Il barbaro sognante sui Monti Gemelli

di Sergio Scacchiapaesaggioteramano.blogspot.it

Ulula il vento tra le rocce. Le raffiche sbattono come vela di fiocco durante una strambata in mare aperto, cozzando contro le pietre del monte Girella. Sembra che questo luogo sia infestato dagli spiriti, ora che il cielo si è fatto cupo. Per fortuna che siamo quasi arrivati a Macchia da Sole.

Il tempo non promette niente di buono. Eppure quando siamo partiti di buon’ora per camminare nel cuore della Montagna dei Fiori, c’era un sole sorto da poco che poteva ararti l’anima. Aveva il colore senape tipico di quando promette giornate esaltanti. Era un mattino tutto rondoni, pietre miste a prateria verde lucido e papaveri che sembravano accarezzarci le pedule, accesi come rossi abat-jour nella prima luce. Guardalo ora questo cielo color cenere.

Massimo guarda il Gps e so che con quell’attrezzo infernale lui viene sempre a capo di tutto. Siamo vicini alla meta e poi, mi dice, anche col nostro fuori pista per far prima, potremmo camminare a occhi chiusi che arriviamo ugualmente.

Solo chi è devoto come nessun altro alla pietra, ai baratri, al verde, può capirmi e io non mi stanco mai di dirlo: la Montagna dei Fiori, a pochi chilometri da Teramo è uno scenario fiabesco popolato da bonsai naturali, piccole grotte antropomorfe scolpite nella roccia, pareti di gole che sembrano un groviera che non si riesce a capire come si tengano su.

E in mezzo a questa natura sublime, vicina e accessibile, si vive un’atmosfera surreale, si gode di un paesaggio al limite del sogno e della leggenda. È la mia montagna!

Ricordo che quando decisi per la prima volta di cimentarmi in un’escursione, i miei compagni di cammino mi portarono proprio su questi monti. Fu una settimana di camminate indimenticabili. Da lì nacque in me la voglia di esplorare questo pezzo di provincia teramana, con la stessa passione e le dovute differenze, che ha impiegato Reinhold Messner a salire le vette degli ottomila.

Il profilo semplice di queste due montagne gemelle, mi ha affascinato da sempre. Le cime verso il cielo gareggiano in bellezza con le vicine sorelle della Laga e con l’inconfondibile maestà del Gran Sasso.

A quei tempi saltellavo fra le rocce, agile e veloce come gazzella che si stentava a starmi dietro, beata gioventù! Oggi sono davvero imbolsito dall’età e dalla sedentarietà. Allora non mi rendevo neanche conto di quanta storia dell’uomo si celasse tra queste vette che da un versante si mostrano paciose e verdeggianti, mentre dall’altro regalano insospettate pareti a strapiombo e prepotenti picchi rocciosi.

Queste montagne, oggi abbandonate perlopiù, nel medioevo pullulavano di gente anche un tantino strana. Da questi luoghi nella prima parte del ’300, fecero parlare di sé uomini del movimento dei Sacconi, centinaia di adepti che seguivano i dettami di Domenico Savi, detto il Meco del Sacco. Praticavano digiuni, preghiere e astinenza. Il movimento non era ben visto dalla Chiesa del tempo e l’Inquisizione intervenne con molto rigore. Una battaglia cruenta e sanguinosa si svolse nel vicino monte dell’Ascensione sopra Ascoli Piceno e molti del movimento persero la vita.

Ma di spedizioni punitive se ne contano a migliaia in questi luoghi dove boschi e pascoli facevano gola a tutti. Nacque nel ’500, anche una lega formata da Civitella del Tronto, San Vito, Campli, contro gli odiati ascolani. Furono anni trucidi di violenze, rappresaglie, furti, sequestri di bestiame. A questi si aggiunsero i cani sciolti dei briganti che si rifugiavano a Macchia da Sole, Gabiano e altri piccoli borghi e da lì partivano a ondate per compiere malefatte che continuarono fino ai primi anni del settecento.

Nel corso della mia giovinezza, ho scoperto, tra questi dirupi, il fascino infinito della presenza antica degli uomini, ho capito quanto sia bello cercare tra le rocce, le minime tracce di un passato a volte anche buio. E ho amato infinitamente le caverne, case degli uomini primitivi, i resti dei piccoli templi paleocristiani, i romitori, le caciare, i classici rifugi di pastori e briganti.

La cima più alta, il famoso Girella di 1814 metri, poco più della montagna di Campli, il Foltrone, presenta nel lato esposto a nord, visioni dolomitiche. Chi sale in cima partendo dall’eremo di Sant’Angelo in Volturina per un evidente sentiero, incontra tratti aspri ma stupendi.

Quello che mi affascina perdutamente però è il sapere che questi luoghi sono pieni di leggende. Tra gli eremi che costellano le gole del Salinello, in mezzo alle due montagne, quello di Sant’Angelo in Volturina è tra i più gettonati nelle storie incredibili. Il buco dove si pregava senza posa, si trova su di un’impervia parete nel versante occidentale del Girella. Un posto che oggi si fatica a ritrovare.

L’eremo venne chiuso nel 1464, dopo che fu ritrovato sgozzato uno dei monaci a causa di un branco di lupi. Lo strano è che i confratelli che tornavano da San Vito con le provviste, sentirono la piccola campana dell’eremo suonare a distesa mentre tornavano su. I vecchi raccontarono che i religiosi non trovarono nessuno se non il corpo semi divorato del pover’uomo. Si sparse così la voce che a suonare la campana fosse stato un angelo che accompagnava in cielo l’anima del monaco. Nacquero d’improvviso, secondo la tradizione, migliaia di fiori gialli e blu.

D’altronde da queste parti le leggende sono tutte improntate a un senso alto di devozione. Pare che chi si rechi all’alba, sulla Montagna dei Fiori nel giorno di San Giovanni Battista, il 24 giugno, possa vedere, nel sole nascente, il capo del santo grondante sangue, immergersi in lontananza nel mare Adriatico. Una rievocazione del martirio che subì a causa della famosa danza di Salomè.

La mandria di pecore che stazza sotto il monte Foltrone, regala tratti bucolici a un paesaggio austero. A pochi chilometri da Teramo Macchia da Borea, parente sfortunato dell’altra Macchia dove batte sempre il sole, d’inverno ospita famiglie che si contano sulle punta delle dita.

Il pastore che incontriamo, non è il solito macedone. È un vecchio allevatore del luogo. Ha la vocina arrotata da bimbetto di oltre ottant’anni. Blatera con dialetto stretto. Accarezza il pelo bianco e folto di un cane dallo sguardo truce. Dalla tasca del pantalone liso caccia il ritaglio ingiallito del giornale. Mostra l’articolo tagliuzzato dove campeggia la sua foto, datato 5 febbraio del 1969. Lo aveva intervistato un giornale locale che lo definiva l’epigono dei pastori che non vogliono scomparire.

La voglia di mostrarsi non ha età. È l’alfa e l’omega delle esistenze. Dacci oggi il nostro pane quotidiano recitiamo nelle nostre preghiere. Ce lo aspettiamo fragrante con una bella crosta e una mollica compatta. Non di certo sogno questa ciabatta quasi ammuffita, sulla quale l’uomo mi piazza una fetta di pecorino appena tolto dall’olio. Capisco che il fornaio dista almeno dieci chilometri, ma il pane è immangiabile.

Il vino che accompagna il cibo, sa di aceto misto a olio di ricino. È quasi imbevibile ma l’uomo mi è davanti e mi tocca trangugiarlo per non offenderlo. Evito smorfie per il sapore quasi disgustoso, riempiendo la bocca di formaggio, quello sì buono da morire.

Il vecchio pastore ha voluto mi fermassi a casa sua. Una piccola abitazione, bianca di calce, adatta più a un paesaggio di mare, con il suo orticello dalla terra indurita. A lato della strada c’è una Mercedes, vecchia almeno quanto il suo proprietario. Ha la calandra del radiatore imponente che sembra una facciata di condominio.

Ho vecchie foto che ti piaceranno, dice, scattate da mio padre molti anni fa. Strano, penso, che sin da quei tempi si pensasse a costruire immagini, intenti come si era alla dura vita dei pascoli. Poi capisco che immaginiamo i pastori come gente senza famiglia o ricordi.

Ci siamo fermati nella considerazione a quando erano reietti, lasciati vegetare tra animali, squallore e sporcizia. Dalle pagine dell’album impolverato passano immagini in bianco e nero d’epoca, alcune seppiate. Una mostra la famiglia rivestita, a Valle Castellana per la grande fiera del bestiame, l’altra narra la carovana di uomini e animali che parte per la transumanza in terra di Puglia.

Uno scatto celebra la mamma con, sopra la testa, la conca dell’acqua e, sul braccio sinistro, il bimbo appeso al suo arto. Un’altra immagine vede i patriarchi della famiglia in stivaloni e con prole ai piedi, fuori dalla stalla mentre la testa di un bue spunta dietro la grande porta di legno e il più piccolo dei figli piange fino a strapparsi la bocca.

Quest’uomo è un barbaro sognante. Il vecchio si commuove bucando la scorza burbera e possente. Poi, riprende il suo stato naturale di rude corteccia. Rifiuta con un perentorio no la mia proposta di pubblicare le foto.

In questa gola di poche anime, tagliata in due da una strada erta, tra coni verdi che paiono mettere “radici nell’aria”, tutto è drammaticamente bello ma anche difficile.

Per arrivare  nel Distretto “Due Regni” del Parco Nazionale Monti della Laga e Gran Sasso:

Autostrada A14 Bo-Ta, uscita Val Vibrata, seguire indicazioni per Campli, Campovalano, Macchia da Sole e Leofara.

Per chi viene da Roma: A24 fino a Teramo, poi S.S.81 per Ascoli Piceno. Campovalano e svolta per Macchia da Sole e Leofara.

Oltre a visitare gli affascinanti resti del Castello di Manfredi, nei dintorni di Leofara, oltre ai boschi di castagno, vi sono alcuni paesi abbandonati raggiungibili a piedi: è il caso dell’affascinante Laturo, Settecerri (ristrutturato in parte ma non abitato d’inverno), Valle Pezzata, in parte ristrutturato. Vi sono poi i borghi di Vallenquina, Macchia da Sole e Macchia da Borea raggiungibili in automobile.

Si mangiano tagliatelle ai porcini nel piccolo albergo di Macchia da Sole.

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