primarie che il Partito Democratico ha svolto due giorni fa per scegliere il suo segretario nazionale possiamo comprendere tanto della politica nazionale, regionale e teramana.

PD ITALIA

La prima considerazione è di apprezzamento poiché, messe da parte critiche e polemiche, bisogna rimarcare che il PD resta ad oggi l’unico partito italiano che abbia nel DNA la partecipazione reale dei cittadini, considerato che sia Forza Italia e sia il Movimento 5 Stelle sono partiti padronali dove il padre/padrone decide quello che vuole in assenza di qualsivoglia contraddittorio.

Ciò premesso, è altrettanto necessario sgranare il rosario delle tragedie piddine, specchio di un Paese alla deriva.

È noto a tutti che le Primarie non servano ad eleggere il segretario del partito, bensì a misurare il peso delle varie correnti per poter poi ripartire fra ciascun capobastone, sia esso Andrea Orlando o Michele Emiliano, sia esso Luciano D’Alfonso o Tommaso Ginoble (e via discendendo), la percentuale dei candidati e delle poltrone nelle liste elettorali, nel governo, nel parlamento, nei Comuni e negli infiniti enti pubblici che costellano la nostra comatosa democrazia.

Per questo motivo nessuna importanza riveste il numero degli elettori che partecipano alle Primarie, in quanto ciò che realmente conta è la percentuale raggiunta: Matteo Renzi 70%, Andrea Orlando 19,5%, Michele Emiliano 10,5%.

Questo dato non ci dice solo che Renzi resta segretario del PD con un vastissimo consenso fra gli elettori del suo partito, ma ci sottolinea che Renzi nominerà il 70% di suoi fedelissimi su tutte le poltrone che il PD dovrà occupare nelle istituzioni.

La controprova? Se le primarie fossero state gestite in modo serio, si sarebbe discusso ampiamente di contenuti, di proposte, di mozioni, di analisi sugli errori commessi negli ultimi quattro anni di governo nazionale, in modo da poter emendare quegli errori e correggere la rotta.

Invece sono assurti agli onori della cronaca nazionale solo battibecchi, cicalecci, ronzii, punzecchiature, domande sui poster appesi nelle camerette adolescenziali dei leader, con Renzi che dominava tutto ribadendo come il suo governo sia stato miracoloso per l’Italia. A dimostrazione che la politica nei partiti è defunta da tempo immemore.

Non può sfuggire che essendo stato, quello di Renzi, il quarto governo più lungo della storia repubblicana, il disastro generale che è riuscito a realizzare – pur avendo avuto una maggioranza schiacciante per realizzare tutte le riforme che ha voluto – lascia facilmente presagire che la profezia di Andrea Orlando si avvererà alle prossime elezioni politiche del 2018: “Si possono stravincere i congressi e straperdere le elezioni”.

Inoltre, giova rammentare la sequenza numerica degli elettori di tutte le primarie svoltesi in Italia:

– alle primarie per eleggere il candidato premier del centrosinistra nel 2005 si recarono a votare 4.311.149 cittadini (vinse Romano Prodi);

– alle successive primarie dell’ottobre 2007, affollarono i gazebo del neonato PD 3.554.169 persone (vinse Walter Veltroni);

– alle primarie dell’ottobre 2009 i votanti scesero a 3.102.700 (Pier Luigi Bersani fu eletto nuovo segretario nazionale PD);

– alle primarie di coalizione del dicembre 2012 per scegliere il candidato premier votarono in 2.802.382 (vittoria di Bersani con il 60,9% su Renzi 39,1%). Come è noto Bersani affondò alle elezioni politiche del 2013 e il seguito è storia recente;

– alle primarie del dicembre 2013 i votanti furono 2.814.881 – quindi stabili – e ci fu l’apoteosi di Renzi (che schiacciò sia Gianni Cuperlo che Pippo Civati);

– alle primarie del 30 aprile 2017 per la scelta del segretario nazionale PD pare abbiano votato 1.848.000 cittadini (dico pare perché Orlando asserisce che siano solo 1,6 milioni) con Renzi che ha calpestato la concorrenza guadagnando il 70% dei consensi.

Nell’arco di 12 anni si è erosa una base sociale gigantesca, ma soprattutto si è perso almeno un milione di elettori fra le penultime e le ultime primarie, a dimostrazione di quanto Renzi sia odiato per quel che non è riuscito a realizzare rispetto alle promesse che aveva fatto agli italiani.

E siccome Matteo è il principale responsabile della malattia dell’Italia, sappiamo bene che la vittoria del No al referendum costituzionale dello scorso dicembre ha messo fine alla stagione maggioritaria, riportandoci indietro ad una fase proporzionale che premierà chi sarà capace di dialogare e di costruire ponti e alleanze. Doti che né Renzi e né Grillo possiedono, cioè i due leader dei due primi partiti italiani, entrambi perentori nell’affermare la loro idea di autosufficienza.

Va da sé che le elezioni politiche si annunciano – rebus sic stantibus – come una sconfitta per gli isolazionisti (M5S), con conseguente ammucchiata destra-sinistra che giustifichi i sacri valori della governabilità e stabilità (ma questa volta il comando sarà berlusconiano e Renzi farà da spalla, come ha serenamente annunciato la settimana scorsa durante il confronto televisivo fra i candidati alle primarie).

La sintesi agghiacciante è che il PD che esce da queste primarie è diventato ancor più renziano e ancor meno partecipato in termini assoluti, condannandosi ad arrivare terzo alle elezioni politiche 2018, sia dietro al M5S che alla coalizione di centrodestra, i quali si giocheranno il primo posto e l’investitura per la presidenza del Consiglio che effettuerà il Capo dello Stato (ad oggi il vento soffia tutto nelle vele del centrodestra).

Del resto continuare a dare fiducia ad un pirla che ha promesso che avrebbe abbandonato la politica se avesse perso il referendum sarebbe da masochisti seriali (e per fortuna i masochisti che vanno in sollucchero nel farsi bastonare dalla politica sono oramai solo 1,8 milioni circa, cioè la sparuta minoranza degli elettori del PD).

Bisogna pure far presente la circostanza esilarante in base alla quale sarà lo stesso Renzi, facendo approvare la legge elettorale al parlamento, a scegliersi il nemico dal quale si farà sconfiggere alle elezioni: se la legge elettorale darà un premio alla lista allora sarà il M5S a seppellire il PD, se invece la legge elettorale darà un premio alla coalizione sarà Berlusconi a tornare al comando (in entrambi i casi gli inciucisti confidano nell’orgia destra-sinistra, cioè altri cinque anni simili agli ultimi cinque).

PD ABRUZZO

In Abruzzo, in attesa dei dati ufficiali, registriamo che nei seggi delle primarie pare abbiano votato circa 40.000 elettori con larghissime maggioranze per Matteo Renzi.

Le bertucce piddine hanno subito gridato che “Renzi vola!”, ma in realtà i votanti sono pecore che hanno belato acriticamente per il loro pastore, dato che chi conserva una dignità non voterebbe mai per il PD e se mai lo facesse voterebbe contro il catastrofico renzismo.

Ad ogni buon conto l’Abruzzo dimostra di essere la regione arretrata che è, visto che ha sostanzialmente confermato l’affluenza delle scorse primarie; mentre al contrario la Toscana ha dimezzato i voti (dai 393.000 del 2013 ai 210.000 attuali), la rossa Emilia Romagna ha dimezzato la partecipazione (dai 415.000 elettori delle primarie 2013 ai 216.000 di domenica scorsa); l’Umbria è scesa dai 71.000 del 2013 ai 41.000 del 30 aprile; le Marche hanno dimezzato i votanti (da 93.000 di quattro anni fa ai 47.000 di domenica); la Lombardia ha registrato un calo spaventoso (dai 377.000 del 2013 ai 226.000 del 2017); in Veneto gli elettori diminuiscono da 177.000 a 90.000; nella piddina Friuli Venezia Giulia i votanti calano da 47.000 a 25.000; nell’evoluto Trentino Alto Adige si passa da 28.000 a 14.000; in Piemonte gli elettori diminuiscono da 164.000 a 90.000; in Liguria si passa da 82.000 a 48.000 votanti; in Valle d’Aosta ci sono stati 3569 voti nel 2013 e 1888 domenica scorsa; in Calabria gli elettori scemano da 89.000 del 2013 a 70.000 del 2017; in Sicilia si passa da 129.000 a 110.000; in Campania da 192.000 a 151.000; in Sardegna da 59.000 a 43.000; persino in Molise diminuiscono i votanti dai 12.600 del 2013 agli 11.813 attuali.

Praticamente ci sono solo tre Regioni ovine e autolesioniste: la Puglia, l’Abruzzo e la Basilicata. Ma almeno la Puglia ha l’attenuante di avere avuto il proprio governatore Emiliano fra i candidati alla segreteria (accrescendo i votanti dai 123.000 del 2013 ai 151.000 attuali), mentre i lucani vincono la palma degli idioti assoluti avendo aumentato gli elettori dai 32.000 del 2013 ai 41.000 del 2017.

In sintesi noi abruzzesi siamo secondi solo ai lucani per arretratezza politico-culturale. Una bella consolazione.

Pur tuttavia questi dati dimostrano come il tallone piddino del governatore D’Alfonso incida pesantemente sulla Regione, soprattutto perché le opposizioni sono particolarmente remissive nei confronti di chi comanda e non riescono a fare nemmeno il solletico ad una giunta regionale ignorante e incapace quant’altre mai.

PD TERAMO

I dati del teramano si rivelano estremamente significativi della situazione politica che stiamo subendo.

Nel Comune capoluogo di Provincia i numeri registrano 1.139 votanti (804 per Renzi, 210 per Orlando e 125 per Emiliano), mentre nel 2013 i votanti furono 2.316, con un calo del 51% che evidenzia come abbia lavorato bene il PD negli ultimi quattro anni.

Del resto, se ovunque ci si domanda come sia possibile che un Attila come Maurizio Brucchi sia ancora sindaco, la risposta non può che essere questa: da un lato colei che fu candidato sindaco del PD nel 2014 – cioè Manola Di Pasquale – dopo aver perso il ballottaggio si è subito dimessa da consigliere comunale abbandonando il fronte per accomodarsi sulla ben remunerata poltrona di presidente dell’IZS (a dimostrazione di quanto possa essere ignobile promettere falsamente ai cittadini che si difenderanno i loro interessi fino in fondo, salvo scappare alla prima occasione correndo dietro a facili guadagni); dall’altro lato l’attuale capogruppo consiliare del PD Gianguido D’Alberto è una papera muta che non ha espresso nemmeno un pigolio (favorevole o contrario che fosse) sul referendum costituzionale dello scorso dicembre, così come è stato silente come una tomba sulle indicazioni personali concernenti le attuali primarie.

Se questi sono i vertici comunali di un partito infame, è fin troppo facile comprendere perché siamo caduti così in basso.

Se si pensa che nella Roseto del capobastone piddino Tommaso Ginoble pare si siano raggiunti i mille votanti, cioè circa gli stessi voti del capoluogo pur avendo Roseto meno della metà degli abitanti, e se si pensa che a Giulianova si sono recate ai gazebo democratici circa 780 persone, si comprende come più ci si spinga in campagna e nelle periferie più gli elettori sono pecore e si lasciano abbindolare dai venditori di pentole.

Il quadro provinciale disegna contorni piuttosto chiari per gli scenari futuri: Ginoble verrà rieletto al parlamento (che Dio ce ne scampi e liberi) nonostante il suo partito si accinga ad una pesante sconfitta sia alle elezioni politiche che a quelle regionali, laddove il centrodestra si prepara a raccogliere una messe di voti nonostante abbia assistito in silenzio allo scempio dei governi piddini nazionali e alla satrapia mediorientale di Luciano D’Alfonso in Regione Abruzzo.

Se si considera il prolasso sacrosanto dei votanti piddini alle primarie nel Comune di Teramo, prolasso cui non fa seguito nessuna concreta emersione di forze civico-partitiche innovative e credibili che sappiano costruire un’alternativa forte al giogo centrodestroide-democristiano che ci ha soffocato negli ultimi 13 anni, non può che evincersi come Brucchi continuerà a restare in sella fino a quando lo vorrà, e dopo di lui siederà sulla poltrona di primo cittadino ancora un altro sindaco di centrodestra, con buona pace di quella che un tempo si chiamava sinistra.

Renzi - la resurrezione di Lazzaro

La resurrezione del Lazzaro(ne)

2 Responses to Primarie PD: Non festa della democrazia, bensì regolamento di conti fra i comitati elettorali dei capibastone

  1. Sergio

    3 maggio 2017 at 18:37

    M fi’ murì

  2. carlo politi

    6 maggio 2017 at 20:47

    sotto gli insulti nulla

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