Una passeggiata inusuale nella Laga

Una passeggiata inusuale nella Laga

di Sergio Scacchiapaesaggioteramano.blogspot.it

Uno dei santi Padri della chiesa ammoniva che è facile trovare Dio molto più nei boschi che nei libri. La foresta dedicata a San Gerbone è fitta e intricata. I faggi sono sparsi a perdita d’occhio. C’è di che riflettere sul fatto che l’albero rappresenta, fin dai tempi più remoti, il simbolo e l’espressione della vita, ma anche l’esempio di equilibrio e saggezza.

Qui ci sono alberi secolari, veri giganti della natura tra i più maestosi d’Italia. Parlo di colossali patriarchi arborei forse venerati come sacri, molti e molti anni fa. Si tratta di autentici monumenti nati da semi del ’600, forse ’500, magari mentre in altre parti del mondo Colombo era indaffarato a scoprire le terre d’America.

In questa foresta c’è l’irripetibile combinazione di aria, terra, luce e umanità che è la mano di Dio. Che opere incredibili gli alberi! Sono la dimora segreta di mille creature, sprigionano profumi, offrono colori inarrivabili, sono la linfa vitale dell’equilibrio ecologico. Ognuno di questi giganti racchiude storie e memorie del passato. Ognuno di questi tronchi, o dritti o piegati dalle intemperie, formano la nostra storia, piccola o grande. E anche da morti, i ceppi marcescenti sono lì a svolgere un compito ecologico impegnativo.

Molte persone conoscono, magari bene, le piste del Sahara e le atmosfere artiche delle isole Svalbard, manciata di sassi e ghiaccio a metà strada tra Polo e Norvegia. Amano gli spazi aperti, i territori impervi, i luoghi dimenticati da riscoprire. Ma poi ignorano delle nostre foreste!

La verde valle del Castellano, pur martoriata dai terremoti, è bellissima, costellata di borghi remoti. Questo corso d’acqua di frontiera, alimentato da due torrenti che scendono da Pizzo di Moscio e Cima Lepri, per lungo tempo ha segnato il confine tra papato e regno delle due Sicilie.

È una storia secolare come dimostrano i reperti archeologici d’insediamenti etruschi, longobardi e i toponimi di alcune località attestanti la presenza romana. Un percorso avvincente a ritroso nel tempo dagli Etruschi al Medioevo e infine al brigantaggio di fine settecento.

I luoghi raccontano un mondo che non esiste più, restituito in superficie da innumerevoli tombe seppellite in mezzo a queste dorsali appenniniche. Teschi dalla bocca scarnificata, brocche, coppe di bronzo, utensili, raccontano una vita scomparsa come tante attività umane del passato.

Questa un tempo era la patria di abilissimi scalpellini che, per oltre due secoli, hanno lavorato manualmente, donando identità a piccoli paesi come Collegrato, Cesano, Villafranca, Vignatico.

Con loro non esistono più i carbonai, merce rara i pastori, introvabili gli impagliatori di canestri e i fabbri. Un mondo di cultura agro pastorale scomparso che non tornerà più!

Le sterminate foreste sono state gestite a volte con dubbia efficacia. Hanno dato legname pregiato, servendo imparzialmente il dio della guerra e quello della pace. Per lungo tempo i tronchi dritti dei faggi e degli abeti bianchi hanno rifornito soldati intenti alla costruzione d’impalcature di difesa e uomini di montagna per l’edificazione dei tetti in travi delle case.

Il fiume Castellano, durante il periodo delle piene, ha dato energia a piccoli mulini, trasportando i tronchi trascinati fino a riva dai buoi lungo le piste apposite dette di “smacchio”. Oggi i boschi sono violentati da tagli improvvidi di oscuri boscaioli o piromani impazziti e nulla possono i pochi forestali impegnati in una lotta impari.

Ripartiti da San Vito, scendendo alla volta del fondovalle del torrente Castellano, abbiamo incontrato il piccolo nucleo di case denominato Cerquito, semi abbandonato a causa del terremoto e, poco sotto, la chiesa agreste di S. Rufina che ricorda nello stile quella di S. Vito.

Isolata tra i campi a qualche chilometro dall’abitato di Villafranca, incuriositi, ci siamo avvicinati. La chiesa emana il fascino discreto della storia e dell’apparente abbandono. Evoca magiche e bucoliche sensazioni che paiono provenire dal passato o dalla suggestione di questo placido borgo contadino di straordinaria bellezza.

Mi accingo a trovare la chiave. La casetta accanto alla chiesa ha la porta aperta. Busso due volte, chiedendo permesso. Una voce cupa a metà tra donna e uomo mi risponde seccata dal fondo dell’abitazione. Continuo, chiedendo se è possibile fare riprese e foto all’interno del luogo sacro, quando una furia di improperi, bestemmie e urla ci investono terribilmente! Dagli strilli, traduciamo che la signora è stata disturbata mentre era al bagno e non ha finito il suo bisogno e che nessuno l’ha mai pagata per aprire le porte. La donna continua a bestemmiare anche dopo aver aperto la chiesa, sull’uscio. In quel momento penso che la Madonna stesse piangendo nell’alto dei cieli.

La piccola chiesa è bella. Ha subito un primo rifacimento nel XIII secolo, cento anni dopo la costruzione. La sua opera più interessante era un trittico, opera di Pietro Alemanno, che per motivi di sicurezza, visto l’isolamento del monumento, è custodito ed esposto nel museo dell’Aquila. Mi domando, come mai non a Teramo? Una domanda che mi posi quando, in visita al Museo archeologico di Campli, scoprii che i resti più importanti della necropoli di Campovalano erano a Chieti, così come quelli della necropoli longobarda di Castel Trosino, ad Ancona.

Una lapide nella casetta in pietra, adiacente alla chiesa, colpisce la nostra attenzione. Riporta una storia bellissima. Il tre ottobre 1943, mentre su queste montagne infuriava l’attacco sferrato dai tedeschi contro i partigiani, tal Luigi Ambrosi avvocato di Ascoli Piceno fu circondato con altri sette giovani e stava per cadere sotto il fuoco nemico. Una invocazione dal profondo del cuore fu fatta dal giovane avvocato per chieder soccorso alla Vergine. E, incredibilmente, quando tutto sembrava perduto e la vita dei giovani stava per essere troncata, un terremoto di straordinaria violenza scosse così fortemente la terra che grossi macigni rotolarono generando panico fra i soldati tedeschi che si diedero alla fuga precipitosa, risparmiando i giovani. Era il giorno dedicato al Santo Rosario. Questo fatto prodigioso è stato riportato su lapide nel 1958.

Fuggiamo mentre la signora continua a bestemmiare. Arriviamo a Villafranca. Da lontano il paese sembra un unico edificio, grazie all’insieme continuo di case in pietra che culminano in una piazza dalla quale si dipanano le classiche viuzze dei borghi della Laga.

Scendiamo a Cesano, mentre commentiamo gli improperi e il toccante miracolo. Mi ricordo che Vincenzo Cimini (alias Giacobbo), noto volto televisivo locale scomparso da poco tempo, negli anni ’50 recatosi sul posto per lavoro, si meravigliò del metodo di comunicazione adottato dai montanari residenti ai lati opposti della valle. Con uno strano linguaggio urlato (a Cimini incomprensibile) gli abitanti riuscivano magicamente a capirsi.

Certo da queste parti il telefono ha tardato ad arrivare. Il mio compianto amico Lucio De Marcellis un giorno mi disse che la stessa cosa raccontava la teramana Carmela Di Pietro, morta a gennaio 2005 all’età di 100 anni. Negli anni ’40 e ’50, la signora riusciva a comunicare dalla sponda del Vezzola nei pressi di piazza Garibaldi con i parenti (la famiglia Di Teodoro) che abitavano a Coste S. Agostino. All’epoca non c’erano i ponti San Gabriele e S. Francesco e gridando attraverso la silenziosa valle del Vezzola si evitava l’attraversamento del fiume ricco di acque (prima che L’Enel lo prosciugasse quasi completamente). Non c’erano macchine, rumori e i suoni raggiungevano distanze che a noi moderni cittadini appaiono incredibili, nel frastuono di cui ci circondiamo.

La nostra gita finisce a Vignatico, davanti la chiesetta rupestre di S. Stefano del XVI secolo. Mi chiedo il perché di questo nome dato alla località visto che qui la vite non potrebbe mai attecchire.

Guardo la chiesa nella sua semplicità architettonica. È proprio nella caratteristica di umiltà, che si rispecchiano i caratteri degli abitanti di queste montagne.

“Or ti piaccia gradir la sua venuta: libertà va cercando, ch’è si cara, come sa chi per lei vita rifiuta”, scriveva Dante Alighieri nel Purgatorio della sua Divina Commedia. E meglio non si potrebbe riassumere il concetto di libertà che si assapora da queste parti.

One Response to "Una passeggiata inusuale nella Laga"

  1. Goffredo Rotili   3 aprile 2017 at 10:06

    La frazione Vignatico era storicamente nota per la produzione di vino tipico da vitigni coltivati nell’intorno del paese.
    Io, da ragazzo, ho potuto gustare la bontà di quel vino leggermente alcolico ma molto aromatico e tipico di quelle antiche vigne.
    Le vitti attecchivano benissimo e ci sono ancora.
    Un saluto

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