Teatro: “La pazza della porta accanto” a Teramo

Teatro: “La pazza della porta accanto” a Teramo

di Maria Cristina Marroni – 

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Una scena dello spettacolo: “La pazza della porta accanto”

Nella poetica di Alda Merini il sentimento e il ricordo fanno l’ispirazione: tante sono state le cadute, tante le poesie.

Essere segnati dalla fatalità è un’elezione o una maledizione? Cioran avrebbe di certo risposto: entrambe le cose contemporaneamente. Questo doppio aspetto definisce la tragedia di un’esistenza. Alda Merini era un essere tragico, profondamente tragico. Per questo è stata qualcosa di più di un poeta, ovvero pura anima.

La pièce La pazza della porta accanto, in scena ieri sera al Teatro comunale di Teramo (e in replica oggi alle ore 17.00 e alle ore 21.00) racconta la lunga esperienza del manicomio vissuta dalla poetessa Alda Merini, che vi entrò per la prima volta nel 1965, quando aveva trentaquattro anni. Fuori da quell’inferno lasciava due figlie piccole e un marito, insieme alla fama già conquistata di poetessa talentuosa.

Nel “Journal métaphysique. Présence et immortalité” Gabriel Marcel scriveva: “Ognuno ha conosciuto momenti in cui è stato tentato di affermare il nonsenso universale”. Il senso profondo della poesia e della vita di Alda Merini è stato proprio il rifiuto di questa tentazione, la più estrema di tutte, “perché è frutto dei nostri stati negativi, di tutte le lacune del nostro essere”.

Il manicomio conserva per Alda un lato malsano che gli conferisce il fascino pericoloso della protezione. “Fuori si soffre, nel manicomio no. Lei pensi che nel manicomio non c’è proprietà”, dirà la poetessa in un’intervista successiva. Tuttavia il vivente ha il gusto naturale dell’essere: persino nell’incubo trova una luce. La Merini trova questo spiraglio nella poesia: dietro lo spasimo strenuo della sua ricerca espressionista vive la cognizione del dolore.

Così la poesia della Merini si nutre dell’angoscia: proprio quando nel calvario del manicomio il corpo viene martoriato, richiamando il sacrificio di Cristo in croce, ella ritrova una tenerezza tutta particolare, evidenziata, nella rappresentazione, dai fiori bianchi che compaiono sulla scena a spezzare la cupa e grigia scenografia che richiama la prigionia del manicomio.

Angelo Tosto e Anna Foglietta
Angelo Tosto e Anna Foglietta

Erano quelli gli anni in cui i matti in Italia venivano reclusi ed esclusi; su di loro si sperimentavano persino le cure: iniezioni di leptozina e di doprel e l’appuntamento settimanale con l’elettroshock. In agguato dietro la porta del manicomio c’è la morte, di cui Alda ha il terrore. “Qui non c’è domani”, ripetono le pazze. “Mi hanno fatto morire, non mi hanno lasciato vivere. È atroce, perché non è stata una morte naturale. Quando la morte è una morte psichiatrica è un incubo”, dirà in seguito la poetessa.

L’interpretazione magistrale di Anna Foglietta, che dà voce e volto ad Alda Merini, si esprime attraverso un’incantevole verve mimetica, intellettuale fino alla sensualità, lucida fino all’ebbrezza. Il miracolo di tanta felicità espressiva si intensifica nell’amore quasi adolescenziale che Alda prova per un matto come lei, Pier, generoso di sentimento, benché infine rinunci alla possibilità di una redenzione.

Liborio Natali, nelle vesti di Pier, è perfetto, così sopraffatto dall’amore da esserne logorato. La bava che esce dalla sua bocca nell’ultimo incontro con Alda, che segna anche l’addio definitivo, sembra rappresentare plasticamente la volontà di vomitare quell’amore, che lungi dal consolarlo lo ha invece devastatato: l’amor fou lo porta davvero ai limiti di sopportazione.

Anna Foglietta e Liborio Natali
Anna Foglietta e Liborio Natali

Un giorno, all’improvviso, i cancelli del manicomio si aprono, restituendo la libertà agli internati. Commovente il momento in cui Alda pronuncia il nome delle sue compagne, fino ad allora contrassegnate soltanto da una lettera dell’alfabeto.

Il corpo morto trasportato sulla barella, accompagnato dalle lacrime del personale ospedaliero, annunciano un suicidio: dopo la promulgazione della Legge Basaglia molti non furono in grado di riappropriarsi della propria vita all’esterno perciò scelsero la morte, altri invece di rimanere all’interno di quelle mura.

La regia cristallina e assai funzionale è di Alessandro Gassmann, il toccante testo di Claudio Fava. Originale la scansione musicale di Pivio e Aldo De Scalzi, che si chiude con l’efficacissima Close to me dei Cure, a sostanziare l’atto liberatorio della ritrovata libertà: I never Thought this day would end/ I never thought tonight could ever be/ close to me.

Le poesie di Alda Merini rompono il silenzio roboante del manicomio: per la poetessa morire significa trionfare sulla morte, ella bandisce l’irreparabile, non ammette che si possa rassegnarvisi senza mancare di cuore.

L’idea della vita con cui Alda era nata aveva poi, a causa della malattia, dovuto cambiarla in ogni momento: tuttavia uno spirito come il suo non può mai provare orrore della vita, poiché a ritrovare questa vita, sotto forma purificata e sublimata, contribuisce l’Amore, a cui sempre la poetessa si aggrappa.

“Quando cessa il destino, lì vai avanti a dispetto del destino. Si va avanti, malgrado il destino stia facendo un percorso nella morte, perché sta facendo anche un percorso nella poesia” (A. Merini).

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Alda e Pier durante lo spettacolo

 

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