Il convento di San Giuliano: capolavoro d’arte sconosciuto

Il convento di San Giuliano: capolavoro d’arte sconosciuto

di Sergio Scacchiapaesaggioteramano.blogspot.it

Andavo pazzo per Frate Indovino, quello dell’Almanacco che – puntualmente ogni anno – nonna Maddalena appendeva al muro. Lei ci guardava le previsioni del tempo, le ricette, se era arrivata l’ora della semina per l’orto, la frase celebre di un personaggio famoso. Di tutto un po’.

Ero piccolo, la mia immaginazione era fervida e vedevo il frate come un simpatico eremita, che a volte era astronomo, altre filosofo. Lo immaginavo mentre scrutava le stelle di notte, utilizzando compassi, mappe del cielo, cannocchiali.

Forse anche per questo mi sono innamorato di San Francesco e della sua spiritualità. Mi piacerebbe tanto incontrare il vecchio seguace del Poverello d’Assisi, qui nel convento di San Giuliano dell’Aquila.

Il frate che incontro, invece, non ha barba, non ha occhialini montati sul naso, né un vecchio saio bisunto per l’uso e lacerato dal tempo. Nel piccolo ma suggestivo chiostro che conserva la struttura originaria, padre Marco è in maglia di lana ed è intento a pulire i tanti chicchi di riso a terra, buttati per far festa a due sposi che poco prima hanno coronato su questa collina il loro sogno d’amore.

Che fantastica avventura è la vita! Guardi il cielo e il suo blu è sempre e solo blu. Poi, ti prendi la briga di guardare meglio. Accarezzi con gli occhi il paesaggio e scopri i blu grigi, i blu scuri, i blu impolverati, i blu lavanda.

Anche la terremotata città dell’Aquila, vista da quassù, pare baciata da Dio. In lontananza, a motivo del temporale che ore prima si è abbattuto sulla zona, il cielo è una sorta di grigio melanzana che diventa pallido tendente al bianco.

Basta allontanarsi di poco dai rumori della città, dalla sua esuberanza, per farti cadere addosso il silenzio e scoprire come il mondo sia colorato e affascinante.

Il frate è gentile nonostante i tratti rudi del viso. Gli mollo subito un “sono il ministro del Terz’Ordine Francescano di Teramo”, ma neanche serviva, data la sua immediata disponibilità.

Mi apre le porte, mi spiega tutto di questo luogo caro agli aquilani, nascosto nel folto della selva, ai piedi di quello che era il castello di Sant’Anza, primo nucleo della città che oggi è il capoluogo d’Abruzzo, martoriato da scosse continue di maligni terremoti.

Qui c’è comunque la storia dell’Aquila. E la storia artistica è legata indissolubilmente a personaggi francescani fra cui il patrono Bernardino da Siena che qui morì nel 1444.

Oggi la facciata della chiesa è semplice, priva di particolari decorazioni architettoniche, ma entrando si ha una sorpresa gradita: sugli altari spiccano bellissimi dipinti su tela del Settecento, autore Vincenzo Damini, importante pittore veneziano molto attivo in Abruzzo, tra Navelli, Capestrano e giù fino alla città di Penne. A me piace la tavola dipinta del Beato Vincenzo, opera di Saturnino Gatti, il più importante artista aquilano vissuto a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento.

D’altronde la vera chicca artistica del convento sono gli straordinari affreschi, creati usando un solo colore, che rivestono le volte e le pareti ovunque, soprattutto nel chiostro. Illustrano scene della vita di Maria e del Cristo e episodi francescani fra cui le stimmate del Poverello e facce di personaggi.

Completa la visita una biblioteca notevole con oltre 20.000 volumi, tra cui preziosi incunaboli e cinquecentine, oltre a un museo di Scienze Naturali con sezioni dedicate alla flora e fauna abruzzese.

La tradizione racconta che il luogo romito fu scelto per una visione incredibile: un globo di fuoco apparso sulla cona dedicata a San Giuliano, il santo “falconiere”, la cui devozione forte del nord Europa si era diffusa anche in Italia.

Eravamo intorno ai primi anni del 1400, quando i proprietari del castello regalarono un pezzo di terra ai frati eremiti che chiedevano asilo.

Bisogna ricordare che il quattrocento per l’Aquila fu un secolo davvero “aureo” in ogni campo: economico, politico, artistico e ancor più religioso.

La città divenne un unico e grande santuario, non solo per la sontuosità di templi o numero di monasteri d’ambo i sessi, neanche per le grandi folle che da Roma venivano in pellegrinaggio al sepolcro glorioso di Bernardino da Siena, in cerca di miracoli o per lucrare la santa indulgenza celestiniana, quanto per la presenza di tante anime sante.

Si aggiravano per la città in quel periodo, religiosi dai nomi mitici: San Giovanni da Capestrano, San Giacomo della Marca, Bernardino da Fossa, Timoteo da Monticchio e molti altri.

Questi erano uomini di dottrina e saggezza, venerati per santità di vita e virtù taumaturgiche. Fra di essi c’era anche Vincenzo dell’Aquila, un Osservante francescano che entrò nel cuore del popolo per molti interventi che furono definiti miracolosi. A lui ricorrevano umili contadini e principi potenti per affidarsi alle sue preghiere. Si narrano guarigioni straordinarie avvenute pare per sua intercessione presso Dio e addirittura il salvataggio in extremis del vescovo di Sulmona che, entrato in agonia, tornò incredibilmente guarito.

San Giuliano è stato più volte ampliato ma conserva le tracce delle sue forme originarie. Dell’antico monastero restano una stanzetta a piano terra, un refettorio e soprattutto la piccola cappella di aspetto barocco.

Il frate è tornato a pulire. Sono solo in chiesa, eppure penso che non c’è un luogo più affollato di una chiesa, anche quella di campagna, la più abbandonata a se stessa. Anche quando dentro ci siamo solo noi.

Triste colui il quale vi vede solo delle pietre sovrapposte, macchie di colore, forme più o meno armoniose e niente di più. Questo non si può definire un uomo fortunato. Al contrario è nella gioia chi sa vedere le innumerevoli braccia che hanno scavato, trasportato e posato quelle pietre, facendo calcoli su come farle reggere nei secoli.

Beato chi pensa alle tante mani che hanno dipinto un quadro anche di non eccelsa arte, o che hanno scolpito una statua, un altare, un’acquasantiera.

Fortunato chi sente, nella penombra spezzata dal fascio di luce di un rosone o di una finestra, le innumerevoli voci che hanno pregato, bisbigliato, cantato, sussurrato o pianto nell’attesa di una grazia dall’alto, partecipando a una liturgia o semplicemente da soli.

Ognuna di queste voci avrebbe una storia da raccontare, una devozione da trasmettere. Ognuna di esse ha dei piedi che hanno solcato le pietre, hanno respirato la stessa aria, magari ingentilita da effluvi di incenso. Ognuna di esse ha goduto della bellezza che possediamo noi ora negli occhi che ammirano. Noi siamo un tantino di loro e loro sono un tantino di noi.

Ogni chiesa, sia essa cattedrale insigne che piccolo tempio di campagna, custodisce la storia dei popoli, i quali non possono vivere il loro futuro senza un passato.

Le chiese non sono fatte di pietre fredde e inerti. Le chiese sono piene di vita.

Per info:

Comune Aquila 0862 6451

Museo Scienze naturali c/o convento San Giuliano 0862 314201 

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