Nell’umiltà della terra: Castelbasso da scoprire

di Sergio Scacchiapaesaggioteramano.blogspot.it

“Corona di mura

là sulla collina,

mantello che cangia

ad ogni stagione, ai piedi del Vomano”.

Si levano oltre la valle così immense da sembrare quasi possibile il toccarle. Guardo le cime innevate del Gran Sasso con timorosa devozione. Fisso lo sguardo sulle gole bianche, le fenditure delle rocce, sul profilo vertiginoso dei monti.

Qualcosa mi affascina e insieme mi fa paura. Mi viene da pensare a come le osservavano gli uomini primitivi tra tempeste e fuoco. È fantastico e sbalorditivo pensare che quelle cime erano lì, identiche, quando venivano al mondo i nonni dei miei nonni.

Noi uomini passiamo come erba dei campi e loro, immobili e gigantesche, restano, in barba a terremoti e cataclismi. Quelle vette che ho avuto la fortuna in gioventù di salire, oggi mi appaiono proibitive, massicce, pachidermiche, sono delle plioceniche sorelle nate in un tempo sideralmente remoto.

Ultimamente sono state però delle sorelle maligne, hanno seminato morte e dolore. A me piace ricordarle al tramonto, quando commuovono per lo stagliarsi delle rocce contro il cielo colorato. Al corso di escursionismo del CAI mi avevano detto che, come le Dolomiti, anche le pietre appenniniche erano emerse dal mare ed erano fatte di milioni e milioni di conchiglie. Quando mi fu narrato pensai che queste conchiglie non si erano fatte da sole, qualcuno le aveva assemblate dando loro forma. Io cercai di figurarmi la valle sommersa da un oceano verde, limpido, con le vette che, lentamente, nel corso dei secoli affioravano: ecco il Corno Grande, poi il Piccolo, ecco il Prena, poi giù fino a emergere il monte Camicia.

Un mare… bellissimo dove pare ancora di vedere l’impronta delle mani di Dio! È forse per questo che all’altra porta d’ingresso s’intravede tra la nebbia mattutina, il mare rosetano.

Sono a Castelbasso, borgo rurale incastellato e appollaiato su di un cocuzzolo sopra il basso corso del Vomano, pochi chilometri da Castelnuovo, uno dei posti più affascinanti della provincia teramana.

Ultimamente questo è un territorio martoriato da terremoti, tempeste di neve, acqua a fiumi, ma è pur sempre un luogo delle meraviglie. L’uomo fa a gara in Abruzzo per rovinare la creazione, ma la natura si difende.

Come presentare Castelbasso a chi non l’ha mai visitato magari sotto un cielo azzurro come i pastelli di un bambino, a chi non si è mai fermato a sognare davanti ai pendii verdi punteggiati da fiori gialli?

Come riuscire a narrare le sue alterne vicende storiche a chi non si è affacciato dalla piccola balaustra sui resti della fortificazione e non ha visto il volo elegante di un nibbio chiudersi a triangolo nei boschetti sottostanti?

Castelbasso ha un ricco passato medioevale, raccontato da vetusti portali, scalinate di pietra, mura merlate. Questo piccolo paese è l’antico castello militare di Castrum Vetus Monaciscum del XII secolo, che custodiva uno scrigno fatto di case in ciottoli di fiume, abbellite qui e là da piccole, intriganti e artistiche lunette a finestre realizzate in cotto.

Il borgo fortificato dalla caratteristica configurazione anulare è stato feudo nel 1294 degli Acquaviva e, dal 1565, dei Valignani; cinto da possenti mura, potenziate da contrafforti e torri, era caratterizzato da più porte d’accesso ancora oggi riconoscibili.

Io mi sono inoltrato in paese attraverso la Porta Sud, in laterizio e pietra. Esiste anche la Porta della Marina ad est e il caratteristico torrione della porta del Teramano.

Sul versante settentrionale della cinta è situata la torre d’avvistamento di Piazza Portella, a pianta pentagonale, in laterizio e ciottoli di fiume.

Nella parte alta si ergeva l’imponente castello militare a controllo delle valli del Tordino e del Vomano, di cui oggi si conservano piccoli pezzi di cortina muraria.

Della poderosa cinta rimangono dei bastioni e un minuscolo camminamento.

Oggi le strette vie lambiscono case in ombra e le sei piazzette del borgo vibrano solo di domenica al chiacchiericcio degli anziani al bar.

Uno di essi, Michele, sorseggiando un grappino, mi racconta storie affascinanti, agresti. Come quando la raccolta dell’olivo regalò, negli anni ’50, una stagione incredibile. Quintali e quintali di olio, racconta il vecchio, che in paese non si sapeva dove mettere. Degli improvvidi vollero trasportarlo in fondaci vicini e, durante il trasbordo, un otre si ruppe rovesciando litri di olio.

Mentre le donne giovani volevano recuperare il possibile, la più anziana del paese, quasi cento anni, urlò di non toccare niente. Quel liquido era maledetto e per due anni il raccolto sarebbe stato nullo, sentenziò greve. Non fu ascoltata! Ebbene, il mio interlocutore giura che accadde tutto ciò. I due raccolti successivi furono quasi nulli a causa di grandinate terribili e venti da borea che sconvolsero il territorio. Superstizioni antiche o cos’altro?

E mi domando pure se qualcosa è accaduta anche quest’anno con tutte le disgrazie capitateci addosso.

Ma Castelbasso ha da sempre un anima controversa. L’abitato per secoli è stato il campo d’azione di commercianti e vagabondi, viaggiatori e cartomanti, pellegrini e furfanti, contadini e artigiani.

Qui soggiornò, trasmettendo valori di vita evangelica e missionaria, il santo Gaspare del Bufalo, fondatore dei Padri del Prezioso Sangue, ma fu anche in questo angolo di medioevo che i carbonari aprutini, un pugno di coraggiosi, fecero esplodere una grande sommossa popolare, bagnata del loro sangue, aprendo la via al Risorgimento in Abruzzo.

Eppure, non più di qualche anno fa, l’abbandono era stato totale. Erano scomparsi alcuni proprietari terrieri, i tanti artigiani, sarti e calzolai che se ne andavano tra le campagne a rimettere in sesto i guardaroba domenicali dei contadini, ricevendo grano e uova. Un esodo che rese deserto un borgo armonioso attraente nella magia e nel mistero della sua antica architettura.

Oggi in paese vivono poco meno di cento persone, entusiaste comunque di esserci.

Torno sul belvedere. Il paesaggio si dispiega a tratti illimitato, tra docili quinte di colori che sfumano in lontananza, in mezzo ad ordinate colline ricche di vigneti. L’orizzonte è dolcemente mosso come un lenzuolo gonfiato dal vento. In mezzo a zolle rese molli dalla molta neve dei giorni scorsi, tra poggi e declivi, ovunque ti volti, vieni colpito da una esplosione di colori. Un angolo di territorio tra ginestre e fasci di alloro, stradine secondarie ricche di piccole storie agresti dove regnano pace e silenzio, angusti fondaci dalle mura centenarie.

Visitare questo luogo in un periodo dell’anno in cui non esiste la consueta calca estiva, è regalarsi attimi di pace e di silenzio ristoratore. In estate le strade di questo paese, infatti, diventano corridoi espositivi, le facciate delle case degli importanti quadri da ammirare, i fondaci dei serbatoi d’arte, i vicoli antichi degli inediti allestimenti spaziali con scenografie ad hoc per rafforzare il rapporto diretto fra pubblico e artista.

Castelbasso da metà luglio a fine agosto, infatti, è un vero museo all’aperto il cui incanto si rinnova di anno in anno con un comune denominatore che è sempre e comunque l’elevata qualità. Un mese e passa di eventi che soddisfano chi ama la musica, l’arte, il teatro, l’enogastronomia, la letteratura, il cinema.

E non potrebbe essere altrimenti perché in questo borgo antico è “la cultura che vive sempre e comunque al di là del tempo che trascorre”, ricordando proprio le parole del vulcanico patron Osvaldo Menegaz, sorta di moderno mecenate e presidente di una delle più dinamiche associazioni, quella degli “Amici per Castelbasso”.

Merita attenzione la piccola chiesa dei Santi Pietro e Andrea, di origine trecentesca, di grande pregio artistico con un bel portale del 1380 con bassorilievi, fregi e simboli , due piccoli leoncini e un altorilievo raffigurante la Madonna in trono con il bambino, murato sulla facciata. Il tempio è un meraviglioso connubio tra romanico e gotico.

Una caratteristica del tutto inedita, di cui parla un manoscritto dello storico Francesco Savini, sono i motti incisi in volgare abruzzese lungo l’architrave del portale. Vere e proprie stille di saggezza popolare del tipo: “Chi si umilia si esalta”, prima iscrizione nell’archivolto o “cortesia di bocca molto vale poco costa”nella parte finale. Si tratta di rettangoli alternati a fregi, con sei iscrizioni che enunciano principi evangelici e altre moralità, veri gioielli regalati da più lapicidi.

Da anni il borgo è tornato in vita, uscendo dal suo silenzio secolare, dopo che per anni era stato cancellato dal sottosviluppo e dalla emigrazione.

COME ARRIVARE:

Autostrade

A14 Bologna-Taranto: Uscita Roseto degli Abruzzi – proseguire per 10 km direzione Montorio al Vomano

A24 Roma-Teramo: Uscita Val Vomano – direzione Roseto degli Abruzzi

Superstrada Teramo-Mare: direzione A14, uscita Castellalto, proseguire fino alle indicazioni per Castelbasso.

Ferrovia: Bologna-Lecce (Stazione di Giulianova)

2 Responses to Nell’umiltà della terra: Castelbasso da scoprire

  1. Associazione castellarte

    20 febbraio 2017 at 14:08

    Sito consigliato all’estonsore dell’articolo per una narrazione più completa della recente storia di Castelbasso. Saluti

  2. Sergio Scacchia

    25 febbraio 2017 at 10:25

    Ringrazio sentitamente gli amici della Associazione Castellarte per l’attenzione prestata. Ci accomuna la passione per la nostra terra. Invito chiunque voglia approfondire di visitare il sito proposto, veramente ben fatto.
    Cordiali saluti.

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