Manifestazione a Roma: i sindaci sono partiti per sbattere i pugni sul tavolo del governo, ma hanno sbattuto le ginocchia sul pavimento di Montecitorio

Manifestazione a Roma: i sindaci sono partiti per sbattere i pugni sul tavolo del governo, ma hanno sbattuto le ginocchia sul pavimento di Montecitorio

di Christian Francia  –

Sindaci abruzzesi - sbattere i pugni o le ginocchia
I sindaci abruzzesi a Roma: Partiti con la boria, arrivati all’autoumiliazione

Sic transit boria mundi. I sindaci abruzzesi che volevano fare i Don Chisciotte, che volevano mettere a soqquadro il governo sonnolento di questo povero Paese, reo di non ascoltare il grido di aiuto che si è levato dall’Abruzzo duramente colpito dalle calamità naturali dello scorso gennaio, hanno partorito la timidezza dei codardi, la ritrosia degli incapaci, la soggezione degli ignoranti, l’impaccio e l’esitazione di chi non è adeguato al ruolo di rappresentare un popolo e un territorio.

I sindaci hanno alzato la voce, gridando alla cittadinanza che avrebbero sbattuto i pugni sul tavolo del governo, che avrebbero preteso di essere ascoltati e di essere esauditi nelle loro richieste di aiuto.

Avevano detto.

Ma poi no. Quando a Roma è venuto il momento della verità nessuno se li è cagati, non dico il presidente del consiglio, ma nemmeno il ministro delle puttanate si è degnato di riceverli, nonostante i gonfaloni sventolassero in piazza Montecitorio e più di mille teramani fossero giunti a sostegno di quelle mezze seghe che ci rappresentano, a partire dai parlamentari afasici, bolsi, muti e con gli occhi da triglia.

Quel maglio che avrebbe dovuto abbattersi sull’esecutivo per indurlo a più miti consigli, a modificare i decreto sisma, ad aprire i cordoni della borsa, non si è visto né poco né punto.

Quei pugni che avrebbero dovuto sbattere sui tavoli del potere romano, si sono rivelate altrettante ginocchia che hanno sbattuto sui pavimenti di marmo, nel più classico gesto di chi chiede l’elemosina.

Senza dignità, senza autorevolezza, senza forza, senza voce. Questo siamo: i reietti, i paria, i diseredati, gli sfigati, la feccia dell’Italia.

Coi Razzi, coi Sottanelli, coi Paolo Gatti, coi Paolo Tancredi, coi Tommaso Ginoble. Questo ci tocca. Questo ci meritiamo. La merda politica allo stato liquido. Il peggio del peggio. Il tanfo e la puzza. Lo scarto. Le deiezioni.

COME VOLEVASI DIMOSTRARE

Ho atteso con una sottile vena di sadico compiacimento che la manifestazione partisse, arrivasse, si svolgesse e tornasse a Teramo. Ho atteso anche i commenti dei giornali, dove a dire il vero nessuno è riuscito a mettere nero su bianco i toni trionfalistici che i politicanti avrebbero gradito.

La grande manifestazione annunciata si è rivelata per quello che è stata: l’attestazione di impotenza della classe dirigente locale, prona al potere, serva e ubbidiente dei capibastone nazionali, ignorante quant’altre mai e capitanata dal campione mondiale dell’ignoranza: Antonio Razzi, il quale ha sguazzato tra la folla come un eroe, invece di essere lapidato come l’icona che umilia l’Abruzzo agli occhi dell’Italia (e lo ricaccia indietro in epoca borbonica).

Risultati non ce ne sono, se non la conferma delle ambizioni romane di Paolo Gatti (che oramai sogna più un posto in Parlamento che una figa dentro al letto), delle ambizioni regionali di quell’altro scienziato di Rudy Di Stefano, del ritorno in pista di Gianni Chiodi e di Mauro Di Dalmazio, pronti a succhiare tutte le poltrone e tutti gli incarichi che sarà possibile accaparrarsi.

Ogni capobastone si è fatto il suo pulmino con la ristretta cerchia dei sottosviluppati in cerca d’elemosina, e via coi selfie per far vedere quanto ci tengono alla loro terra, ma nessun impegno concreto è stato sancito a Roma: nemmeno dall’usciere dei palazzi del governo sono riusciti a strappare una promessina, un piccolo finanziamento, nemmeno un caffè.

Incapaci che non siete altro. Mica mi meraviglio se avete il cervello in pappa, se siete servitori di due padroni come Arlecchino (dove il primo padrone sono i soldi e il secondo è la figa), mi meraviglio che i cittadini, che i commercianti, che la plebaglia che vi ha accompagnato nella gita non si renda conto che siete buoni a nulla.

Del resto, essendo la maggior parte di voi sindaci appartenenti o fiancheggiatori del PD, al quale non avete mai fatto mancare il vostro “servo encomio” (e chiedo scusa al Manzoni), non ci si potrebbe aspettare niente di diverso da un timido belare che non giunge nemmeno alle orecchie dell’ultimo segretario di un sottosegretario.

Come abruzzesi abbiamo protestato per vedere riconosciuti i danni delle calamità di gennaio scorso, che secondo le prime stime supererebbero i 500 milioni di euro, ma il movimento di popolo avrebbe dovuto ottenere almeno una cifra, almeno una data, la quantificazione di somme e tempi, un cronoprogramma, una garanzia di copertura economica, e invece solo parole e selfie, tante parole e nessunissima attenzione, una presa per i fondelli che ricorda la visita del Presidente del Consiglio Gentiloni a Teramo subito dopo gli accadimenti, cioè fatta alla chetichella senza dire nulla, senza garantire nulla, senza farsi vedere da nessuno per paura di essere preso a sputazzi.

Eppure, nonostante la gente pianga la chiusura delle proprie attività, l’abbassamento definitivo delle saracinesche del commercio, del turismo, degli allevamenti, delle colture, il popolo masochista continua a votare Paolo Gatti e Ginoble e Sottanelli e Tancredi e Chiodi e Razzi e Pezzopane e pure Brucchi.

L’attrattività dell’Abruzzo (e di Teramo in particolare) è oramai uguale a quella di un cesso dell’Autogrill.

MA C’È ADDIRITTURA DI PEGGIO

Il peggio sarebbe se i soldi che invochiamo il governo ce li concedesse davvero. Se chi comanda prendesse coscienza autonomamente (visto che noi non riusciamo nemmeno a farci ascoltare) della situazione di eccezionale gravità in cui versa l’Abruzzo, e stanziasse i necessari finanziamenti anche per i danni del maltempo e delle nevicate nel famoso decreto legge che è in discussione al Parlamento, allora i guai sarebbero raddoppiati.

Perché i sindaci griderebbero vittoria e alzerebbero le mani al cielo per farsi incensare dal popolo e dai giornali, ma poi in concreto non si riuscirebbe a spendere nemmeno un euro degli stanziamenti in ragione di un problema insormontabile: non esistono più dirigenti, funzionari e dipendenti negli enti locali che siano in grado di svolgere gli appalti pubblici e di portare avanti le procedure di spesa in maniera regolare.

Sappiano i cittadini che pure se Bill Gates volesse regalarci 10 miliardi di euro, ce li versasse sui conti correnti e venissero iscritti nei bilanci pubblici, nemmeno in quel caso riusciremmo a farci nulla perché non siamo in grado di spendere i soldi secondo i crismi della legge.

L’unica cosa che sono buoni a fare i nostri politicanti è chiamare gli imprenditori amici per affidargli in maniera diciamo amicale la gestione di commesse pubbliche in barba ai principi europei di trasparenza e imparzialità.

Shakespeare oggi non scriverebbe “essere o non essere”, bensì: “Con queste mezze seghe dove vogliamo andare?”. E non sarebbe un dubbio amletico, ma una granitica certezza.

3 Responses to "Manifestazione a Roma: i sindaci sono partiti per sbattere i pugni sul tavolo del governo, ma hanno sbattuto le ginocchia sul pavimento di Montecitorio"

  1. Anonimo   4 marzo 2017 at 13:06

    Ma dove ci presentiamo con questa mezze cartucce di politici abruzzesi. A Roma non contano nulla

  2. Amen   5 marzo 2017 at 7:51

    Povera Teramo…

  3. antonio   6 marzo 2017 at 9:45

    La cosa grave è che il Micio si spara le pose tutte le mattine che accompagna il figlio a scuola e sembra che ne sa solo lui…ridicolo

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