Teatro: L’insostenibile pesantezza della crisi coniugale. Monica Guerritore e Francesca Reggiani a Teramo in “Mariti e Mogli” di Woody Allen

di Christian Francia  –

Guerritore - Mariti e Mogli - Marcescenza di coppia

Monica Guerritore e Pietro Bontempo in una scena di “Mariti e Mogli”

Assolutamente da vedere lo spettacolo oggi in scena al Teatro comunale di Teramo (nelle due recite delle ore 17,00 e delle ore 21,00). Da vedere perché è un trattato sul labirinto del matrimonio, istituto fondante della società sul quale Woody Allen si è accanito come un anatomopatologo necrofilo.

Il regista americano, sadomasochista fino al midollo, nel suo film “Mariti e Mogli” del 1992 – da spargitore di sale sulle ferite qual è – non lesina coltellate al disfacimento dei rapporti coniugali stinti dal tempo.

Monica Guerritore, oltre che attrice protagonista anche regista dell’adattamento teatrale, interpreta la sceneggiatura del film facendo scivolare il sarcasmo il secondo piano, per concentrarsi sulla farsa.

Non lo spettacolo, bensì il matrimonio stesso è una vera e propria farsa, la quale inizia come una commedia sentimentale, per poi rivelarsi nella sua fase matura come una perversione psicologica, una melassa nauseabonda e indigeribile che sembra impossibile poter tollerare ancora da parte dei coniugi.

Lo spettacolo gravita attorno a due coppie: Monica Guerritore (Sally) e Pietro Bontempo (Jack) che decidono di separarsi; Francesca Reggiani (Judy) e Antonio Zavatteri (Gabe) il cui matrimonio pare ancora reggersi.

La storia si dipana in un crescendo di rivelazioni, di confessioni, di scoperte: le scappatelle, le avventure extraconiugali, la stanchezza, le idiosincrasie mai superate, gli odi covati in segreto, le frizioni caratteriali, la crisi di mezza età, il trauma dell’invecchiamento vissuto male sia dagli uomini che dalle donne.

È terapeutico assistere ad una seduta psicanalitica collettiva nella quale si sbattono sul tavolo le ingiurie che il tempo si è divertito ad infliggere ai rapporti umani, fino al punto di rottura nel quale uno sforzo di lucidità consente ad una coppia di non disintegrarsi, e un parallelo sforzo di lucidità consente ad un’altra di dirsi addio.

Se dovessi sintetizzare in una sola goccia il complesso delle emozioni e dei sentimenti che la Guerritore è riuscita a mettere in scena, dovrei usare le parole di Pier Paolo Pasolini nell’Edipo Re: “l’abisso in cui mi spingi è dentro di te”.

Esiste infatti un abisso dentro ciascuno di noi, del quale abbiamo paura e che non sappiamo misurare, al bordo del quale costringiamo ad affacciarsi il coniuge dal quale pretenderemmo che riuscisse a misurarlo e magari a colmarlo.

Ma è un tentativo inane che apre un divario fra il possibile e l’impossibile, fra la felicità di coppia e l’inferno del matrimonio.

Sally (Guerritore) descrive così il suo inferno privato: “Il mio matrimonio, te l’ho detto, è morto da anni. Non lo so perché. Ah, sì che lo so, è la seconda legge della termodinamica: prima o poi tutto si muta in merda”.

Eppure questa capacità di riuscire a guardare dal di fuori la propria vita è un’ancora di salvezza che permetterà alla coppia di superare gli scogli, di pesare le reciproche avventure e di riconsiderare il rapporto come una libreria preziosa di storie e cultura che sarebbe sciocco gettare a mare.

Una delle battute più caustiche scolpisce un dato di significativa attualità: “La vita non imita l’arte, imita la cattiva televisione”. Già. Proprio quella TV alla quale ci sottoponiamo, quella che guardiamo con il sopracciglio alzato, ma che finiamo per imitare con le nostre esistenze.

Tutto lo spettacolo, un unico atto di quasi due ore, si svolge in una notte di pioggia e in un unico ambiente dove i protagonisti riversano il peggio delle loro crisi coniugali, rivolgendosi sovente agli spettatori per renderli destinatari diretti delle confessioni e delle insofferenze, quasi a volersi accattivare la comprensione e la compassione del pubblico.

Woody Allen ha trovato una chiave comico-satirica per dipanare in innumerevoli sceneggiature il mai stancante racconto delle trame amorose, cogliendo la verità dell’uomo e della donna nelle loro piccinerie, nei loro vizi, nelle loro bassezze morali, nella drammatica assenza di un senso ultimo, di uno scopo superiore al quale potersi affidare.

L’intensità degli attori, fra i quali segnaliamo Pietro Bontempo che si trova magistralmente a suo agio nei panni dell’uomo in crisi di mezza età, crea un’atmosfera di complicità e rilassatezza, quasi a lasciar credere che ogni tragedia familiare non è altro che una barzelletta per chi vi assiste dal di fuori.

Intelligente la regia della Guerritore, la quale non sovraccarica le scene e le battute, badando al fluire del racconto piuttosto che agli acuti che pure punteggiano la trama.

Anton Čechov scrisse che Nella vita coniugale, l’essenziale è la pazienza. Non l’amore: la pazienza!”. In questa commedia la pazienza mostra la corda, giunge fino al limite estremo senza spezzarsi e poi ricresce, nella convinzione che occorre molta indulgenza sia con il partner che con se stessi, e occorre coltivare sempre il senso del limite e della finitezza umana.

One Response to Teatro: L’insostenibile pesantezza della crisi coniugale. Monica Guerritore e Francesca Reggiani a Teramo in “Mariti e Mogli” di Woody Allen

  1. ernesto albanello

    12 aprile 2017 at 16:58

    quando i partner si compensano, inevitabilmente si aggrappano l’un l’altro e portano le proprie inadeguatezze al cospetto dell’altro, nella quasi mai dichiarata volontà che l’altro si faccia carico di lui (o di lei). Ma a questo punto nascono le dipendenze e le contro dipendenze determinando una piattaforma che invischia e non dà tregua.
    Viceversa i partner , se autonomi ed autosufficienti, trovano nell’altro (o nell’altra) un arricchimento che migliora, impreziosisce ma non determina le reciproche identità

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