Buon compleanno Erasmus

Buon compleanno Erasmus

di Giulia Francia  –

Erasmus orgasmus
L’Erasmus rende liberi

Quest’anno il programma Erasmus festeggia il suo trentesimo compleanno. Nato nel 1987, sui 5 milioni di studenti che avrebbero potuto beneficiarne, l’Erasmus (dal nome di uno dei più celebri umanisti del Rinascimento) ha permesso a 3,3 milioni di studenti universitari di partire per andare a studiare in un Paese della zona euro, grazie a dei partenariati pedagogici e amministrativi.

Basato sul principio della libera circolazione delle persone, nonché sul riconoscimento dei titoli di studio, gli aiuti finanziari per le tasse universitarie, l’alloggio durante il soggiorno e la semplificazione delle pratiche amministrative, l’Erasmus è uno dei programmi più popolari dell’Unione Europea.

Tra i suoi obiettivi ricordiamo: la riduzione della disoccupazione, in particolare tra i giovani; la promozione dell’educazione degli adulti; la partecipazione alla democrazia e agli ideali europei; il sostegno all’innovazione e alla cooperazione e la riduzione dell’abbandono scolastico.

Dal 2014, il programma Erasmus+ ha allargato l’orizzonte dei possibili all’Islanda, il Liechtenstein, la Norvegia, la Turchia e altri 170 paesi partner nel mondo intero. Inoltre, tra il 2014 e il 2020, il programma beneficerà di un finanziamento di 16,4 miliardi di euro.

Tra il 2012 e il 2013, le destinazioni le più ambite sono state la Spagna, la Germania, la Francia, il Regno Unito e l’Italia. Il tasso più elevato di studenti con lo zaino in spalla è stato riscontrato tra gli Spagnoli, seguiti dai Francesi, i Tedeschi, gli Italiani e i Polacchi.

Alla luce dell’immenso successo ottenuto, il programma Erasmus ha aperto le porte ad un pubblico più vasto, declinandosi nelle forme più disparate. Dal 2007, infatti, l’Erasmus permette altresì di poter partire all’estero per effettuare un tirocinio formativo in un’azienda europea. Alla stregua dell’Erasmus sono nati molti altri programmi di cooperazione universitaria, quali:

– Tempus, un programma creato per la modernizzazione dell’istruzione superiore in Europa orientale, in Asia centrale, nei Balcani occidentali e nella regione del Mediterraneo;

– Erasmus mundus, un programma che ha permesso di poter partire nel mondo intero;

– Comenius, un programma che promuove lo sviluppo della conoscenza e della comprensione del valore della diversità culturali e linguistiche in tutta Europa, principalmente rivolto agli alunni dell’istruzione scolastica fino al termine degli studi secondari superiori, a tutti gli istituti scolastici e al relativo personale, alle associazioni e alle organizzazioni senza scopo di lucro e alle ONG che rappresentano i soggetti coinvolti nell’istruzione;

– Leonardo, un programma volto all’inserimento professionale che permette di effettuare un’esperienza lavorativa all’estero compresa tra le 2 e le 26 settimane;

– Grundtvig, un programma che risponde alle esigenze didattiche e di apprendimento delle persone coinvolte in ogni forma di istruzione degli adulti, nonché degli istituti e delle organizzazioni che agevolano questo tipo di istruzione.

L’Erasmus è stato il vero successo dell’Europa, il suo miglior biglietto da visita. Un’esperienza unica: partire all’estero, maturare, crescere in autonomia, imparare un’altra lingua e dunque un’altra cultura, farla propria.

La nascita di questo progetto la si deve a due italiani: Domenico Lenarduzzi, 81 anni, e Sofia Corradi, romana, oggi 82enne. Il primo, un torinese emigrato, figlio di un minatore in Belgio, fu la mente che ne scelse il nome di battesimo e che lavorò per l’affermazione del progetto dalla direzione degli Affari sociali di Bruxelles, riuscendo a convincere il Presidente François Mitterand. La seconda, docente fino al 2004 di Educazione permanente all’Università di Roma Tre.

Come racconta la Corradi: “L’Erasmus è venuto al mondo, prima ancora che per un’intuizione, per un moto di indignazione per come ero stata trattata dall’Università di Roma, la futura Sapienza. Era il 1959, frequentavo l’ultimo anno di Giurisprudenza e fin lì erano stati tutti trenta e lode. Con tre esami su ventuno da dare, vinsi una borsa di studio, la Fulbright, e andai a New York. Columbia University. Parlavo inglese e riuscii a prendere un master in Diritto comparato: gli americani mi ritenevano post-laureata, non solo laureata. Quando tornai a Roma trovai naturale chiedere il riconoscimento di quella specializzazione. Allo sportello della segreteria studenti l’impiegato cadde dalle nuvole: “Columbia University? Mai sentita nominare”. E quando arrivò il direttore mi riempì di insulti: “Crede che regaliamo una laurea a chi si va a fare una scampagnata negli Stati Uniti? Torni a studiare e veda di essere promossa”. Compresi quel giorno che l’equiparazione dei titoli universitari nel mondo, o perlomeno in Europa, era una cosa da fare”.

In seguito laureatasi con 110 e lode, Sofia Corradi diventa consulente scientifico dell’associazione dei rettori italiani e alla fine degli anni ’60 inizia la sua battaglia, lunga 18 anni, fatta di promemoria sull’Erasmus inviati alle figure più importanti degli atenei italiani ed europei.

Il 14 maggio del 1987, nonostante il parere contrario degli Inglesi, in Consiglio dei ministri a Bruxelles viene votata la delibera che vara la nascita dell’Erasmus. Il 15 giugno avviene la ratifica.

Sento spesso pareri del tutto avversi all’Erasmus. Molti sostengono che non sia altro che un anno sabbatico di puro divertimento, un anno di pausa dallo studio. Molti non vogliono farlo per non “perdere” un anno.

Mi permetto di dissentire.

Nel 2010, alla fine del mio primo anno universitario a Roma, vinsi una borsa di studio per partire un anno a Bruxelles. È vero, rispetto alle ore passate sui libri in Italia, il mio Erasmus in Belgio non fu esattamente un anno di ritiro sacerdotale, ma non perché all’estero si studi di meno, bensì perché gli esami per i quali avrei avuto un riconoscimento in Italia non erano molti e perché, iscritta alla facoltà di Interpretariato e Traduzione, quell’anno di Erasmus doveva servire a imparare il francese (fino ad allora “questo sconosciuto”) e una lingua non la si impara certo sui libri.

Posso testimoniare in prima persona che in un anno di università del francese non avevo appreso un bel nulla e che una volta arrivata alla stazione di Bruxelles non riuscii a chiedere nemmeno un sandwich e mi ci vollero ben cinque minuti per capire quanto dovessi pagare.

Non sono laureata in ingegneria spaziale o in astrofisica nucleare, quindi non so cosa significhi frequentare simili facoltà. Forse anche gli studenti iscritti a Medicina hanno meno bisogno di partire all’estero, ma qualora dovessero farlo, non sarebbe mai un “anno perso”. Innanzitutto per imparare una lingua. È neurolinguisticamente assodato che voler imparare una lingua senza praticarla è un po’ come voler dimagrire mangiando 200 grammi di pasta a pranzo e a cena senza un contorno di verdure.

In secondo luogo, i sistemi universitari non sono affatto simili, così come non lo sono i ritmi di studio, le esigenze dei professori, le competenze richieste per il superamento di un esame, il sistema di valutazione, il rapporto con i professori e l’impostazione dello studio nei confronti del mercato del lavoro. C’è da imparare sempre e ovunque. Io sono partita in Erasmus a Bruxelles e lì sono rimasta. In seguito sono partita per un secondo Erasmus all’Università di Westminster di Londra, per poi approdare a Parigi per un secondo ciclo di studi.

Non è vero che all’estero non si studia. In Italia l’insegnamento è senz’altro più teorico e la preparazione nozionistica, per quanto riguarda alcune facoltà, è nettamente superiore. Eppure non me la sento di dire di non aver studiato, così come non me la sento di affermare che tutti gli amici e colleghi venuti dai quattro angoli del pianeta iscritti alle facoltà le più disparate non siano preparati. A volte il loro bagaglio culturale sembra essere inferiore a quello dei miei colleghi e amici italiani, ma sono dotati di un senso pratico, di una rapidità nell’elaborazione e nell’esecuzione di alcune mansioni specifiche, nonché di una scioltezza sul piano burocratico e di una maturità una volta entrati nel mercato del lavoro che ancora mi stupisce.

All’estero si studia. E avere la possibilità di studiare all’estero permette non solo di acquisire tutte queste competenze, conoscenze e abilità utili nel lavoro e nel quotidiano, non solo di apprendere una lingua e di padroneggiarla con una certa scioltezza (e non come i nostri politici), ma anche di aprire la mente grazie a un esercizio mentale costante e che richiede un notevole sforzo di adattamento e di osservazione di un sistema sociale che, mi dispiace dirlo, funziona meglio di quello italiano. Una qualità essenziale per far crescere persone sveglie, responsabili, reattive, tolleranti, ma soprattutto civili.

Dati alla mano, gli studenti Erasmus hanno la metà delle possibilità di rimanere disoccupati sul medio e lungo termine rispetto ai colleghi che non hanno “perso” quel famoso anno di studi. Secondo l’indagine “Erasmus Impact Study Regional Analysis” condotta dalla Commissione Europea, il 51% dei giovani italiani che ha partecipato al programma Erasmus nel periodo 2007-2013 svolgendo un tirocinio all’estero è stato successivamente impiegato nell’azienda ospitante.

Questo stesso studio ha evidenziato che nei paesi del Sud Europa non solo i tirocini Erasmus garantiscono un’opportunità di carriera ad un partecipante su due, ma anche che a 5-10 anni dalla laurea il tasso di disoccupazione degli ex studenti Erasmus (7%) si dimezza rispetto a chi non ha partecipato al programma (16%).

In un’intervista di Gianni Riotta apparsa sul giornale La Stampa nel 2012, Umberto Eco scriveva: Si parla poco sui giornali economici del programma di scambi universitari Erasmus, ma Erasmus ha creato la prima generazione di giovani europei. Io la chiamo una rivoluzione sessuale, un giovane catalano incontra una ragazza fiamminga, si innamorano, si sposano, diventano europei come i loro figli. Dovrebbe essere obbligatorio, e non solo per gli studenti: anche per i taxisti, gli idraulici, i lavoratori. Passare un periodo nei paesi dell’Unione Europea, per integrarsi.

Per non scadere nella banalità, oltre al fatto che questa non è la sede migliore per simili chiacchiere, non vi racconterò tutti gli aneddoti divertenti o tutte le incredibili storie che ho vissuto in prima o in terza persona nei miei anni Erasmus. Per questo c’è “L’appartamento spagnolo”.

L’Erasmus, si sa (come tutti i viaggi, del resto, soprattutto quelli alla Jack Kerouac) crea dipendenza, fa respirare aria di libertà, di avventura, stimola la curiosità. La mia, però, non vuol essere un’apologia del viaggio, bensì un’apologia dell’Europa.

Ad oggi, secondo uno studio della Commissione europea, dagli incontri di tre milioni e mezzo di universitarie e universitari sono nati un milione di figli Erasmus e della generazione Erasmus. Un milione di figli dell’Europa.

Un milione di figli che incarnano l’ideale di integrazione europea. Un milione di figli di genitori con nazionalità diverse, culture diverse, religioni diverse, lingue diverse, abitudini gastronomiche diverse, sensi dell’umorismo diversi, meteoropatie diverse (ebbene sì, ho incontrato studenti a cui mancavano la pioggia e il freddo; altri a cui mancava il freddo umido, altri a cui mancava il freddo secco, altri a cui mancava semplicemente il sole). Un milione di figli meno nazionalisti, meno snob, meno arretrati, meno chiusi, meno schivi, meno introversi, meno xenofobi, meno arroganti. Un milione di figli più aperti di mente, più estroversi, più tolleranti, più civili e più consapevoli della diversità che divide e unisce al contempo in un’unica grande storia l’Europa; coscienti dell’esistenza di modi a volte diametralmente opposti di concepire la società o semplicemente il colore del cielo o la forma dei fiocchi di neve. Per i Francesi, ad esempio, il cielo è sempre più blu, forse, ma mai azzurro, e gli Islandesi hanno forse il vocabolario più ricco di parole per descrivere la neve.

La lingua non è una cosetta da niente. La lingua è uno specchio, lo specchio che riflette un’anima, uno strumento per definire una Nazione, un prisma attraverso il quale si osserva e si definisce il mondo. Fondersi in un’altra lingua significa fondersi in un’altra cultura, ed essere capaci di farlo significa incarnare l’amore per la diversità, quella stessa diversità che però unisce l’Europa. L’Europa di Dante e Shakespeare, Flaubert e Goethe. L’Europa pacifista che abbiamo costruito dopo secoli di guerre. L’Europa di tutte le nostre radici greco-romane, giudaiche e cristiane.

Abbiamo alle spalle sia Venere che il Crocefisso, la Bibbia e le mitologie nordiche, che ricordiamo con l’Albero di Natale, o nelle tante feste di Santa Lucia e San Nicola, Santa Claus. L’Europa è un continente che ha saputo fondere molte identità, e tuttavia le ha fuse ma non confuse. In questo carattere che direi unico sta il suo futuro (Umberto Eco).

Giulia Francia
Giulia Francia

Ubi bene, ibi patria. Inutile attaccarsi a una bandiera.

Io nell’Europa ci credo e ne vado fiera.

Sarà tutta colpa dell’Erasmus…

2 Responses to "Buon compleanno Erasmus"

  1. Leda Santosuosso   22 febbraio 2017 at 10:42

    Grazie della tua testimonianza. Condivido quello che dici e mi dispiace non aver vissuto all’estero per un determinato periodo.
    Ma non è mai troppo tardi per cominciare!
    🙂

  2. Blade Runner   26 febbraio 2017 at 6:09

    Sei mesi ad Oxford, un solo esame sostenuto (ma me ne mancavano due e l’altro non si poteva sostenere all’estero), una lingua straniera imparata, una laurea con lode, un concorso pubblico superato…
    Ah, se tutti gli universitari “perdessero” sei mesi della propria vita italiana…

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