Teatro per uscire dal silenzio e per entrare nel silenzio: “Figli di un Dio minore” a Teramo

Teatro per uscire dal silenzio e per entrare nel silenzio: “Figli di un Dio minore” a Teramo

di Christian Francia  –

Figli di un Dio minore
Giorgio Lupano e Rita Mazza: i protagonisti dello spettacolo

È sempre emozionante confrontarsi con la diversità: quella altrui funge da specchio per comprendere la nostra.

Al Teatro Comunale di Teramo oggi è di scena “Figli di un Dio minore” (con due repliche: la prima alle ore 17,00 e la seconda alle ore 21,00), spettacolo incentrato sulla sordità e sulla storia d’amore fra James, insegnante logopedista di una scuola per non udenti, e Sara, ragazza sorda che lavora come bidella nella stessa scuola.

La trama è nota soprattutto per l’omonimo film del 1986, a sua volta versione cinematografica del testo teatrale di Mark Medoff del 1979.

Lo spettacolo – che ha il pregio di rivolgersi tanto agli udenti che a i non udenti – si focalizza sulle minoranze invisibili, in questo caso quella dei sordi, mettendo in evidenza la linea d’ombra che separa mondi differenti, i quali cercano di trovare un terreno comune dove poter comunicare al di là delle barriere linguistiche, barriere che spesso diventano muri insormontabili i quali impediscono di mettere in relazione le anime e le sensibilità.

Ed è sorprendente quanto il racconto di una difficoltà di partecipare se stessi al prossimo divenga un filtro per analizzare le difficoltà comunicative che chiunque incontra quotidianamente nel rapporto con gli altri.

La sordità è il paradigma di una chiusura mentale che diviene handicap solo per chi vuole restare imprigionato dentro i propri fantasmi e non aprirsi all’ascolto.

Le differenze non esistono fra udenti e non, ma esistono nel modo di relazionarsi, di approcciare culture nuove, sentimenti, linguaggi e universi mentali che sono tanto unici quanto fecondi.

L’amore è una chiave universale che apre i cuori dell’insegnante e dell’allieva: lui udente che scardina le diffidenze di lei non udente, aprendo quello scrigno inesplorato che è una ragazza la quale mai prima aveva avuto l’occasione di poter sbocciare.

James ha il coraggio di sbarcare sull’isola rappresentata da chi non può ascoltare il mondo, ma scopre che vi sono molti modi di ascoltarlo, di sentirne le vibrazioni, di entrare in sintonia con tutto ciò che ci circonda.

È per questo che il tentativo di spiegare all’innamorata cosa sia la musica si rivela come un’epifania, una rivelazione sorprendente di quanto possa essere limitante ridurre lo spettro delle emozioni e delle conoscenze alle nostre facoltà sensoriali, mentre sono infiniti i canali, infinite le orecchie, infinite le radici che ci connettono alla natura e ai nostri simili.

Il pregio più rilevante di questo spettacolo è rappresentato dai momenti di riflessione e introspezione che regala agli spettatori, mettendo in rilievo la figura di Sara, la quale pretende di poter stare nel suo mondo e di non doversi sforzare per connettersi con il mondo degli udenti.

Proprio da questa ostinazione viene attratto James, il quale da insegnante diverrà allievo di una maniera differente di fusione fra uomo e donna, quella che esclude i suoni e i rumori e lascia parlare il silenzio, i gesti, le mani, il tatto, gli occhi, il sesso.

Gli attori protagonisti, Giorgio Lupano e Rita Mazza, offrono un’interpretazione molto intensa e credibile, aiutati anche da un cast di attori non udenti, riuscendo a far cambiare prospettiva al pubblico e a far riconsiderare l’approccio alla diversità.

Il silenzio, quando lo si ascolta davvero, riesce a veicolare sensazioni profonde che il rumore di fondo della nostra società sopisce, nasconde, mutilando idee, connessioni, rapporti, collegamenti. In definitiva impoverendoci e isolandoci, sebbene immersi in un mare di possibilità comunicative che finiscono per non trasmettere più contenuti, ma solo rappresentazioni evanescenti.

Recuperare un rapporto privilegiato con il silenzio ci rende più ricchi e meno sordi. 

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